“L’arbitro non può essere saggio”

Giacchetta_rossa

di Giacchetta Rossa

Al calcio è legato il ricordo del mio ingresso in società: con me c’era un Super Santos, linguaggio universale dei bambini nei vicoli. C’eravamo io e lui, soli per la prima volta, soli contro il mondo. Fu un torrido pomeriggio d’estate quando mia madre mi concesse il permesso di scendere in strada lontano dalle sicure pareti di casa. Non potevo –e non dovevo- sapere che dietro le inferriate del balcone c’erano i suoi occhi premurosi puntati su di me. Giocare a pallone per la mia generazione e per tutte quelle precedenti (non per le successive, purtroppo) ha significato innanzitutto organizzazione: era lo strumento con il quale imparavamo a stare insieme e a trasformare il nostro spazio, a vedere i maestosi pali del San Paolo tra due cassette della frutta, a sognare la gloria dell’Olimpico in tripudio tra i panni stesi, sventolanti per ognuna delle nostre prodezze. I moderni padri si prenderanno la responsabilità di fronte alla storia di aver rubato il Super Santos ai propri figli?

A dieci anni fu il tempo della scuola calcio, che mi fece odiare per sempre questo sport. “Il diritto a non essere un campione” recitava una campagna FIFA di qualche anno fa, a me questo diritto fu negato. Ero scarso e a loro non servivo. Appesi tra le lacrime le scarpette al chiodo. Le scuole calcio da queste parti sono una potente setta di speculatori: un ragazzino di sei anni entra e viene sottoposto ad un “allevamento” intensivo, come un pollo da batteria; a dodici il procuratore di una squadretta professionista di terza o quarta serie lo visiona, con la promessa di portarlo in serie A paga anche fino a diecimila euro sottobanco il prezzo del suo cartellino; a diciotto anni il 90% di questi non trova spazio e torna a casa, senza che nessuno possa restituirgli il tempo e i sacrifici. Di “sedotti e abbandonati” del calcio ce ne sono così tanti che potrebbero farci un partito.

Il tennis ha segnato il mio divorzio con il calcio nei successivi anni, diventando in via definitiva “lo sport della mia vita”, fino a quando a sedici un compagno delle superiori, oggi dirigente del Partito, mi propose di partecipare ad un corso per arbitri di calcio federali. A convincermi non fu tanto la promessa della tessera olografata passe-partout in tutti gli stadi italiani, ne alcuna reminiscente forma di passione per il calcio, che riusciva a tornare a stento nei giorni del Mondiale. Non fu la pur ghiotta possibilità dei rimborsi spese e neanche il fascino della divisa: niente di tutto questo, io volevo diventare il terrore di tutti gli sbraitanti, urlanti, arroganti, avidi allenatori-allevatori di campioni. Fu il momento della giustizia. Fu il momento dell’autorità.

La mia prospettiva sul calcio ha subito un capovolgimento copernicano, quello dell’arbitro è per certi aspetti il punto di vista più umano che c’è in questo sport: una parola detta nel modo e nel momento giusto può essere più efficace di un cartellino rosso, certi rituali non sono mai improvvisati, tutto è guidato da una ferrea ortodossia. Un fischio troppo corto può significare indecisione, uno troppo lungo spavalderia. Braccia tese e ferme, la gestualità non deve lasciare nulla al caso, la suggestione è fondamentale nel controllo psicologico della partita. Mai un segno di cedimento, di insicurezza. Non è tollerata l’insubordinazione, ne è possibile esprimersi democraticamente nelle sezioni o nelle assemblee, che sono sempre riunioni tecniche obbligatorie. Si vota ogni quadriennio olimpico e non è possibile discutere sull’elezione degli organismi dirigenti, i candidati presentano le proprie proposte in tempi ristrettissimi. Bizzarre manifestazioni di fanatismo sono tollerate e talvolta incentivate, gli arbitri sono soli in campo e il confronto è inutile, anzi, controproducente. Nel mondo degli arbitri la forma è sostanza: un mondo con dei macroscopici limiti ideologici, ma che si rendono necessari alla disciplina del non pensare. Collina lo diceva meglio di me: “Saggio è chi pensa. L’arbitro non può essere saggio. Deve essere impulsivo. Deve decidere in tre decimi di secondo.”Succede che ad un certo punto tutto questo ad uno di sinistra cominci a stare stretto e i disobbedienti finiscono sempre alla disciplinare. La mia punizione fu la terza categoria.

