A pugno chiuso – Intervista a Paolo Sollier

Nella storia del calcio italiano ad un certo punto fa capolino un calciatore barbuto e con i capelli lunghi che prima di ogni partita faceva il saluto col pugno chiuso. Oggi Paolo Sollier, calciatore comunista, vive a Vercelli, tra le risaie, e ha voluto concedere un’intervista alla redazione di #Volevoilrigore. è così che il nostro inviato si è trovato a passare una mattinata di metà maggio a parlare di calcio e di politica, immersi tra libri, migliaia di vinili e con accanto la foto del Che che li osservava.
Paolo_Sollier

Cosa fa adesso Paolo Sollier?
Sono ancora allenatore, virtualmente, ma è il secondo anno che non ho proposte, inoltre collaboro con la nazionale scrittori e mi occupo, come posso, un pochino di politica.

Di politica non ha mai smesso di occuparsene?
La politica ha sempre fatto parte della mia vita, ma sempre fuori dagli schemi precostituiti. Mi sono trovato sempre ‘in opposizione’: adesso faccio parte dell’iniziativa della Lista Tsipras, che potrebbe essere il collante per unire la sinistra italiana in un momento dove il neoliberismo di destra e di sinistra, o meglio ‘delle due destre‘, come dice Revelli, impera.

Come è cambiato il mondo del calcio?
Rispetto a quando giocavo, vi sono ere geologiche di differenza: l’ingresso di molto denaro ha dato un’impronta Bollywoodiana al calcio, ora c’è un’eccessiva mediatizzazione e un ‘divismo’ dei calciatori più importanti. C’è, però, anche il calcio giovanile e quello minore, in cui prevale ancora la passione che porta a giocare migliaia di ragazzi e dove ci sono molti dirigenti che non ci guadagnano nulla, anzi ci perdono.
A livello giovanile, però, sta nascendo una nuova divisione in classi dovuta alla crisi, perché per poter giocare a calcio bisogna iscriversi alle società, cosa che costa soldi, e molte famiglie non possono permettersi, la soluzione sarebbe quella di destinare maggior spazio allo sport nelle scuole.

Cosa salva del calcio moderno?
Il calcio mi appassiona ancora, una bella partita allo stadio o in televisione me la guardo volentieri, ma preferisco stare un po’ distante da tutto il resto. Ci sono molti problemi, come dimostrano ad esempio i fatti di Roma, mi chiedo quanti di questi ragazzi che fanno parte dei gruppi ultrà abbiano mai fatto sport. Non voglio generalizzare, in alcune città i gruppi ultrà si impegnano anche nel sociale, si rendono utili, ma io vedo tanta energia sprecata e degna di altri impegni.

Come si è arrivati a tutto questo?
Penso che sia un discorso di maturità delle persone, che negli ultimi anni si è persa. Nel nostro Paese, a un certo punto, c’è stato un periodo di allontanamento della politica e dall’impegno -‘il riflusso’, lo chiamavano negli anni 80-, oltre ad una grande ondata di neoliberismo che ha portato ad un’individualizzazione della vita sociale e alla privatizzazione dei beni comuni, di fatto trasformando una società da solidale a competitiva. Questo vale anche nel calcio e nello sport: i procuratori ne sono un esempio, come la trasformazione dei club in s.p.a., società che devo produrre utili. Inoltre i proventi televisivi provocano altre distorsioni, come il campionato spalmato in più giorni, sempre più fruibile in tv e causa dello svuotamento degli stadi.

Quindi la televisione ha peggiorato il calcio?
L’ha reso un po’ una finzione, più uno show che un sport. A volte si parla addirittura più del commento della trasmissione televisiva che non della partita stessa, spesso si sta più attenti alla polemica che al gioco. Non capisco tutte queste polemiche legate agli errori dell’arbitro: è umano, fa parte del gioco, come il centravanti che sbaglia un gol. L’errore è educativo, fa capire ai ragazzi che si può sbagliare, fa parte della crescita di chi fa sport. La questione della moviola in campo dà un’idea di come molte persone non abbiano capito bene come funziona il mondo sportivo, oltre che, a parer mio, provocherebbe una forte diseguaglianza se non venisse applicata in tutte le categorie. Finché non si accetterà l’errore non si vivrà in modo sano questo sport: i migliori sono diventati tali proprio perché hanno sbagliato e imparato dai propri errori.

