Balliamo di calcio

Fußball-WM '90: Roger Milla beim WM-Lambada

di Tredici Tacchetti

Frank Zappa diceva che parlare di musica è come ballare di architettura. Ora, io di calcio, come di musica, ne ho parlato e ne parlo tanto. Ma pur avendo letto e riletto (e visto e rivisto) “Febbre a 90°”, non mi sono mai identificato del tutto con la passione di Nick Hornby, così intellettualmente mediata e in fondo tesa verso la perfezione etica ed estetica. Ho parlato tanto di arbitri, di mercato, di tattica, di tabelle e classifiche. A volte con la voce ancora roca per le urla di gioia o di rabbia della domenica, e fino a qualche anno fa anche con le ginocchia sbucciate o le cosce graffiate dalla ghiaia dei campi laziali (inteso come luogo, non come insulto). Ma ho sempre avuto una certa diffidenza per la retorica delle grandi storie e dei grandi valori universali del calcio. Come una fede senza teologia e senza proselitismo.

Certo, sono consapevole che anche per quanto riguarda il calcio c’è un rapporto innegabile tra fede e ragione. Ci sono le caratteristiche tecniche del gioco, con delle regole semplici ma che lasciano spazio ad un’enorme quantità di varianti, e che obbligano i giocatori in campo a complesse scelte tra un altissimo numero di possibili comportamenti, con o senza palla. E che, soprattutto, valorizzano tante e diverse caratteristiche fisiche, tecniche e mentali dei giocatori, alcune delle quali totalmente indipendenti da qualsiasi insopportabile talento innato. Ma soprattutto, varcata la linea di fondo le regole cambiano, e in quel rettangolo sei soggetto ad un’unica autorità riconosciuta: il gol. Il bello è che non ci sono dubbi sullo scopo del gioco, sul fine da perseguire. Si gioca per fare un gol in più dell’avversario. Ogni scelta, ogni decisione individuale e collettiva va presa in funzione di un obiettivo che è dato in partenza.

Ma tutto questo è un discorso che viene dopo. Quello che viene prima è quello stato di trance che si impossessa del giocatore e del tifoso. È quella stretta alla gola quando entri in area di rigore, o le mani sudate sul seggiolino dello stadio. È la lettura della pagina sportiva sotto l’ombrellone. È andare a letto presto il sabato sera, è la settimana prima di Manchester-Roma (che quella dopo non me la ricordo). È che il calcio non è solo un gioco, ma se devo spiegarti perché vuol dire che è inutile che lo faccia.

Per me, quindi, il calcio e la politica sono due mondi distanti. Non si può pensare la politica come una competizione che trova nella vittoria il suo fine. Lo scopo del gioco non è dato, e la Storia dichiara in ritardo vincitori e perdenti che sono sempre relativi e parziali. Se giustifico i tifosi intellettuali, i militanti politici tifosi proprio non li sopporto. Ci deve decisamente essere qualcosa di perverso nel provare per un exit poll la gioia e la liberazione di un gol, o per litigare al bar per difendere una dichiarazione di un parlamentare del proprio partito.

Rivendico quindi la specificità e autonomia della passione sportiva, la serietà del calcio e l’ineffabilità di quella cosa “che me fa sentì importante anche se non conto niente”.

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