La maglia e le nuvole.

“Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani” (Fabrizio De André)

1376690_10202180747545415_1995263827_nuvoleAlla fine, ma in fondo anche all’inizio, il calcio e la politica sono una questione di istantanee.

Il tuo primo campetto, la tua prima divisa giallo e blu, le scarpette che non hai mai capito perché fossero così lunghi quei lacci. Gli sparuti ciuffi di erba tra il terriccio pietroso, le linee del campo fatte di calce e senso dell’orientamento, la ruggine sui pali corrosi dall’acqua e dal tempo. E l’aria fredda, il grigio delle nuvole, e il terreno brullo e marrone, di quelli che se cadevi, le ginocchia, il termine sbucciare lo consideravano giustamente un eufemismo. E l’aria pungente nei polmoni e la polvere che si alzava tutta intorno, che non hai mai capito come, con tanta umidità, potesse disperdersi nell’aria tutta quella terra così leggera e appiccicosa. Mai fatto un gol, nemmeno un’ammonizione, e una carriera agonistica finita ancor prima di poterla sognare: troppo lento e impacciato e spesso poi, anziché guardare la palla, t’incantavi a guardare le nuvole. Chissà perché, a distanza di tanti anni, ogni qual volta senti il vento autunnale che ti pugnala dolcemente il collo, ogni volta che il cielo si chiude e si confonde coi palazzi grigi, ogni volta che sai che sta per piovere, gli odori e i colori di quella domenica mattina, di quel pezzo di terra di periferia, pomposamente definito stadio sui tabellini degli anni ottanta, ti ritornano sempre a galla.  Come una fotografia che hai visto non sai dove, come il titolo di quella canzone, come – mi scuserete ma ci sta- i peperoni imbottiti preparati dalla madre di un tuo caro vecchio amico.
E poi la tua prima sezione. Che è proprio una sezione, nel senso che è un quadrilatero vero, con gli angoli, ma soprattutto gli spigoli, con la presidenza e la platea, si sta seduti di fianco ma quando si parla lo si deve fare stando di fronte. Non un circolo, una sezione proprio. Lo impari – lo intuisci – subito, la prima volta che entri, ma solo tempo dopo capisci che significa. Il tavolo rosso, i muri ingialliti e pieni di buchi, quadri, poster e parole. L’intonaco che barcolla, le sedie di terza mano spaiate, il pavimento di un marmo più vecchio che antico. E l’odore delle sigarette, accese e spente, il freddo vincitore su di una stufa a gas comunque mai doma, l’umidità della pioggia che batte forte là fuori, ma si sente ancor più forte là dentro. In fondo a destra l’armadietto verde con la faccia di Arafat, vicino la finestra la bandiera della pace con i calori arcobaleno, alle spalle della scrivania il quadro di Togliatti in bianco e nero. E l’asta di ferro che finisce con falce e martello, che tanti mitologici racconti ti ha costretto a subire negli anni che verranno, e la porta che nasconde un muro di mattoni, simbolo di quel Muro che i mattoni non li ha più.
Ancora oggi, se sono di buon umore, quando mi dicono andiamo in sezione, ché se mi dicono andiamo al circolo penso all’ARCI o a qualcosa di letterario, io il posto dove sto andando me lo immagino così, e fuori quel posto immagino quasi sempre un campetto simile al mio. Quei due posti, a loro modo davvero brutti, a mio modo continuano ad essere davvero belli, perché nulla è più bello della prima volta che ti sei innamorato di qualcuno o qualcosa.
Se per voi il bello è solo un fatto estetico, vi lascio volentieri la forma perfetta dell’erbetta sintetica e dei loft: a me, la perfezione, non ha mai convinto. Spesso è sorella prediletta della mistificazione, sinonimo di  convenienza, è il frutto insomma di un’accurata ricerca e selezione, e tende quasi sempre, per giustificarsi,  ad ispirarsi ad un principio di necessità.  In fondo, chi rinuncerebbe alla perfezione? E cosa c’è di più perfetto di ciò che è necessario? E così siamo finiti a tifare solo per chi vince, a giudicare un calciatore da un voto della Gazzetta dello sport senza nemmeno aver guardato la partita, a ritenere in fondo normale che le bandiere, si sa, nel calcio moderno non esistono più.
Io, che nessuno si offenda,  tengo invece per me l’imperfezione della sostanza, per la quale si sceglie uno sport, una maglia, un partito, un’idea.
Perché quella sostanza è il dolce e acre  frutto di una scelta, che è emotiva e razionale, è prosa ed è poesia, è alta come un ideale e sudata come una partita finita ai supplementari. Ed è una scelta, che proprio perché nasce dall’imperfezione, non aspira alla falsità del proprio opposto ma solo alla coerenza del proprio percorso.
È quello che Bruno Pizzul definirebbe attaccamento alla maglia, e che Giorgio Amendola definirebbe una scelta di vita. È una condizione dettata dal caso ma sigillata da una volontà, che farà si che la vittoria del collettivo venga sempre prima dell’affermazione dell’io, che farà si – anzi – che l’affermazione dell’io avvenga sempre attraverso la vittoria del collettivo. Perché per un Cavani finito a Parigi per i soldi, o un Ibrahimović che ovunque arrivi racconti sia il suo sogno di bambino, ci saranno sempre un vecchio Totti o un giovane Insigne che esultano ad ogni gol della propria squadra come quando erano due racchetta palle. Ed un Del Piero, offeso ed umiliato da una società ingrata, che  va in Australia e rimane in silenzio. Che si fa di tutto, anche parlare con un uccellino, ma parlare male della maglia mai. Lo scegli da bambino, su di un campetto di periferia, che quella maglia vale più di qualsiasi ingaggio, sponsor, scudetto e coppa europea. Che quella maglia è una scelta che devi onorare e rispettare, per la sua storia, per i suoi tifosi, per la sua città, per quello che rappresenta, per quei bambini che dopo di te – su altri campetti – giocheranno ai tuoi stessi sogni.
Perchè gli assetti societari cambiano, ma la maglia e i colori restano.

Ps: Le sezioni, e poi anche i circoli, li ho frequentati un po’ più dei campetti, ma anche là, come per il calcio da bambino, con la carriera agonistica continuo ad avere qualche problema, per colpa di questa mia dannata fissa per le nuvole. Non si può fermarsi a guardarle, continuano a dirmi, che bisogna sempre correre.  Non riesco a non fissarle, continuo a rispondere, che se non lo sapete, non capirete mai quanto è bello dare una forma alle nuvole come quando si era bambini.

Maqroll il Gabbiere

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