Chi ritieni che siano i migliori oggi?
Rimanendo in Italia, certamente Buffon, Pirlo e Balotelli sono i migliori nei loro ruoli, anche se Balotelli ha tante potenzialità ancora inespresse. Un altro giocatore molto importante è De Rossi, mentre Rudi Garcia mi ha colpito molto come allenatore. Poi ci sono i vari Capello, Ancelotti, Lippi che hanno vinto tutto, Guidolin che seppur con squadre più deboli ha sempre ottenuto risultati di qualità, ed anche Conte è molto bravo, anche se suscita una giusta antipatia. Senza dimenticare Sacchi, che ha segnato un’epoca, ma l’ho sempre trovato troppo talebano, mentre la parabola di Zeman mi ha sempre più affascinato che convinto

Invece i migliori del passato?
Facile, c’erano Zoff, Rivera, Mazzola, Riva, Bulgarelli e Tardelli, anche se il mio idolo da ragazzo era straniero e si chiamava Omar Sivori. Tra gli allenatori, il Trap non si discute e Scopigno ha fatto qualcosa di eccezionale vincendo il campionato a Cagliari. Io ho avuto anche la fortuna di avere allenatori bravi come Castagner, artefice del “miracolo” Perugia, e Bagnoli, poi autore dello storico scudetto veronese. Anche Sassi a Vercelli era molto bravo.

Invece cosa ne pensa del codice etico di Prandelli?
Prandelli ha fatto un mezzo passo falso: se tu dici una cosa la devi poi far rispettare, se imponi un codice etico devi poi applicarlo. Però, io penso che Prandelli debba giudicare chi convocare in Nazionale in base alle sue impressioni ed al rapporto instaurato, non in base al codice etico.

Un ricordo bello della sua carriera?
Tutta la mia carriera, direi, perché ho avuto un percorso insolito e sono stato molto fortunato. Ho iniziato col Vanchiglia, sono passato al Cinzano e poi a Cossato, in quarta serie. Dopo ho giocato con il Perugia in A e in B, con il Rimini in B, e infine a Vercelli di nuovo in quarta serie. E’ stata una carriera inaspettata e per questo ne sono molto felice. Anche perché oggi farne una del genere è quasi impossibili, tutto viene programmato ed atteso.

Un suo rimpianto?
L’anno in serie A non l’ho vissuto con la serenità giusta, per via dell’occhio dei media che avevo addosso per essere il calciatore comunista.

L’appartenenza politica le ha mai creato problemi?
No, ho trovato sempre dei dirigenti molto maturi, che anche se avevano idee diverse dalle mie non mi hanno mai ostacolato. Avevo buoni rapporti sia con gli allenatori che con i miei compagni, sono sempre stato accettato nello spogliatoio, quindi credo che i miei comportamenti nei loro confronti non abbiano mai creato problemi.

Come è nato il saluto col pugno chiuso?
E’ nel periodo in cui giocavo a Cossato: allora i miei amici che aderivano a Mani Tese venivano a vedermi giocare ed io li salutavo come ci salutavamo il giorno prima in manifestazione.
Quando sono andato a giocare nei professionisti, invece, è diventato un gesto riferito più a me stesso, che mi permetteva di ricordarmi da dove venivo, quali erano i miei ideali e le mie passioni. Infine è diventata una cosa simbolica.
Nella copertina del mio libro, infatti, c’è la foto in cui faccio il saluto col pugno chiuso, mentre nella riedizione c’è una foto di quando gioco a San Siro. Negli anni ’70 la società percepiva il cambiamento e tutte le trasformazioni positive che stavano avvenendo e nel pugno chiuso c’era la volontà di essere testimoni del proprio tempo, peccato che poi sia finito tutto con il riflusso, il terrorismo e l’eroina.

