Raheem fa sognare Anfield… sulla scia di Manè.

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Di Daniel Degli Esposti

Sterling è la rivelazione più intrigante della squadra più bella d’Inghilterra: la sua esplosività leggiadra rimanda alle immagini del numero 7 più forte di sempre.

L’ala è il cavallo del calcio: scardina le scacchiere, disarciona i terzini, scompagina i piani della difesa. Sprizza sul campo l’ebbrezza di Dioniso, travolge l’armonia apollinea degli schemi, crea rotture. Non tutti gli scacchisti sanno usare il loro pezzo più imprevedibile, non tutti gli allenatori sono capaci di sfruttare i loro giocatori più estrosi; se non hanno la follia di sintonizzarsi sulle loro fantasiose frequenze, non riescono a sentire i vuoti del tempo e dello spazio che i loro dribbling riempiono di poesia. Vivono di sogni, le ali: non vedono passaggi immaginifici, non ricamano tocchi risolutivi. Disegnano calcio con il mulinello sincopato delle gambetas, pennellano traiettorie impensabili, galoppano lungo scie che nessun altro può conoscere, non sopportano le regole; sono gli evangelisti eretici del futebol moleque, gli apostoli di un gioco che sgorga dal cuore e zampilla dalle dita, i folli che predicano l’ascesa al potere dell’immaginazione.
Nessun uomo ha incarnato l’essenza di questo ruolo-non-ruolo meglio di un ragazzino deforme che nacque nella selvaggia povertà di Pau Grande il 28 ottobre 1933: Manuel Dos Santos. Gli stenti dell’infanzia e la poliomelite segnarono il suo corpo: il suo ginocchio destro si piegava verso l’interno poiché la gamba era troppo corta per restare dritta, mentre quello sinistro si apriva al mondo intero. Non riusciva a correre normalmente, ma imparò a saltellare con la leggerezza dei passeri che inseguiva lungo i sentieri del suo Brasile: la gente di Pau Grande cominciò a chiamarlo Garrincha e, quando vide che i suoi occhi strabici danzavano al ritmo celestiale che i suoi piedi imponevano a qualsiasi tipo di oggetto sferico, pensò che Dio lo avesse mandato sulla Terra per vendicare il Maracanaço. Era la nemesi dell’Uruguay, il genio del dribbling, l’alegria do povo: nessun terzino riusciva a fermare le sue gambe storpie, nessuna regola reggeva l’urto della sua magia, nessuna scienza poteva offrire spiegazioni ai missili che faceva esplodere dal suo esterno destro. Molti fisici studiarono quei tiri impetuosi, parecchi allenatori sbandierarono presunte contromosse, tanti giocatori si illusero di aver trovato l’antidoto a Manè: tutti finirono insieme fuori strada. Mel Hopkins, il terzino sinistro del Galles, se lo trovò di fronte nel momento più alto della sua leggenda, il Mondiale del 1962; le sue parole esprimono la meraviglia che l’universo britannico provò di fronte al suo talento: “Credo che fosse più pericoloso di Pelé a quel tempo. Era un fenomeno, capace di pura magia. Era difficile capire in quale direzione stesse andando per via delle sue gambe e perché era a suo agio col piede sinistro come con il destro, quindi era in grado di tagliare verso l’interno o andare verso il fondo e, inoltre, possedeva un tiro tremendo.”
L’atmosfera del campo trasformava quel fragile fascio di difetti in un prodigio di superba eleganza: il ragazzo selvaggio della favela diventava un eroe romantico, un esteta solitario, un essere mitico. Solo le sue debolezze potevano frenarlo: la passione smodata per l’alcol e la paurosa tendenza a imbarcarsi in ardenti storie di sesso corrosero il suo fegato, fecero vacillare le sue ginocchia e prosciugarono tutti i suoi guadagni. Sparse per il mondo una quindicina di figli e il profumo di un incantesimo tecnico senza eguali, poi si spense. Solo. Nel buio di una clinica che non avrebbe mai potuto salvarlo: aveva solo 49 anni, era povero in canna e non sarebbe riuscito a pagarsi neanche il funerale, ma il Dio dei brasiliani aveva bisogno di un’ala destra che lo facesse divertire e lo chiamò a sé. Il popolo che lo aveva adorato lo seppellì a Pau Grande e volle che, accanto alla sua lapide, sette candele rischiarassero il buio: nessuno aveva mai illuminato il calcio come il loro immenso numero 7…
Da qualche tempo, però, i pochi visitatori della tomba di Garrincha hanno notato una strana coincidenza: le fiammelle che la proteggono dal buio ruggiscono di luce. Si muovono sinuose, assecondano il ritmo caraibico di una danza impetuosa: sentono che da qualche parte, nell’altro emisfero, un ragazzino sta riportando alla luce le gesta della Leggenda. Chissà: e se il Dio dei brasiliani avesse voluto restituire al mondo una scintilla di Manè? E se fosse arrivato il momento di un nuovo convettore di emozioni? Le sette candele sobbalzano ogni volta che un ragazzino di Kingston brucia l’erba leggendaria di Anfield con i suoi dribbling e fa ruggire la KOP: sembra che una cellula del genio più puro del calcio verdeoro si sia incarnata in un bambino nero cresciuto nella semplicità povera della Jamaica. Quale terra avrebbe potuto accoglierlo meglio della patria del reggae e dell’atleta più folgorante di sempre? Le sue gambe nascondono il tritolo: il calcio moderno non comprenderebbe le rime incatenate di varismo e valgismo che Manè regalava ai suoi tifosi. Il suo cuore esplode di passione: quando si muove, l’aria si sposta insieme al pallone. È una furia: anche quando perde l’equilibrio, una nota dei suoi caraibi lo rimette in sesto e gli dona una carezza d’esterno. I fisici hanno già iniziato a interrogarsi sulle sue galoppate e sull’irrealtà di molti dei suoi cross, ma un paio di testimoni confermano che le loro teste hanno accompagnato in fondo al sacco l’oggetto del contendere. L’anagrafe testimonia la loro attendibilità: rispondono ai nomi di Daniel Sturridge e Luis Suarez. Giocano insieme a questo ragazzino e, ogni tanto, lo guardano correre per ricaricarsi: le sue esplosioni di talento accendono il loro orgoglio e la gioia della KOP. Che questo Raheem Sterling sia già pronto a diventare l’Alegria di Anfield? Difficile da dire, soprattutto se un demiurgo portoghese si diverte a parcheggiare il suo bus davanti ai pali di un bizzarro quarantunenne australiano, ma facile da sperare: quanto ci sarebbe bisogno di un erede di Manè!  

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