Ricordo di una finale di tanti anni fa al comunale di Riccione per un torneo internazionale giovanile, partimmo in tre con una agenzia di Hannover affiliata alla Uefa. Si fronteggiavano una squadra brianzola ed una tedesca, che per noi erano la stessa cosa, ma prima della gara e subito dopo in campo i 3mila sugli spalti (tutti rigorosamente tedeschi) cominciarono un tam tam di polemiche per la nazionalità della terna. Nonostante il clima proseguimmo serenamente: 89’ 1-0 per i brianzoli: Il giovane Wolfgang nota probabilmente una banconota in area di rigore e si tuffa ad acciuffarla. Voleva il rigore. Era così agitato che lo mandammo negli spogliatoi prima degli altri a verificare il buon funzionamento della caldaia. La squadra italiana vinse, e quella tedesca non partecipò alla premiazione. Il fair play teutonico è un falso storico.

Tanti anni di onorata carriera: più di 500 partite all’attivo tra campionati, tornei, amichevoli. Ho scalato le categorie regionali e solcato i campi di tutta la Campania. 45.000 minuti di bestemmie, invettive, cori, ma anche strette di mano, complimenti, incontri straordinari. Il calcio è tornato a prendersi un posto nella mia vita senza il mio permesso, ed io gliel’ho lasciato fare. Quei viaggi nei posti più improbabili, attraverso paesaggi sconfinati: ora le immense distese dei vigneti beneventani, ora le aspre e maestose vette dell’irpinia, ora le coste sinuose e materne del Cilento, la compagnia di se stessi che è difficile a trovarsi. Questa era la parte che più mi piaceva dell’arbitrare, insieme alla preparazione negli spogliatoi, l’aria pungente di certe domeniche d’inverno, la terra nelle scarpe, la pioggia tra i capelli, la neve sotto i tacchetti, il vento che paralizza le mani, e quel fuorigioco che ti sfugge sempre ma che in fondo sfugge anche a tutti gli altri. E anche gli sfottò dei tifosi, a volte comici da non riuscire a trattenere le risate, a volte violenti e intimidatori, a volte subdoli, a volte anche vagamente incoraggianti. C’è uno spaccato così affascinante e rappresentativo della nostra società nei campionati minori da aver lasciato un segno profondo nella formazione del mio pensiero politico.

Al calcio moderno, senza poesia, quello della tecnica esasperata, del mercato, degli sceicchi e dei politicanti, quello dell’infallibilità della moviola e della monotonia quotidiana delle partite tutti i giorni tutto il giorno, non va riconosciuta la dignità di sport.

La terza categoria, quella che mi fu data come punzione, è stata l’esperienza più importante della mia carriera arbitrale: Calciatori occasionali si danno battaglia per novanta minuti senza risparmiarsi e senza chiedersi nient’altro che gloria. Padri di famiglia, con ancora indosso i panni da lavoro, studenti, impiegati, artigiani, piccoli imprenditori. La terza categoria è lenta e sgrammaticata ma il divertimento è sempre assicurato. La mia definitiva riconciliazione con il calcio è avvenuta cosi, nella consapevolezza che anche il pallone –come la politica fatta a modo nostro- conserva in alcuni settori gli elementi autentici del proprio spirito primordiale. La sinistra del calcio si trova qui, dove ancora è possibile esercitare il diritto di sentirsi campioni.

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