Qual è il rapporto tra sport e politica?
Lo sport è una cosa molto educativa, significa rispetto delle regole, salute, competizione leale. Ce ne vorrebbe davvero molto di più nelle scuole per far crescere meglio i ragazzi.
Lo sport professionistico è pienamente calato nell’atmosfera liberista, dove contano più gli investimenti che le persone: c’è tanta promozione di se e si mette in secondo piano la squadra. Se è vero, però, che i campioni ti fanno vincere, essi hanno comunque bisogno di una squadra. L’idea dell’uomo solo al comando è antistorica, antidemocratica ed antisportiva: la storia ha dimostrato che chi diceva che avrebbe salvato una nazione da solo in genere l’ha affossata.

Quindi l’avversario è il liberismo?
Certo, sia quello dichiarato che quello mascherato. Penso a Tony Blair e alla ‘terza via’, a cui pare si ispiri il nostro premier, che ha fatto molti danni alla sinistra, al suo partito ed al suo Paese. Ha vinto dopo la Thatcher, chiunque avrebbe vinto con tutti i danni che aveva fatto, però ha governato mentendo al suo Paese, alleandosi con Bush, dichiarando guerra all’Iraq e pensando di poter governare il capitalismo da sinistra. Blair ha ridotto ai minimi termini il Labour Party, il suo è un monumento all’individualismo, ed io posso tranquillamente maledire le sue scelte e chi le segue.
Il liberismo è quello che unisce le due destre e la TAV è un esempio sulle cose per cui le due destre si uniscono.

La battaglia politica è quindi per ribaltare il paradigma neoliberista?
Si, questa crisi ha provocato forti tensioni sociali, povertà ed anche tensioni militari, la situazione in Ucraina è una polveriera, e purtroppo io ancora non riesco a vederne la fine. Ricordo che una delle origini di questa crisi sta nel fatto che Clinton ha abolito la differenza tra le banche commerciali e le banche d’investimento favorendo la speculazione finanziaria, fu un provvedimento preso da quella che avrebbe dovuto essere la sinistra. Oggi solo la lista Tsipras prevede di ritornare a quella differenziazione, di tassare le rendite finanziarie e di combattere i paradisi fiscali.

Renzi quindi fa parte della seconda destra?
Ne fa parte a pieno titolo, basta vedere il jobs act, efficacemente definito da qualcuno come precariact: un provvedimento che non dà altra prospettiva se non la precarietà, lo dicono anche molti economisti autorevoli. Senza parlare di altri provvedimenti criticabili, come la riforma del Senato e la legge elettorale.

Renzi le darebbe del gufo.
Possibile che un premier 2.0 sia anche superstizioso? Comunque il gufo è un simpatico animaletto con cattiva stampa. Meglio quello, in ogni caso, dell’avvoltoio blairista che volteggia tristemente sul paese, e questa non è superstizione.Gli risponderei dicendogli che sono un cittadino che pone delle critiche su dei provvedimenti antidemocratici e incostituzionali. Lui porta avanti delle riforme disoneste che limitano la rappresentanza e la partecipazione. E rendono stabile, terribile ossimoro, il precariato.

Che speranze ha per il futuro di questo Paese?
In questo momento le speranze sono pochissime, ma ho fiducia negli italiani perché nei momenti peggiori ritrovano delle energie e una coesione incredibile, come accadde durante la Resistenza.
Poi ci sono altri casi in cui improvvisamente gli italiani trovano delle risposte per rendere la società migliore, come in occasione del referendum sul divorzio, sull’aborto, sull’acqua pubblica.
Ora c’è un blocco politico-ideologico e mediatico che ingessa ogni processo di cambiamento e di miglioramento della società: in televisione ci sono solo Renzi e Berlusconi, e pezzi di Grillo, non c’è spazio per nessun altro, nemmeno per la discussione nel merito, è solo una ripetizione di slogan.
Solo una minoranza prova ad opporsi a questo, ma spero che le intelligenze riusciranno a salvare il Paese e a trasformare questa minoranza in una forza che davvero cambi concretamente il paese, ovviamente senza rincorrere pericolosi padri della patria.

a cura di Raffaele Boninfante

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