Ryan Giggs: Forever Young

La leggenda vivente del Manchester United ha annunciato il ritiro dall’attività agonistica: accompagnerà Louis Van Gaal nella ricostruzione dei Red Devils. Un giocatore unico, un genio silenzioso, un uomo diverso.
giggs

Salford, 29 novembre 1987. Un giovane allenatore bussa alla porta della signora Lynne: ha appena assistito a una prodigiosa epifania calcistica e ha saputo dai suoi collaboratori che il suo protagonista abita in quella umile casa della periferia industriale di Manchester. La donna lo accoglie con una punta di scetticismo, ma intuisce che la sua offerta è piuttosto allettante: chiama Ryan e gli presenta il suo curioso interlocutore. Uno sguardo, un lampo, una firma: il ragazzo butta in soffitta la maglia del City e indossa quella rossa dello United. Gli piace molto poiché gli ricorda i colori del suo Galles e lo fa sentire orgoglioso della sua prima vera scelta da uomo: poteva continuare a vestire la divisa dell’Inghilterra, ma ha preferito seguire le stonate sirene della nazione materna. Non ha mai sopportato suo padre: quell’uomo sregolato ha sempre usato i suoi muscoli da rugbista per scavare rigagnoli di tensione, non è mai stato capace di amarlo davvero. Quando ha lasciato sua madre e il resto dei suoi miserrimi averi, Ryan non ha pianto; ha sempre odiato il suo cognome e non ha mai voluto che il mondo leggesse Wilson sulle sue spalle di giovane calciatore.

Il ragazzo non sa perché, ma sente che l’arguto scozzese che lo ha chiamato allo United è l’allenatore perfetto per quel momento della sua esistenza: quando saluta mamma Lynne, focalizza l’attenzione sul suo nome. Alex Ferguson. Nessuno dei due se ne rende ancora conto, ma la storia del calcio mondiale è appena cambiata. Per sempre. Il giovane gallese “orfano” di padre porta il suo talento all’Academy dei Red Devils: la sua maglia numero 11 grida la voglia di riscatto di un ragazzo timido ma orgoglioso e traduce il singolare miscuglio etnico che scorre nel suo sangue in una prodigiosa armonia di scatti furibondi. Quel ragazzo evita tutti i contrasti, ma vive di contraddizioni: è un adolescente, ma ha la maturità di un figlio dell’Inghilterra operaia e sente nel cuore la leggiadra saggezza del nonno paterno, nato e cresciuto nell’Africa Nera; è un’ala sinistra classica, ma spruzza sul campo lampi festosi di genio visivo; sta sempre zitto, ma ha un fascino magnetico. È perfetto per il Manchester United: non è ancora maledettamente irresistibile come George Best, ma è appena diventato maggiorenne… Il dio delle anagrafi non gli ha regalato neppure un cognome evocativo come quello del grande irlandese, ma il silenzio non lo infastidisce: adora le cinque lettere che identificano la sua prima uniforme rossa dei grandi. “GIGGS 11, suona bene”. – “Sì, può diventare un giocatore importante”. – “Chissà se con lui vinceremo il titolo: certo che affidarsi a un gallese e a uno scozzese è una bella scommessa!” – Nessun bookmaker, neanche nella patria del betting, avrebbe mai potuto quotare ciò che sarebbe successo nei ventiquattro anni successivi: Sir Alex Ferguson è diventato l’allenatore più vincente della storia del calcio britannico, Ryan Giggs ha guidato i due cicli più suggestivi della leggenda del Manchester United. Il suo palmarés conta tredici campionati inglesi, quattro FA Cup, quattro Coppe di Lega, dieci Community Shields, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, ma – soprattutto – due incredibili finali di Champions League, ma neppure una bacheca del genere riesce a spiegare la grandezza di un giocatore pazzesco. La fascia sinistra dell’Old Trafford si è trasformata in un’enorme tela verde e il Picasso del football l’ha onorata dei suoi tratti distintivi: una leggerezza infinita, una tecnica sublime, un tocco vellutato, una rapidità impensabile. Ha cavalcato l’ala con l’eleganza di un lord, ma ha rinunciato agli agi e alla gloria dei Tre Leoni poiché non ha mai voluto dimenticare la sua infanzia gallese e le radici della donna più importante della sua vita, mamma Lynne. Ha trasformato il calcio inglese in un fenomeno di massa, ma non ha mai perso la sua autenticità; quando Beckham e Ronaldo gli hanno portato via le copertine delle riviste, lui si è accontentato del suo vero palcoscenico: il campo. Nel 2011 i tifosi del Manchester United lo hanno eletto miglior giocatore della storia del club: George Best? Bobby Charlton? Paul Scholes? No, signori: Mister Ryan Giggs. Un riconoscimento del genere avrebbe spinto quasi tutti i giocatori di questo pianeta a ritirarsi fra squilli di tromba; non lui. Il numero 11 ha dribblato le prime accuse di immoralità coniugale con la sua consueta nonchalance, ha guardato in faccia il tempo e gli ha spiegato che la complessa teoria di un geniale scienziato ebreo del Württemberg era stata scritta per lui: il ticchettio dell’orologio biologico è sempre stato piuttosto relativo per la sua anima. Quando le gambe hanno smesso di farlo volare oltre gli avversari, ha mostrato al mondo che il segreto del suo successo ha sempre albergato pochi centimetri sopra il suo collo affusolato: un cervello nato per pensare calcio, due occhi creati per vedere l’inesistente, un paio di piedi capaci di disegnare ciò che nessuno avrebbe mai potuto nemmeno immaginare. Prima di ritirarsi, ha fatto in tempo a lasciare a Pep Guardiola un piccolo rimpianto: quanto sarebbe stato stupendo vedere le sue giocate armoniose nella splendida atmosfera di un Camp Nou vestito a festa? Bello, ma impossibile, poiché Ryan non avrebbe mai ammainato la sua splendida bandiera rossa. Forever Red Devil. Thanks a lot, Mister Giggs.

Daniel Degli Esposti

 

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