Sabato di fine maggio

 

Strage-di-Capaci

 

 

di Emanuele Santi

Mi ricordo un sabato di tanto tempo fa quando Giurisprudenza presa sottogamba e un lavoro saltuario accompagnavano le onde agitate dei miei ventidue anni appena compiuti. Era il 1992, anno di Maastricht e di Tangentopoli: bugiardo confine tra prima e seconda Repubblica. Il maxiprocesso di Palermo si era finalmente concluso in Cassazione; la sentenza di assoluzione in appello per i fascisti condannati alla stazione di Bologna era stata annullata dalla stessa Corte suprema e la Commissione stragi aveva definito Gladio struttura illegittima inquadrata nella strategia della tensione. La mia Roma, allenata da Ottavio Bianchi, era riemersa in classifica fino alla zona Uefa grazie alla brillante idea del taciturno mister bresciano di togliere la fascia di capitano al principe Peppe Giannini e di affidarla alla volpe argentata Rudy Voeller. Il giorno dopo, ultimo turno, bastava vincere in casa contro il già retrocesso Bari. Con tre giornate d’anticipo, lo scudetto era andato al Milan di Fabio Capello, quello che non perdeva mai e che poteva vantare un Marco Van Basten autore di venticinque reti: una più bella dell’altra. A marzo, tra Mondello e Palermo, due giorni prima che la Corte d’Appello di Firenze condannasse all’ergastolo Pippo Calò per la strage del Rapido 904, era stato assassinato Salvo Lima: ex sindaco ed ex parlamentare democristiano per tre legislature nella corrente andreottiana. E a proposito di correnti, il Parlamento in seduta comune, uscito dalle urne di aprile, non ci riusciva proprio ad eleggere un Presidente della Repubblica degno successore di un servo dello Stato come Francesco Cossiga i cui deliri di fine mandato erano stati bonariamente spacciati per “picconate”. Dall’altra parte dell’Adriatico, intanto, c’era una guerra di poca importanza, talmente poca che i serbi di Bosnia decisero di assediare Sarajevo venti giorni prima della pasqua ortodossa. E pensare che la fortissima Nazionale jugoslava era stata la prima a staccare il biglietto per la Svezia dove si sarebbero giocati gli Europei e dove, per l’ultima volta, i portieri avrebbero potuto prendere la palla con le mani sul retropassaggio del difensore. L’Italia, invece, inserita in un girone di qualificazione con l’ultima Unione Sovietica e con la spigolosa Norvegia, era rimasta fuori e i tifosi azzurri, specialmente i più conservatori, erano costretti a digerire l’arrivo in panchina di Arrigo Sacchi. Insomma era sabato pomeriggio, avevo un biglietto di Curva Sud per la partita del giorno dopo, una serata cogli amici e un’estate davanti dopo l’ultimo ostacolo dell’esame di turno della sessione estiva. Ricordo, all’improvviso, il lungo silenzio della televisione accesa e poi la musica tambureggiante del TG3 in edizione straordinaria e poi ancora silenzio. Soltanto immagini che parlavano da sole: asfalto sconquassato, automobili capovolte, sotterrate e dimezzate. Macerie e fumo grigio misto al vapore dell’effetto-miraggio tipico del caldo sull’autostrada. Tutto sembrava irreale con la Sicilia e il suo commovente paesaggio di ulivi sullo sfondo che, pur raccontando un sacco di cose, non riuscivano a dire niente. Due giorni dopo, il Parlamento elesse il Presidente della Repubblica. Gli europei si giocarono senza l’Italia, senza la Jugoslavia squalificata sia dall’Onu che dall’Uefa, con la Germania unita e con l’URSS ribattezzata CSI. In agosto, con gli amici, me ne andai in Grecia perché c’era la dracma e la vita costava poco.

 

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Didier e Yayà: le due anime della Côte d’Ivoire

 

Drogba e il minore dei fratelli Touré guideranno gli Elefanti nella loro terza avventura mondiale: il calcio salverà ancora il loro Paese?
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La Costa d’Avorio è l’emblema dell’Africa Nera: le sue foreste pluviali incantano con la maestosa sublimità della natura, le savane che punteggiano l’aspro confine con il Burkina Faso si alternano a terre fertili e feconde, le coste che aprono il Sud all’abbraccio dell’Oceano offrono piccoli porti e nascondono grandi insidie agli occhi fiduciosi dei navigatori meno esperti. Continua a leggere

