Elogio di Zoggia e Stumpo

zoggia

di Filippo Valbuzzi.

Di recente mi è capitato di leggere una frase del genere: «andremo a votare alle primarie, ma bisogna capire con quali regole (scritte da una commissione con membri Zoggia e Stumpo)». Cito a memoria, dato che mi ci sono imbattuto casualmente, tant’è che non ricordo né la fonte (probabilmente un articolo su Europa), né il canale di trasmissione (in effetti, è una frase che si può tranquillamente carpire in una conversazione tra iscritti al PD), tantomeno l’autore (anche se, quasi sicuramente, trattasi di un “renziano”). La frase – l’avrà capito lo sparuto numero di lettori che, altrettanto casualmente, si imbatterà in queste deliranti righe – riguarda le primarie/congresso che si stanno celebrando in questi giorni. Riguarda anche due uomini, assolutamente non straordinari ma non per questo meno invisi.

stumpoLeggo e mi indigno: non riesco a capire quale sia il problema. Che sia l’essere due mediocri aspiranti dirigenti? Evidentemente sì, visto che quasi tutti li disprezzano, compreso chi scrive. Ma, lo sappiamo, la politica è la più fine di tutte le tecniche e, a volte, è necessario compiere uno sforzo ulteriore per capire certi fenomeni e uscirne arricchiti. Mettiamoci, dunque, nei loro panni e riflettiamo: rendiamoci conto che non è per nulla facile essere due solerti burocrati che hanno abdicato al loro spirito critico, zelanti esecutori delle direttive del segretario – residuo fuori-dal-tempo del grigiore brežnëviano, nell’allora contingenza interpretato da quel “pezzo di pane” di Pierluigi Bersani. Non è lavoro per chiunque, in poche parole, essere il cuore pulsante ed operativo del partito “radicato”, della “ditta”, o, se preferite, della “bocciofila”. Nico Stumpo e Davide Zoggia non hanno mai fatto nulla di più che non fosse il loro (sporco) lavoro, quello che sentivano fosse il loro dovere. È il caso di dirlo: loro mettevano le mani nella merda. Anzi, nella merda ci vivevano proprio.

Uomini senza arte né parte, finiti lì quasi per caso, o quasi per scelta, o – forse – quasi per i motivi sopra abbozzati. Da buoni impiegati,  si accontentavano di poco: di un buon stipendio, di un “posto al sole”, di un quieto vivere, magari anche di una casetta a Fregene. Niente “astratti furori”. Niente grandi speranze, sogni, ideali o utopie.  Figurarsi poi se possedevano una qualche “vision” strategica per attivare sinergie virtuose e sprigionare le migliori energie (inevitabilmente compresse) della società civile.

Uomini temprati, tutti d’un pezzo. Quando qualcosa andava storto, fungevano anche da vice: apparivano à la Beppe Baresi e con un «tutto bene, madama la marchesa» calmavano le acque, non risparmiandosi di negare persino l’evidenza. Senza umiltà ma senza tracotanza, con poche certezze – e nemmeno “proprie” – da diffondere ai più, ma gentilmente aprendosi, concedendosi, dandosi ai pochi degni di ascoltarne il discorso, composto, per l’appunto, di quelle poche certezze. Un po’ come – proprio in questi giorni – certe persone che, non appena sentono scandire «truppe cammellate», rispondono fulmineamente: «razzista»!

Uomini di eterna gavetta, sempre a disposizione. Uno da sempre dedito all’organizzazione, un calabrese spedito a Roma e lì rimasto: una vita in Sinistra Giovanile, spesa tra manifestazioni, riunioni, cazzeggi, tanta voglia di cambiare il mondo, poca voglia di farlo sul serio (come direbbe Emanuele Mascarin: «il coraggio di essere giovani»); uno che dove lo mettevano stava, fino al grande salto: prima segreteria DS, poi PD. L’altro da sempre in provincia ma, anche lui, al suo posto. Perché magari capita che, prima o poi, arrivi il tuo turno e della Provincia ne diventi il presidente. Perdi le elezioni per il secondo mandato perché “il vento era diverso”? Tranquillo: se hai saputo stare al tuo posto prima, ora uno in segreteria non te lo leva nessuno. Enti locali. Detto in altri termini, provinciali si nasce (e si muore).
Due vite antitetiche ma simili. Due destini che si incrociano. Due linee che si intersecano.
C’è stato un tempo in cui (ahi! Nostalgia canaglia di ditte passate, ben più grandi e ben più rosse) ve n’erano a bizzeffe di figure del genere: uno Stumpo in ogni provincia, uno Zoggia in ogni regione, (dei Di Traglia  è pieno il mondo) che il partito si chiamasse PCI o DC.

