“…Non rivelatelo ai bambini”

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di Ferdinando Cerrato.

In un enorme libro, finemente rilegato, con una costa di cuoio e il titolo impresso in oro, custodito in un’enorme cassaforte come la cosa più preziosa, devono trovarsi scritti i diritti fondamentali di un bambino (nessuno provi a dirmi che un libro del genere non esiste; o se vuole dirlo, sappia che io non gli crederò). Uno dei punti di quel libro, non meno importante di altri solo apparentemente più nobili, è “appassionarsi al calcio”: attraversare l’epoca (prepuberale per ovvi motivi) in cui il calcio è l’unica cosa a cui pensi e in cui non esiste altro che un pallone (o un oggetto suo surrogato che possa in qualche modo muoversi da un punto a ad un punto b con attrito volvente sufficientemente basso da far assomigliare il suo moto a ciò che in italiano viene indicato come “rotolare”) e una porta. E ne sono convinto perché quella passione precoce è uno dei modi più efficaci per imparare un alfabeto emozionale con il quale si potrà costruire un linguaggio utilizzabile in maniera universale. Io ho imparato quel linguaggio nell’estate del 1994, durante il mondiale americano. Il mondiale di Baggio, di Sacchi, di Baresi. Durante quella estate ho imparato tante parole nuove che avrei saputo riutilizzare poi, in altri momenti. Ero tra i più piccoli e seduto davanti a tutti guardavo e imparavo.

 


“Difendere” era Franco Baresi che toglieva la palla a qualsiasi giocatore avesse la maglia gialla.
“Fortuna” è Gianluca Pagliuca che bacia il palo, perché se non ci fosse stato, il Brasile faceva gol e perdevamo.
“Attaccare” è il Brasile, tutto intero.
“Soffrire” è l’Italia, tutta intera.
“Bellezza” era Roberto Baggio, vincere in rimonta e sentirsi più forti di tutti.
Quel dizionario a poco a poco cambia. Ma la complessità dei concetti cui quelle parole rimandano oggi per me, non si sarebbe mai potuta comporre senza quei significati rudimentali appresi dal calcio.
Certo, non tutto il dizionario emotivo lo si apprende attraverso il futból. Esistono le storie, le fiabe, l’epica. Ma rispetto a questi altri momenti di apprendimento, il calcio ha una particolarità: li contiene. Tutti. Contenere in senso etimologico: li lega, lungo un filo che in alcune serate di calcio meraviglioso si può percorrere tutto.
Per esperimento provate a immaginare una partita della propria squadra del cuore (o della propria nazionale) contro una avversaria fortissima. La squadra si sta giocando un trofeo importantissimo (la Champion’s league, la Coppa del mondo). É sotto di uno a zero ed è in dieci uomini per una decisione scellerata dell’arbitro. Ma poi, a cinque minuti dalla fine, dopo aver difeso a spada tratta l’uno a zero, come d’incanto il giocatore migliore prende in mano la partita e fa due gol, permettendole così di vincere la coppa e di festeggiare fino a notte fonda negli spogliatoi.
In una partita che si svolga così, ci sono tutti gli elementi chiave di una struttura narrativa perfetta: un protagonista (la squadra del cuore) che vuole fortissimamente qualcosa (la coppa), un antagonista (gli avversari, che in più stanno vincendo), un handicap che nelle storie diventa un umanissimo difetto, così da rendere più facilmente avvicinabile il protagonista da un punto di vista empatico (l’essere in dieci), una battaglia e un dolcissimo finale con la squadra che rimonta e vince con un gol del suo condottiero all’ultimo minuto. Senza dimenticare che non è una struttura prefigurata, ma qualcosa che si autocrea minuto dopo minuto, una tela che si tesse da sola.
E l’epica? L’epica sono i calciatori stessi. Non personaggi a tutto tondo, ma rappresentazioni di singoli concetti: gli Ulisse e le Penelope in campo, sono facili da riconoscere. E ognuno di noi può associare il nome di un giocatore ad una di queste figure.
Certo, di fronte alle partite a mezzogiorno volute dalla TV, alle cheerleader (voi ce li vedete Ettore e Achille che si prendono una pausa a guardare quattro sgallettate fare saltelli in tondo, per poi riprendere a combattere una volta finito lo spettacolo?) alle partite truccate per le scommesse, alle società quotate in borsa, ai calciatori pagati centinaia di milioni, tutta questa magia che ho raccontato crolla come un castello di carta. Ma non rivelatelo ai bambini. E’ un loro diritto inalienabile crederci. Scoprire che tutto questo può crollare sarà una delle tante delusioni che l’essere adulto comporterà. Ma non vi meravigliate poi, se come me, come voi, ogni tanto faranno finta di dimenticarlo.

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