Ryan Giggs: Forever Young

La leggenda vivente del Manchester United ha annunciato il ritiro dall’attività agonistica: accompagnerà Louis Van Gaal nella ricostruzione dei Red Devils. Un giocatore unico, un genio silenzioso, un uomo diverso.
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Salford, 29 novembre 1987. Un giovane allenatore bussa alla porta della signora Lynne: ha appena assistito a una prodigiosa epifania calcistica e ha saputo dai suoi collaboratori che il suo protagonista abita in quella umile casa della periferia industriale di Manchester. La donna lo accoglie con una punta di scetticismo, ma intuisce che la sua offerta è piuttosto allettante: chiama Ryan e gli presenta il suo curioso interlocutore. Uno sguardo, un lampo, una firma: il ragazzo butta in soffitta la maglia del City e indossa quella rossa dello United. Gli piace molto poiché gli ricorda i colori del suo Galles e lo fa sentire orgoglioso della sua prima vera scelta da uomo: poteva continuare a vestire la divisa dell’Inghilterra, ma ha preferito seguire le stonate sirene della nazione materna. Non ha mai sopportato suo padre: quell’uomo sregolato ha sempre usato i suoi muscoli da rugbista per scavare rigagnoli di tensione, non è mai stato capace di amarlo davvero. Quando ha lasciato sua madre e il resto dei suoi miserrimi averi, Ryan non ha pianto; ha sempre odiato il suo cognome e non ha mai voluto che il mondo leggesse Wilson sulle sue spalle di giovane calciatore.

Il ragazzo non sa perché, ma sente che l’arguto scozzese che lo ha chiamato allo United è l’allenatore perfetto per quel momento della sua esistenza: quando saluta mamma Lynne, focalizza l’attenzione sul suo nome. Alex Ferguson. Nessuno dei due se ne rende ancora conto, ma la storia del calcio mondiale è appena cambiata. Per sempre. Il giovane gallese “orfano” di padre porta il suo talento all’Academy dei Red Devils: la sua maglia numero 11 grida la voglia di riscatto di un ragazzo timido ma orgoglioso e traduce il singolare miscuglio etnico che scorre nel suo sangue in una prodigiosa armonia di scatti furibondi. Quel ragazzo evita tutti i contrasti, ma vive di contraddizioni: è un adolescente, ma ha la maturità di un figlio dell’Inghilterra operaia e sente nel cuore la leggiadra saggezza del nonno paterno, nato e cresciuto nell’Africa Nera; è un’ala sinistra classica, ma spruzza sul campo lampi festosi di genio visivo; sta sempre zitto, ma ha un fascino magnetico. È perfetto per il Manchester United: non è ancora maledettamente irresistibile come George Best, ma è appena diventato maggiorenne… Il dio delle anagrafi non gli ha regalato neppure un cognome evocativo come quello del grande irlandese, ma il silenzio non lo infastidisce: adora le cinque lettere che identificano la sua prima uniforme rossa dei grandi. “GIGGS 11, suona bene”. – “Sì, può diventare un giocatore importante”. – “Chissà se con lui vinceremo il titolo: certo che affidarsi a un gallese e a uno scozzese è una bella scommessa!” – Nessun bookmaker, neanche nella patria del betting, avrebbe mai potuto quotare ciò che sarebbe successo nei ventiquattro anni successivi: Sir Alex Ferguson è diventato l’allenatore più vincente della storia del calcio britannico, Ryan Giggs ha guidato i due cicli più suggestivi della leggenda del Manchester United. Il suo palmarés conta tredici campionati inglesi, quattro FA Cup, quattro Coppe di Lega, dieci Community Shields, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, ma – soprattutto – due incredibili finali di Champions League, ma neppure una bacheca del genere riesce a spiegare la grandezza di un giocatore pazzesco. La fascia sinistra dell’Old Trafford si è trasformata in un’enorme tela verde e il Picasso del football l’ha onorata dei suoi tratti distintivi: una leggerezza infinita, una tecnica sublime, un tocco vellutato, una rapidità impensabile. Ha cavalcato l’ala con l’eleganza di un lord, ma ha rinunciato agli agi e alla gloria dei Tre Leoni poiché non ha mai voluto dimenticare la sua infanzia gallese e le radici della donna più importante della sua vita, mamma Lynne. Ha trasformato il calcio inglese in un fenomeno di massa, ma non ha mai perso la sua autenticità; quando Beckham e Ronaldo gli hanno portato via le copertine delle riviste, lui si è accontentato del suo vero palcoscenico: il campo. Nel 2011 i tifosi del Manchester United lo hanno eletto miglior giocatore della storia del club: George Best? Bobby Charlton? Paul Scholes? No, signori: Mister Ryan Giggs. Un riconoscimento del genere avrebbe spinto quasi tutti i giocatori di questo pianeta a ritirarsi fra squilli di tromba; non lui. Il numero 11 ha dribblato le prime accuse di immoralità coniugale con la sua consueta nonchalance, ha guardato in faccia il tempo e gli ha spiegato che la complessa teoria di un geniale scienziato ebreo del Württemberg era stata scritta per lui: il ticchettio dell’orologio biologico è sempre stato piuttosto relativo per la sua anima. Quando le gambe hanno smesso di farlo volare oltre gli avversari, ha mostrato al mondo che il segreto del suo successo ha sempre albergato pochi centimetri sopra il suo collo affusolato: un cervello nato per pensare calcio, due occhi creati per vedere l’inesistente, un paio di piedi capaci di disegnare ciò che nessuno avrebbe mai potuto nemmeno immaginare. Prima di ritirarsi, ha fatto in tempo a lasciare a Pep Guardiola un piccolo rimpianto: quanto sarebbe stato stupendo vedere le sue giocate armoniose nella splendida atmosfera di un Camp Nou vestito a festa? Bello, ma impossibile, poiché Ryan non avrebbe mai ammainato la sua splendida bandiera rossa. Forever Red Devil. Thanks a lot, Mister Giggs.

