Joey Barton: a miracle worker.

JoeyBarton

di Filippo Valbuzzi

22 Agosto 2010: una partita come tante, tra una neopromossa e una squadra che, solo due anni prima, aveva sfiorato la Champions League, mettendo in discussione la tetrarchia Manchester United, Arsenal, Chelsea, Liverpool (grazie Martin O’Neill). Le due squadre erano, rispettivamente, il Newcastle United e la sorprendente Aston Villa – che, a ben vedere, aveva iniziato la stagione in sordina.

Quel giorno ci fu il tracollo del Villa e la definitiva resurrezione del Newcastle. La partita finì 6-0. I protagonisti: Andy Carroll (tripletta) e Kevin Nolan (doppietta).

Ad aprire le danze, un piccoletto di Liverpool: Joe Barton, al 12’, con un tiro da fuori area. Barton fece una grande partita: cuore, qualità e quantità.

Il suo nome non mi giungeva nuovo: un anno prima circa, il 3 Maggio 2009, al 77’ di Liverpool – Newcastle – partita in cui i Reds dominarono: 3-0 e mai i bianconeri in partita – preso dalla frustrazione per una stagione che sarebbe eufemistico definire “al di sotto delle aspettative” e di fronte a un Liverpool come non lo si vedeva da anni, in piena lotta per la vittoria in Premier (e forse anche perché era tifoso dell’Everton), entrò a due gambe su Xabi Alonso, in una normalissima e innocua azione di possesso palla.
Il risultato: 5 giornate di squalifica, a meno tre dalla fine del campionato, col Newcastle impantanato in terz’ultima posizione. Ivi rimase e retrocesse, quando a inizio stagione ambiva all’Europa.

L’anno successivo, in Championship, non si sentì molto parlare di lui: una serie di infortuni e la forma straordinaria di Kevin Nolan e Danny Guthrie, lo relegarono ai margini.

Folle e incostante, chissà che campione sarebbe diventato, senza quella testa di cazzo! Invece è la follia – feticcio borghese che caratterizza l’alterità, l’altro, il diverso – a fare di Joe Barton, un grande.
Perché, parole sue, «i top-player di questi tempi hanno perso il contatto con la realtà. Diciamo che anche se il 90% di loro viene da un retroterra operaio, dopo le 100 partite in Premier League, la macchina e la casa, pensano di essere nobili».

Altro che quei calciatori bellocci e disciplinati, in realtà ricchi e viziati, o il prototipo del chierichetto, tutto “casa-chiesa-campo da gioco”. Come lo ha definito Daniele Manusia, un vero “working class anti-hero” ma anche aspirante “role-model”: «ci sono ragazzi che guardano gente come Beckham e Owen, che sono professionisti incredibili, senza macchia, e non possono immedesimarsi […] Quando parlo degli errori che ho fatto e del modo in cui ho provato a cambiare, io credo che la gente mi rispetti. Spero di poter raggiungere tutte quelle persone che prima non erano raggiungibili».
Lui, che è cresciuto in quei quartieri/dormitorio operai di Liverpool – diventati solo quartieri/dormitorio, una volta chiuse le fabbriche dalla Reazione neoliberista di Maggie la Rossa, ricettacolo di malavita e disagio sociale.

Volendo, potremmo definirlo un “miracle worker” che fa miracoli solo ogni tanto, quando vuole lui: un giocatore stupendo, incosciente, pazzo, incostante, fondamentale ma non indispensabile; un medianaccio dai piedi buoni, che sa segnare all’occorrenza: nella stagione 2006/2007 segnò 6 reti, più degli attaccanti Giorgios Samaras (4), Bernardo Corradi (3) e Darius Vassell (3).
Cattivo e coraggioso – come Roy Keane ma senza averne le qualità – in campo e sostenitore dei diritti civili degli omosessuali fuori (ma anche dentro). Esattamente ciò che ci voleva contro il buonismo terzaviista, egemone ancora oggi, a quanto pare. Poi, poco importa se non abbia mai votato laburista: è una faccenda che ignoro.

Ecco, forse il vero “miracolo” di Joe Barton lo si può vedere su twitter: ne scaturisce la figura di sportivo/intellettuale, che «dice la sua praticamente su tutti gli argomenti che gli stanno a cuore», con tanto di citazioni di Nietzsche e Keats. Seguire @Joey7Burton per credere.

Un calciatore d’altri tempi e per questo dannato all’inadeguatezza. Sicuramente non l’erbaccia, che evoca Manusia, prendendo in prestito una metafora di un altro grande controverso (sicuramente più grande): Eric Cantona.
Ecco, io non saprei come definire Joe Barton, che figura simbolica evocare, e tantomeno questo mio pezzo vuole competere con chi, meglio di me ha illustrato il personaggio – mi sono, infatti, liberamente ispirato a “A Working Class Anti-Hero” di Daniele Manusia, uscito su Vice, che ha scritto le stesse cose che ho scritto io ma meglio.

Comunque, Joe ha continuato per la sua strada dopo Newcastle – Aston Villa: nella stagione 2011/2012 è passato aI Quenn’s Park Rangers, divenendone subito capitano (chi altri, se non lui?); poi un anno a Marsiglia – in prestito – per fare la differenza in Francia, mentre il QPR retrocedeva; oggi di nuovo nelle verdi terre d’Albione, di nuovo capitano e beniamino dei tifosi, di nuovo al QPR, di nuovo in Championship.
Ha continuato per la sua strada, a suon di intemperanze e qualità.
Due esempi: 1) ultima giornata della stagione 2011/2012: Man City vs QPR. City primo con il fiato sul collo dello United. Deve vincere se vuole portarsi a casa la Premier e deve vincere a Loftus Road, dove il QPR deve a sua volta non perdere per rimanere in Premier. Vincerà il City, ribaltando il 2-1 iniziale ma è Barton l’(anti)eroe della giornata: nel nobile tentativo di «far rimanere in 10» quelli del City si fa espellere per una gomitata a Tevez a palla lontana. Non pago se la prende con Agüero, dopo il rosso, rifilandogli una ginocchiata sulle natiche. Per finire, un tentativo di capocciata a Kompany. 12 Giornate di squalifica e esilio francese. QPR salvo, grazie al pareggio del Bolton; 2) un gol direttamente da calcio d’angolo, l’anno scorso al Marsiglia, nella partita di Europa League contro il Borussia Moenchengladbach.

Chi ama il calcio non può amare sia Socrates, sia Barton. Deve amarli entrambi.
E la mia è una dichiarazione d’amore. Nulla di più.

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