#TitoEtern: una missione di vita

Tito Vilanova non ce l’ha fatta: il calcio piange un uomo d’altri tempi che voleva costruire un grande Sogno.
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I segni silenziosi sono i più profondi: tracciano guide invisibili, lasciano scorrere gli eventi su binari stabili, accompagnano i gruppi verso i traguardi che si sono posti, riempiono gli animi di insegnamenti sicuri. Pochi uomini sono capaci di imprimere queste carezze perpetue sulle superfici frastagliate dei campi di calcio: uno di loro se n’è andato poche ore fa con la leggerezza di chi non vuole disturbare il flusso naturale della vita e il ciclo magico dello sport. Si chiamava Francesc Vilanova i Bayó, ma il mondo del football lo ha conosciuto come Tito. La sua saggezza tranquilla ha ispirato il ciclo più bello della storia del pallone moderno: un leggiadro miscuglio di tecnica e finezza, un’esplosione di gioia coordinata al calcolo preciso di ogni movimento, una danza collettiva capace di spostare continuamente la punta del fioretto e di colpire gli avversari dopo lunghi passi avvolgenti. Una filosofia precisa e libera, nata dal pensiero incontenibile del “Pitagora del calcio” e dalla razionalità del suo luogotenente di mille battaglie, ma allevata con amore dai rappresentanti più genuini della cultura catalana: le idee rivoluzionarie di Johan Cruijff e l’ordine apollineo di Pep Guardiola non avrebbero trovato terreno fertile se il Fùtbol Club Barcelona non fosse stato dissodato dalla passione e dal sudore di uomini come Tito Vilanova. Personaggi oscuri, che hanno illuminato i sotterranei del Camp Nou e della Ciutat Esportiva con i loro sorrisi di lotta e di fatica mentre le stelle della galassia blaugrana splendevano sul campo; simboli di un’umiltà d’altri tempi, emblemi di un mondo capace di guardare oltre le patine degli sponsor e le glorie dei giornali. Tito non era nato per queste cose: non voleva mai smettere di costruire il club che aveva sempre sognato. Plasmava le idee come aveva gestito i palloni sul campo: la sua concretezza frenava i voli pindarici dei gèni, il suo lavoro permetteva al talento degli altri di esprimersi e al suo cuore di battere al ritmo del Cant del Barça. Non aveva i mezzi per giocare in Primera, ma la sua testa scansionava il rettangolo verde con una lucidità sorprendente. Quando il suo vecchio compagno Pep ricevette l’incarico più difficile della sua vita professionale, chiese a Joan Laporta che gli fosse affiancato un assistente di sua sicura fiducia: il Presidente avanzò alcune proposte, ma capì che dalle labbra del suo Prescelto uscivano solo quattro lettere. Tito. Cominciò così un sodalizio straordinario: Guardiola era l’immagine armoniosa di un dominio gentile, Vilanova l’architetto oscuro di un equilibrio sorprendente. Vivevano in simbiosi: quando Pep pensava a una mossa, Tito immaginava le sue conseguenze e gli illustrava il suo parere, poi tornava nell’ombra e lasciava il palcoscenico alle movenze sinuose del tiki taka. Poche squadre hanno tradotto un sistema culturale in un’idea calcistica come il Barcellona del Triplete; la voglia di vivere di un piccoletto argentino, le geometrie euclidee del Professore del fùtbol spagnolo, la nobile furia di un guerriero dai capelli lunghi, l’insostenibile leggerezza dell’essere di un alchimista del dribbling, la sinfonia polifonica di un undici che si eleva a totalità. Uno scampolo di mondo troppo audace per resistere ai morsi della realtà: denari qatarioti, lusinghe straniere, veleni arbitrali e polemiche sterili inaridirono le radici del Sogno e lo fecero appassire. Pep non accettò la sua fine: se ne andò anche se sapeva che il suo amico era entrato in un viale molto buio. La sua ghiandola parotide aveva già cominciato a produrre cellule impazzite, ma i medici erano riusciti a fermare quella pericolosa emorragia particellare: Tito era tornato in campo più forte di prima, anche se i rapporti con il compagno di mille battaglie sembravano destinati a cambiare. Prima di lasciarsi travolgere dagli scandali, Sandro Rosell vide nel suo profilo umano la stoffa del condottiero blaugrana: gli affidò la panchina e credette che la sua energia avrebbe rianimato una squadra sazia. Non sbagliò: per più di tre mesi il Barça di Tito giocò con la stessa gioia che aveva riempito il Camp Nou nei mesi più belli dell’epopea di Pep. Poi, in un tardo pomeriggio d’inverno, tutto si rabbuiò: il tumore si era risvegliato di colpo e l’umile condottiero della squadra più famosa del mondo doveva volare a New York. Continuò a seguire i suoi ragazzi, ma l’ambiente della Ciutat Esportiva perse quell’energia che solo lui e il suo compagno di sventure Eric Abidal sapevano creare; il club si spense lentamente. Tito tornò, ma non riuscì ad arrestare un logoramento inesorabile: 100 punti di Liga non suturarono una ferita che i milioni scialacquati sul mercato riaprivano a ogni nuova sessione.

Niente da fare: quel male non si voleva fermare. Era un caldo mattino d’estate, quando una lettera ruppe l’atmosfera sonnolenta delle vie di Barcellona: il leader silenzioso doveva lasciare il suo posto. Il cancro non scherzava più: la sua famiglia gli chiedeva di curarsi lontano dalle telecamere, Tito spense i riflettori con la discrezione che lo aveva accompagnato sul tetto del mondo. Quando riapparve, i suoi occhi cercavano di strappare gli ultimi raggi di luce al sole dell’inverno catalano: soffriva, ma non poteva accettare di arrendersi. La sua vita era stata un manifesto ideologico del realismo atipico: aveva progettato l’impossibile e lo aveva ottenuto. Sognava che la sua ultima impresa coincidesse con la rinascita dei ragazzi che aveva accompagnato lungo il cammino del trionfo, ma i loro avversari erano troppo più forti: mentre i milioni di Rosell e Bartomeu cedevano di fronte alla solidità del Cholo, le ultime energie di Vilanova guidavano i suoi cari attraverso le prime tappe del dolore più grande. Silenzio, angoscia, sgomento, tristezza. Poi una notizia: non è più con noi. Che la terra ti sia lieve, Tito, e che il tuo Barça ritrovi le radici che lo hanno fatto grande: sarebbe l’unico omaggio capace di onorare la tua umiltà.

Daniel Degli Esposti

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