Daniel Degli Esposti

 

I sondaggi elettorali clandestini di #volevoilrigore

Secondo i dati di un famoso arbitro bocconiano, a quattro giornate dal termine del campionato in testa c’è saldamente la Fiorentina, che grazie alle prestazioni del suo capitano e con l’apporto del bomber tedesco guida il campionato con 31 punti.
Segue il Genoa, con 24 punti, e con il capocannoniere Beppe-gol in ottima forma, rinfrancato anche dalla ritrovata confidenza con i più infidi commentatori sportivi.
A quota 20 punti troviamo il Milan, che paga la stanchezza e la squalifica del presidente-proprietario-fantasista della squadra.
Dovrebbe conquistare in maniera agevole un posto in Europa anche il Verona, a quota 6 punti, con nuovo allenatore, il milanese Matteo, che riesce ad imporre un buon gioco soprattutto quando gioca in casa mentre in trasferta i risultati stentano ad arrivare.
Dovrebbe farcela per un posto in Europa anche il Catania, a 5 punti, la squadra allenata da Angelino, affida le sue speranze al centrocampista Pierferdy e all’ex bomber di Reggio Calabria le sue speranze europee.
A 4 punti, ai margini della zona retrocessione il Livorno, con la tifoseria più rossa del campionato. Il nuovo presidente greco sembra aver dato fiducia ai tifosi, ma i problemi in campo restano, troppi brocchi che si credono campioni.
In piena zona retrocessione con 3 punti c’è la Lazio, i fratelli camerati affidano le proprie sorti alla bella (e photoshoppata) Giorgia, ma è ancora una squadra senza un gioco convincente.
In zona retrocessione anche il Chievo, a solo due punti, che dopo le dimissioni del presidente bocconiano sta attraversando un periodo di crisi, a nulla sono serviti gli acquisti del nuovo direttore sportivo Boldrin, lo spirito liberista dell’allenatore Guy è rimasto nelle Fiandre.
Le altre squadre hanno talmente pochi punti che non sono state rilevate. Per ora è tutto, vi terremo aggiornati.

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Bettino Luís Nazário de Lima

 

Il pagellone del martedì

mosca38a Giornata.

Monti, senza voto: facciamo un appello, chi ha sue notizie ce le dia, è pur sempre l’uomo che doveva salvare l’Italia.

Vespa, voto 2: cosa non si fa per un po’ di audience?

Eloy Teruel, voto 2: tour della California, Eloy non ci può credere è primo. Alza le mani in segno di vittoria, taglia il traguardo ed esulta. Peccato però che doveva fare ancora un altro giro del circuito. Finirà 56esimo. Il voto è basso, ma sappi caro Eloy che sei il nuovo eroe di questa redazione.

Brunetta, voto 3: Renatino questa è l’ultimo voto per questo campionato. Ma non ti preoccupare ti stimeremo ancora…anche in spiaggia a Copacabana.
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A pugno chiuso – Intervista a Paolo Sollier

Nella storia del calcio italiano ad un certo punto fa capolino un calciatore barbuto e con i capelli lunghi che prima di ogni partita faceva il saluto col pugno chiuso. Oggi Paolo Sollier, calciatore comunista, vive a Vercelli, tra le risaie, e ha voluto concedere un’intervista alla redazione di #Volevoilrigore. è così che il nostro inviato si è trovato a passare una mattinata di metà maggio a parlare di calcio e di politica, immersi tra libri, migliaia di vinili e con accanto la foto del Che che li osservava.
Paolo_Sollier

Cosa fa adesso Paolo Sollier?
Sono ancora allenatore, virtualmente, ma è il secondo anno che non ho proposte, inoltre collaboro con la nazionale scrittori e mi occupo, come posso, un pochino di politica.

Di politica non ha mai smesso di occuparsene?
La politica ha sempre fatto parte della mia vita, ma sempre fuori dagli schemi precostituiti. Mi sono trovato sempre ‘in opposizione’: adesso faccio parte dell’iniziativa della Lista Tsipras, che potrebbe essere il collante per unire la sinistra italiana in un momento dove il neoliberismo di destra e di sinistra, o meglio ‘delle due destre‘, come dice Revelli, impera. Continua a leggere

Onore all’Atlético, equipo total

Atletico Madrid vs Barcelona

 

di Daniel Degli Esposti.
Nessuna forma d’arte umana divide l’anima come il calcio: le grandi squadre disegnano
melodie, intarsiano emozioni, si impadroniscono dei cinque sensi e catturano il sesto. Quando il tifo contagia una vita, il tempo scandisce il ritmo di una cultura: si nutre di gioie, ingoia dolori, respira l’atmosfera che avvolge gli stadi, sospira passione. 17 maggio 2014: più di 99.000 cuori pulsano impazziti sugli spalti del Camp Nou; tanti altri si scaldano davanti a migliaia di schermi. Il mio corre dietro alle immagini sincopate del web e insegue il sogno dell’ultimo grande ballo blaugrana. Continua a leggere