Carlos, Josè e D10S

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di Steno

Juan Villegas ha lavorato per tutta la sua vita in una stazione di servizio lungo una deserta strada della Patagonia, un paesaggio tipico dei racconti di Osvaldo Soriano, polvere e orizzonte sul sud del mondo. Ha perso il lavoro e le sue giornate consistono nel cercare di vendere coltelli artigianali fuori dalle fabbriche, nelle officine, per le strade della parte più povera del suo Paese.

Juan Villegas è il protagonista del film “Bombòn el perro”, una storia fatta di povertà, semplicità (gli attori non sono professionisti), altruismo. Bombòn è un dogo argentino, capitato quasi per caso nella vita di Juan, sarà il suo compagno di strada, i due osserveranno il mondo che li circonda, silenziosi, quasi estranei alla crudeltà della crisi economica che ha investito l’Argentina, i due si somigliano tra loro.

Quando ho visto “Bombòn el perro” per gran parte del film ho pensato alla crisi che stava colpendo l’Italia, storie come quella di Juan Villegas erano allora e sono oggi all’ordine del giorno. Ho pensato al modo in cui se ne potesse uscire da noi come in Argentina, ho pensato all’immigrazione italiana che è andata dall’altra parte del mondo per sfuggire alla fame.

Alla fine della pellicola sono salito al piano superiore del locale, ho preso una birra è ho fissato il maxi schermo che trasmetteva una partita dei mondiali del ’78, quelli di Videla, quelli di Daniel Passarella che alza la coppa davanti ai militari, quelli di Mario Kempes che vomitava nei bagni dello stadio Monumental, quelli che Raffaele Narducci definisce nel suo libro “I mondiali della vergogna”.Immagine

Carlo Martinez nasce a Ciudadela nel febbraio 1984, sei anni dopo i Mondiali di Kempes e Bertoni, due anni dopo l’espulsione di Diego Maradona contro il Brasile a Barcellona, due anni prima della rivincita di Diego a Città del Messico.

Carlos Martinez non è ancora diventato Carlo Tevez.

Ciudadela è una città nell’immenso hinterland di Buenos Aires, un barrìo costruito nel 1966 durante la dittatura di Onganìa. L’espansione edilizia della capitale, voluta dai militari, in vista dei mondiali in Argentina non prendeva in considerazione le eventuali criticità che potevano crearsi con la nascita di quartieri dormitorio costruiti per ripulire il centro da poveri e immigrati. Uno dei primi nomi affibbiati a Ciudadela è Liberation Father Mugica in onore di un attivista anti-povertà che venne ucciso dai paramilitari. Nel ’76 sarà per i militari Ejército de los Andes, in occasione di uno scontro a fuoco il giornalista José de Zer lo definirà Fuerte Apache.

Nel 1985 a soli dieci mesi Carlos si procura un ustione che lo costringe a due mesi di terapia intensiva, marchiandolo con una cicatrice che dalla testa scivola fino alla schiena. Rifiuta la chirurgia plastica, è un marchio, abbiamo detto, che lo segna fuori e dentro il corpo. In campo è un bad boy, fuori è il El jugador del Pueblo, un diamante grezzo che giorno dopo giorno diventa prezioso e fa gola ai grandi club di Baires, compreso il Club, con la “c” maiuscola, quello fondato nell’area portuale della Boca dagli immigrati genovesi: il Boca Juniors.

Di fronte alle resistenze della sua squadra, gli All Boys, di cedere il gioiello più prezioso, Carlos Martinez da Ciudadela, barrìo di Buenos Aires, perde il cognome paterno per acquisire quello materno, diventa Carlos Tevez.

Su Youtube è possibile vedere alcuni video dei campionati giovanili del Boca di Tevez, piccoli campi di periferia a ridosso dell’autostrade sudamericane, gli stessi paesaggi del film Bombòn el Perro, gli stessi raccontati nei libri di Soriano e Borges. Sole che batte sul campo di pallone e terra e polvere che tira vento e poi magari piove.

LulaTevez137889La storia di Carlos è comune a quella di tanti altri fenomeni che dall’America del sud hanno conquistato l’Europa e il mondo, a suon di gol e giocate come solo i grandi campioni sanno fare. A 19 anni vince tutto quello che c’è da vincere in America Latina con la maglia del Boca e la numero 10 di Diego. Sconfigge le resistenze di una tifoseria complicata come i Gavioes de Fidel del Corinthas, la squadra di Socrates, di Casagrande, della Democratia Corinthana. Indossa la fascia capitano con la naturalezza che solo un predestinato può fare, vince il suo terzo pallone sudamericano e si appresta a fare il salto definitivo verso l’Europa, prima nel West Ham dopo una discutibile operazione di mercato che lo vede coinvolto col connazionale e coetaneo Javier Mascherano, poi tra le braccia del laburista Ferguson nello United, infine nella sponda celeste di Manchester alla corte degli emiri e di Roberto Mancini dove conquisterà una storica Premier League. Tevez è protagonista in campo e fuori, ai gol e alle liti con i suoi allenatori corrisponde l’amore sconfinato che gli argentini nutrono per lui.

