Perchè Renzi non è Benitez.

13172755--473x264di Polemico Aprescindere

Diciamocela tutta. Eterni sconfitti: allegri, festanti e appassionati. Ma pur sempre dietro, al massimo secondi con annesso brindisi, pastiere e fuochi d’artificio nei vicoli. E’ il popolo di sinistra dal cuore azzurro. Rassegnati a sorridere anche se nello stesso anno gli squadroni del Nord vincono ancora una volta, e se un “partito” guidato da un imprenditore milanese dato per spacciato e un comico prestato alla politica surclassano tutti.

Rassegnati e contenti: “Siamo sempre in Champions, abbiamo ‘non vinto’, la prossima volta andrà meglio”.

Fino ad ora. Perché arriva qualcuno e dice che puoi vincere, che la sconfitta non è il “male migliore” e che se ti impegni puoi farti valere, dire la tua contro chi fino ad oggi ti ha guardato dall’alto verso il basso.

Esatto. Le stagioni passano e qualcosa sembra cambiare. Vale per il Napoli e per il Pd. Vale per la sinistra in questo Paese e per chi almeno una volta nella vita ha chiesto una grazia a Santo Maradona.

Benitez e Renzi, sono loro i protagonisti di questa svolta. È a loro che sono legate le sorti dei sinistrati partenopei. Così almeno sembrerebbe.

Ma le differenze ci sono? Due grandi uomini mediatici, che nel loro modo di lavorare e nel loro agire sono completamente diversi. Uno puntiglioso, perfezionista e “timido” non esce mai fuori dalle righe, sempre tranquillo e schematico predilige il collettivo, non antepone mai gli individualismi alla squadra. L’altro sembra un giocatore solitario che usa la battuta facile e divertente, da solo vuole salvare il mondo e tirare fuori l’Italia da una pericolosa fase economica, convinto che senza Hamsik e Higuain si possa comunque vincere.

Rafè lavora senza creare traumi, conservando intatto lo spogliatoio e rafforzandolo creando il senso di unione e scopo comune per ottenere il primo posto; Matteo, invece, vuole rottamare tutto e tutti, cambiare e rivoluzionare, con l’obiettivo di vincere il campionato ed essere il protagonista della scena. O almeno queste sono le intenzioni.

Con quale dei due si vince? Chi è tra i due il vero rivoluzionario? E’ l’apparenza che conta, le urla e le dichiarazioni?

Io credo che alla fine si possa vincere con tutti e due, ma il modo e il metodo contano. È la differenza tra forma e sostanza.

Rafè nel silenzio ha messo in campo Lorenzo Insigne, rilegato da Mazzarri a guardare la partita, ha lasciato in panchina il capitano Cannavaro e ha dato fiducia e coraggio alla squadra nonostante la partenza di Cavani. Matteo è partito contro tutto e tutti, con la “rottamazione”, ed è sostenuto da quasi tutto lo stato maggiore del partito, “vecchi” inclusi, gli stessi che voleva pensionare. Ma questo non gli fa cambiare strategia.

Ecco, Matteo sembra più Mourinho, vincente ma solitario, pronto ai riflettori, assumersi i meriti di tutto e a dire che alla fine è lui uno “Special One” e per questo si ottengono i risultati. Rafè si avvicina più all’uomo capace di tirare le fila, sistemare il gruppo e tentare assieme di raggiungere primi il traguardo, ognuno con la sua storia e le sue caratteristiche, senza fare sceneggiate o piazzate. Sono due visioni completamente e diametralmente diverse. La scelta è se essere tifosi di una squadra o di un singolo.

p.s. Per me conta solo la maglia.

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