“Noi, che comunque tifiamo la sinistra”

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di Giovanna Sandri
«Questo non è il mio calcio» rispose Gigi Riva a Gianni Mura. «Facciamo la parte dei piagnoni, di quelli che basta soffiarti addosso e vai giù chiedendo l’ammonizione».
Gigi Riva era un calciatore d’apparato, uno di quelli contro il calcio moderno. Tempi in cui per ottenere un rigore, a Milano o a Torino, non bastava un certificato medico di 15 giorni. Politica d’altri tempi, scusate, volevo dire calcio. Ciriaco De Mita, proprio lui, commentò con sarcasmo, un’intervista in cui a Gigi Riva chiedevano cosa provasse nell’attimo esatto in cui  tirava in porta un pallone: «Ma che razza di domanda è? In politica non si può spiegare l’intuizione». Per questo, disattendendo alle aspettative del solito pubblico in carenza d’affetto, Riva alzò le spalle e forse il mento: «E che ne so. Io tiro e basta».
Ora immaginate la stessa domanda rivolta a Veltroni, caso mai a Vendola. Minimo avrebbero rivolto il loro pensiero alla pace nel mondo, a quella terra stuprata dalle violenze e dai deturpamenti ambientali, a Dio che è morto e solo in questo abisso. Un insopportabile e mieloso romanticismo della demagogia. De Mita, pur volendo, non avrebbe potuto rispondere. Perché  il calcio, come si dice dalle parti sue, «non era cosa per lui». Da piccolo, però, in un’Irpinia agricola degli anni trenta, il figlio del sarto i palloni li sapeva cucire. Così intavolò la prima trattativa della sua vita: «io cucio il pallone ma quando giochiamo alla guerra il generale lo faccio io». 
«Esiste in Italia una squadra che gioca come il Brasile, che profuma di cibo genuino e campi in fiore. Una squadra che, però, non è brasiliana: si chiama Avellino. Questa squadra gioca al calcio magistralmente, senza sentirsi inferiore a nessuno e senza mostrare nessun borioso senso di superiorità. Umile ed operaia, e nello stesso tempo nobile, come solo i veri aristocratici sanno essere»: Gianni Brera nel descrivere l’Avellino, descrisse l’Irpinia. 
Quell’Irpinia che, infatti, di palloni d’oro ne avrebbe sfornati parecchi. Il segretario nazionale della Dc, il presidente del consiglio — che poi erano la stessa persona — ministri autorevoli, intellettuali e meridionalisti che avrebbero fatto la storia del nostro Paese. Non ci sorprende, con queste premesse, se nel ’92 De Mita accusò Forlani di aver messo giù  «liste da squadra da mezza classifica». Entrambi eletti in un palazzetto dello sport, se le davano di santa ragione a colpi di metafore calcistiche. Strategie diverse di allenatori di un partito che fino ad allora aveva vinto più scudetti di tutti. 
Alla cultura elitaria dei fuoriclasse di De Mita, Forlani opponeva la più  popolare «squadra che vince è quella media». Due filoni di pensiero che racchiudono oggi i grandi dilemmi della politica nuova. Meglio una bella partita o una partita vinta? Chi vi scrive, difficile crederci, la squadra in cui gioca è la sinistra. Una vita da mediano da quando militavo ancora nella primavera. La sinistra, da circa vent’anni, a questa domanda ha dato la risposta sbagliata. Ha scelto a tutti i costi di provare a governare le classifiche, finendo per sacrificare il buon calcio, ed arrivare comunque sempre secondi. Ma la propria squadra del cuore non si smette mai di amarla. E anche quest’anno ci rinnoviamo la tessera, del tifoso, con la consapevolezza che non vedremo più Maradona, ma con la speranza, quella sì, che ci batta di nuovo il corazon. Perché in fondo la sinistra è un po’ come il Napoli. E i democristiani, si sa, sono come la Juve. 
Intendevo dire, nel senso che alla fine ci fregano sempre, mica perché si rubano le partite. Malpensanti!
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One thought on ““Noi, che comunque tifiamo la sinistra”

  1. Un pezzo davvero scritto bene, con le metafore usate nella maniera giusta. Non mi piace, però, il finale. La sinistra non è una questione di tifo, bensì un’ideale. Si è di sinistra quando si crede in determinate cose, si è di sinistra quando si spera, ma, soprattutto, si è di sinistra con la mente, e cioè si può scegliere di essere come si può scegliere di lasciar stare, semmai i rappresentanti di quella sinistra non rappresentano ciò per cui abbiamo lottato nella nostra vita. Il tifo, invece, è una questione esclusivamente di cuore.

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