A fari spenti nella nebbia: storia di un centravanti che “non sapeva l’italiano”.

tuta

 

di Odoacre Chierico

Il 24 gennaio 1999, al Penzo di Venezia, Venezia e Bari si sfidano per la diciottesima giornata di serie A, in un incontro atteso dagli appassionati di calcio italiani con la stessa trepidazione con cui si segue la lettura della mozione di rinvio di un’assemblea condominiale. Il Bari di Fascetti, che si presenta in panchina, probabilmente per scaramanzia, con lo stesso giacchetto di renna sfoggiato negli anni ’80 sulla panchina della Lazio, veleggia sicuro verso una salvezza tranquilla, mentre il Venezia di Novellino, complici un avvio stentato e quelle tremende maglie arancioneroverdi che già a guardarle sanno di sconfitta, quantomeno del buongusto, arranca nei bassifondi della classifica. Il pronostico della vigilia dice pareggio: un punto è buono sia per il Bari che gioca in trasferta, sia per il Venezia reduce dai sei gol incassati a Milano dall’Inter. Le condizioni meteorologiche poi, fanno il resto: nebbia, gelo e campo ghiacciato, sembrano consigliare a tutti prudenza. E in effetti il pareggio tanto atteso si configura inesorabile, insieme alla convinzione, via via sempre più forte, che le due squadre siano giunte ad un (tacito?) accordo fra loro per terminare il match in parità. Tutto secondo copione dunque, fino al minuto novanta, quando accade l’imponderabile. Un morbido cross da sinistra sbuca dalla nebbia nell’area pugliese e, dopo un rimpallo, finisce sui piedi di Moacir Bastos per gli amici Tuta, un giovane brasiliano scovato da Zamparini nell’Atletico Paranaense e che nell’aspetto fisico ricorda il mitico Aristoteles de “L’allenatore nel pallone”. Nessuno, complice la nebbia, riesce a comprendere se il tocco di Tuta/Aristoteles sia volontario o meno se abbia colpito il pallone di stinco, di piatto o di collo, fatto sta che “Ari” segna e corre via ad esultare sotto la curva. Peccato però che a condividere quel momento di gioia con lui non ci sia nessuno. La flebile (e fintissima) esultanza dei compagni di squadra, più o meno la stessa con cui da bambini si “festeggiava” il rinvenimento del pigiama di flanella con Bugs Bunny fra i regali di Natale al posto del Game Boy, fuga gli ultimi dubbi su come quella partita dovesse terminare. Nonostante gli sforzi degli altri 21 giocatori in campo però, il Bari non riesce proprio a pareggiare e al fischio di chiusura del signor Racalbuto da Gallarate è 2-1 per il Venezia. La scena finale, col brasiliano inseguito dagli avversari nel sottopassaggio che porta agli spogliatoi per scambiare con serenità due idee sulla sua impropria zampata sotto porta, segna una delle più brutte pagine del nostro calcio. Il giorno dopo, il mondo del pallone italiano si scatena. Tuta diventa per alcuni l’eroe che ha sventato l’ennesima deprecabile combine, per altri un goffo protagonista connivente, ma incapace di buttare una palla fuori anziché dentro la porta, per altri ancora solo uno che non sapendo l’italiano non ha capito un tubo di quello che gli stava accadendo intorno. Dove sia la verità, neppure la magistratura è riuscita ad appurarlo. Ancora oggi, se passi per Venezia e chiedi di Moacir Bastos per gli amici Tuta, molti scappano via fingendo di non capire, o gridando al pericolo dell’acqua alta anche se non piove da mesi, manco gli stessi contestando l’appartenenza alla P2. Altri invece, ti raccontano particolari di quel gol, che col passare del tempo hanno raggiunto carattere mitologico. C’è chi giura di averlo visto segnare in semirovesciata, chi in tuffo di testa, chi da centrocampo. A me piace immaginarlo mentre realizza il gol decisivo per la vittoria della nazionale brasiliana ai mondiali. In un calcio utopistico. In un mondo utopistico. E forse un po’ retorico. Il pallone, però, ha bisogno ancora oggi di gente come Tuta/Aristoteles, capace di viaggiare a fari spenti nella nebbia e di far saltare il banco. Anche se magari ci riesce solo perché non capisce l’italiano.

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