Uomini come Stefano Di Traglia. Per nulla geniale ma dilettante nel senso etimologico del termine: lui, sì, che provava diletto nell’occuparsi di comunicazione politica, assieme a Chiara Geloni. Che poi i risultati fossero quelli che fossero, nonostante il massiccio dispiegamento di risorse (anche pecuniarie), è un altro discorso. I Di Tragilia, che non si è mai capito cosa facessero nella vita, nel tempo libero, nel partito. Gente che va tutelata dalla pubblica gogna: perché la sinistra non deve stare né coi primi, né con gli ultimi ma coi mediocri. Magari offrendo loro la prospettiva di emanciparsi dalla mediocrità, di liberarsi di tale fardello. «Average is over», tuona l’”austriaco” Cowen. Noi, invece, la si deve elevare la media. Non lasciamo soli i mediocri. Ricordiamolo sempre: la mediocritas può anche essere aurea.

Uomini non come Nicola Zingaretti. Lui, tranquillo al suo posto, c’è sempre stato (anche quando quel posto era quello di segretario nazionale della Sinistra Giovanile) ma, in cuor suo, sapeva e sa di non essere affatto un mediocre. Ora tutti, nel PD, lo sanno e lo sanno, soprattutto, gli elettori laziali. Un domani, chissà, lo sapranno gli italiani.

Uomini non come Giuseppe Civati. Il buon Pippo sembrava un eterno vice, uno che non aveva mai il coraggio di candidarsi, uno a cui mancava il quid. Un uomo senza qualità. Poi, come nei grandi romanzi di formazione, novello giovane Holden, prende coscienza, sbaglia, sbaglia ancora, sbaglia di nuovo ma, diamine, se la sta giocando col suo ex socio di maggioranza alla Leopolda s.p.a. e un seguito (tra fanatici e gente in gamba, come Tocci e Ranieri) ce l’ha. Magari non sarà mai un rottamatore ma il catoblepa di peluche non glielo leva nessuno. Che poi, a dirla tutta, non si stia giocando la vittoria, bensì il piazzamento d’onore, è cosa risaputa. Sui due Gianni, che dire? Loro mediocri non lo sono di certo. Magari due carneadi ma mediocri no. Cuperlo, poi, ha affibbiato l’epitaffio: «Bravo, questo Cupérlo, ma da dove è saltato fuori? Dove era dal 2007 fino ad oggi? Uomo dell’Apparato», detto anche da chi che nel 1988 era iscritto al partito.
Avranno i loro difetti, i candidati alla segreteria, ma ben altra pasta, rispetto agli Zoggia e agli Stumpo.

Uomini con qualità. Perché credete, che per essere uno Stumpo non occorrano delle qualità? Ho per caso citato Musil? Pensate che si possa diventare uno Zoggia dall’oggi al domani? Servono abnegazione e costanza, assidua pratica del “meglio non far nulla”, o della nobile arte del “bandwagoning”, arte in cui siamo maestri sin dai tempi di Giovanni Giolitti. Roba non comune. Perché è un mestiere ingrato difendere l’indifendibile, non essere invidiati, non essere presi a modello: chi mai vorrebbe essere come loro? Ma è troppo comodo rifarsi ad alti modelli, che si chiamino Berlinguer o Papa Giovanni. Perché è penoso non avere altra prospettiva che gestire l’esistente e nel mentre sostenere che la pena della politica moderna stia proprio nel non avere altra prospettiva che gestire l’esistente.

Ci sono figure eroiche tra di noi e nemmeno ce ne accorgiamo. Noi che, imborghesitici, gli eroi li vogliamo, li cerchiamo e spesso li troviamo. Eroi dei nostri tempi, tra Menichetti e Pečërin.

Vi chiederete: «Ok, tutto bello, ma cosa c’entra questo col calcio»? C’entra, eccome.
C’entra perché ogni squadra ha i suoi Zoggia e Stumpo, pure quelle campioni del mondo.
Medianacci spezza-gambe e, a volte, pure spezza-gioco; difensori buoni solo a falciare l’avversario – specie quello più bravo a giocare – e a spazzare a casaccio; registi privi di “regia” che, però, la passano a tutti.
Come nel 2002 c’erano i Vampeta e gli Ânderson Polga agli ordini di mister Scolari, così nel 2006 salirono sul carro di Lippi i Christian Zaccardo (che sarà ricordato per l’autorete che per poco non ci faceva perdere con gli USA) e i Simone Barone (che sarà ricordato per il fatto che era al posto giusto, al momento giusto).
Gente che giocava poco, o proprio non giocava, ma che aveva un ruolo nella squadra, magari con la sua importanza. Gente che ha fatto la sua “onesta carriera” ma non di più. Gente che ha vinto un Mondiale.
Con una differenza: la squadra di Zoggia e Stumpo la finale la perse. Proprio ai rigori, volendo.

Qualcuno direbbe: «Mancava l’uomo della provvidenza. Mancava il Fabio Grosso della situazione».
Ecco, Fabio Grosso: guarda caso, un altro mediocre.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...