Onore all’Atlético, equipo total

Atletico Madrid vs Barcelona

 

di Daniel Degli Esposti.
Nessuna forma d’arte umana divide l’anima come il calcio: le grandi squadre disegnano
melodie, intarsiano emozioni, si impadroniscono dei cinque sensi e catturano il sesto. Quando il tifo contagia una vita, il tempo scandisce il ritmo di una cultura: si nutre di gioie, ingoia dolori, respira l’atmosfera che avvolge gli stadi, sospira passione. 17 maggio 2014: più di 99.000 cuori pulsano impazziti sugli spalti del Camp Nou; tanti altri si scaldano davanti a migliaia di schermi. Il mio corre dietro alle immagini sincopate del web e insegue il sogno dell’ultimo grande ballo blaugrana.
Quanto sarebbe bello salutare Puyi e onorare la memoria di Tito con un trofeo! Già, le ragioni del cuore: la mente e la logica non le possono intendere; molte volte anche la giustizia si allontana dalle loro strane pieghe. Come potrebbe sopravvivere lo spirito dello sport più vero se l’equipo total, la meravigliosa macchina da guerra del “Cholo”, si spegnesse sul più bello senza vincere nulla? Chi potrebbe restare indifferente davanti alle loro lacrime? Non la giustizia; l’equità? Neppure. Eppure, gli dei del calcio chiudono gli occhi: Diego Costa si accascia sull’erba (per lui) maledetta del Camp Nou, Arda Turan viene abbattuto da Fàbregas e Alexis Sànchez – l’uomo del “Tata” – pesca dal cilindro il gol della vita. 1-0 Barça, la Liga si tinge di blaugrana. Esulto insieme a tutto il popolo Culé, ma non è finita: quando i Colchoneros battono un corner, il pallone torna tondo. La squadra che merita di più deve vincere il campionato. Godin salta e si prende in spalla tutti i suoi compagni: la sua fronte vola a prendersi il favore del Destino. 1-1. Il digiuno del cuore popolare di Madrid finisce nell’ebbrezza di una gioia indicibile: le anime più vere dello sport blaugrana accompagnano le lacrime biancorosse con un applauso. Alla mia piace pensare che due di loro, da qualche parte, sorridano benevole alla vista del “Cholo”: quella di Johan Cruijff non ha mai smesso la camiseta quatorze e continua a sperare nella rinascita etica delle Ramblas pallonare, ma benedice il banchetto povero dei materassai. Nessun essere senziente ha mai incarnato l’essenza dell’underdog meglio di lui: i suoi piedi piatti hanno dipinto la storia del calcio, le sue caviglie deformi hanno vergato inni alla poesia dello sport, il suo cuore ribelle adora il coraggio di chi sa sognare la totalità sulle note del suo Maestro, Rinus Michels, l’altra grande anima tulipana del Futbol Club Barcelona. La sua leggenda assiste assorta allo spettacolo unico di un gruppo che ha dato nuova vita alla sua rivoluzione copernicana: vive in un’altra dimensione e sente che Diego Pablo Simeone ha impiantato la garra argentina e l’orgoglio del Sudamerica sul tronco fecondo della sua idea. Ha intuito fin da subito che l’architetto dei Campioni non è un difensivista: vede i movimenti armonici della sua squadra, scorge la capacità di allargare e restringere il campo a seconda delle situazioni, ammira le ripartenze fulminee degli avanti e le sovrapposizioni impetuose dei terzini. Capisce che i ragazzi del “Cholo” vivono pienamente il loro ruolo, ma sanno scambiarsi le posizioni e le competenze; esalta lo spirito di una panchina che non si arrende di fronte alle responsabilità più grandi e non fa rimpiangere il peso incredibile dell’attaccante più solido del mondo e del vero manifesto ideologico del nuovo corso colchonero. Sorride perché ha capito che la forza e la tecnica di Arda Turan contagiano Gabi e riempiono i polmoni di Tiago, la caparbietà di Diego Costa penetra nei muscoli guizzanti di Adriàn Lopez e l’Atlético copre il campo con la fame argentina del suo condottiero. Anche se il “suo” vecchio Barça non ce l’ha fatta, si sente felice poiché sa che ha vinto l’equipo total, la massima espressione contemporanea dello spirito onni-calcistico dell’Arancia Meccanica: una squadra pragmatica come la nazione tulipana e caliente come il cuore del “Cholo”, un gruppo solido, un’incredibile unità di uomini. Un insieme omogeneo di giocatori sottovalutati e ragazzi pronti per l’empireo del calcio mondiale, un dolce miscuglio di bulimia agonistica e sagacia tattica, un meraviglioso esempio di dedizione alla causa. Il talento cristallino di un ventunenne poliglotta che si è scoperto insuperabile fra i pali, il solido genio di un prodigioso tuttocampista, lo spirito indomito di un guerriero barbuto e i muscoli possenti del dueño dell’attacco colchonero, ma anche l’attenzione difensiva di due brasiliani atipici, il carisma poderoso dell’erede di Obdulio Varela, le tempie nude di un improbabile terzino e l’indicibile sfortuna dell’ex-di turno.
E la forza interiore del capitano, unita alle scintille di samba di un eterno incompreso e
all’esplosività di un ragazzo in cerca della sua vera strada. Courtois, Filipe Luis, Miranda, Godin, Juanfran, Gabi, Mario Suarez, Arda Turan, Koke, Villa, Diego Costa: una poesia agonistica che i tifosi dell’Atlético ripeteranno dieci volte con il suo seguito. Aranzubia, Alderweireld, Rodriguez, Diego Ribas, Adriàn Lopez e tutti gli altri che sono diventati grandi sotto l’ombra poderosa del “Mono” Burgos e grazie alla guida prodigiosa di un allenatore straordinario. Il popolo del Camp Nou e i tifosi del Barça hanno reso omaggio alla gioia colchonera poiché il 17 maggio non hanno trionfato solo il “Cholo” e la sua squadra, ma ha vinto l’idea di un calcio lontano dai veleni e dalle polemiche. L’Atlético ha mostrato al mondo che i progetti e le speranze possono più dei denari e dei trucchetti; il suo successo ha gridato allo sport che gli infortuni non sono spade di Damocle, ma spinte al sacrificio collettivo e all’unione passionale con la propria gente. Che la festa abbia inizio, e che duri fino a Lisbona!

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