Nei mondiali sudafricani, quelli dell’Argentina guidata da Diego Maradona, el pibe, intervistato da TYC Sport, ammette: “Carlitos non può rimanere fuori da questa squadra. E’ l’idolo del popolo, come Messi e più di me”. Sulla dose di amore che un argentino possa dedicare a Tevez in maggiore quantità rispetto a Diego ho qualche dubbio, ma l’amore e le canzoni, i murales, i documentari dedicati a Carlos sono più di quelli riservati a Messi, quello che senza ombra di dubbio è il vero erede di Diego sul campo. Ma Tevez rappresenta per gli argentini l’orgoglio della povertà di fronte alle ingiustizie. Là dove Messi viene visto come l’emigrato che ritorna in patria dopo essere cresciuto all’estero, Carlos è nel popolo, che lo accoglie a braccia aperte. Nell’Argentina di Maradona è Carlos a svolgere il ruolo della chioccia in attesa che il talento di Messi possa portare la sua squadra alla vittoria finale, un sogno che si spezzerà nella notte del 3 luglio 2010 contro la Germania.

Josè, Diego e l’Elephante blanco

La terza vita calcistica di Carlos Tevez è nel nostro presente, ma prima di raccontare dell’argentinizzazione del calcio e della società italiana, con Papa Francesco che rimette al centro del dibattito pubblico i temi della povertà e della giustizia sociale, e gli argentini di Inter, Napoli e Juventus fanno battere forte il cuore negli stadi, dobbiamo fare un salto indietro di quattro anni e riprendere l’aereo che da Roma ci congiunge con Buenos Aires.

“Cardinale Bergoglio Perché ha scelto di far sapere a tutti che un suo sacerdote era stato minacciato dai trafficanti di droga?”

“La decisione è stata presa in preghiera. Ho sentito che questo era un problema di tutta la Chiesa locale. E tutti i fedeli dovevano saperlo. Ne ho accennato durante un’omelia nella messa celebrata per gli operatori delle scuole e delle attività educative, dove avevo parlato anche dei pericoli dei giovani d’oggi, come la droga. Alla fine, ho solo aggiunto che un prete era stato minacciato, senza dire neanche il nome.”

E’ il 2009 e l’allora Arcivescovo di Buenos Aires denuncia le pressioni da parte dei narcos nei confronti dei sacerdoti che operavano nei quartieri popolari di Buenos Aires al mensile 30 giorni. La villa in questione è la numero 15, Villa Mataderos, più nota a tutti come la Ciudad Oculta. Il posto prende questo nome in seguito alla decisione del governo militare argentino di erigere un enorme muro in occasione dei mondiali del 1978. In Argentina anche i quartieri devono diventare desaparecidos. Né milonghe né vicoli portuali, nel General Belgrano si balla e si canta la cumbia, la danza popolare importata dagli immigrati colombiani all’ombra del faraonico stabile dell’Elefante Blanco, l’enorme struttura che nelle idee della dittatura militare doveva diventare il più grande ospedale dell’America Latina, mai completata e finalmente presa dai raccoglitori e senzatetto.

Torniamo ai giorni nostri, al nostro 2013, nel 35°anniversario dei mondiali della vergogna. L’anno dell’arrivo di Tevez alla Juventus, del cardinale di Baires diventato Papa, del successore di Cavani al soglio di San Paolo. Un filo unico unisce con i colori del cielo Torino, Roma e Napoli, l’arrivo di Tevez alla Juventus ha infastidito non poco Maradona, la scelta del suo pupillo (ex?) di scegliere la Torino che ha combattuto nella sua vita italiana è stata uno smacco troppo grande.

Ma Carlos ora sta proseguendo la sua opera di evangelizzazione, e di fronte alle critiche della persona che lui e il suo popolo hanno amato ha risposto con i gol e con le magliette, dopo quella di Fuerte Apache le redazioni dei giornali sono andate in fibrillazione per la dedica alla Ciudad Oculta. Un modo di ricordare al mondo del calcio e al suo dio la sua provenienza, nelle aree di rigore il gol di Tevez è il gol dei barrìos di Buenos Aires, delle favelas di San Paolo, degli operai licenziati come Juan Villegas e delle periferie di tutto il mondo.

Non ci permetteremmo mai di dare consigli a una divinità, ma nell’anno in cui il Papa scalda il cuore dei poveri, la nostra preghiera che Diego potrebbe raccogliere è quella di chiamare Carlos Martinez da Fuerte Apache e ringraziarlo per il muro di silenzio che sta smontando, mattone dopo mattone, gol dopo gol.

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