Didier e Yayà: le due anime della Côte d’Ivoire

 

Drogba e il minore dei fratelli Touré guideranno gli Elefanti nella loro terza avventura mondiale: il calcio salverà ancora il loro Paese?
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La Costa d’Avorio è l’emblema dell’Africa Nera: le sue foreste pluviali incantano con la maestosa sublimità della natura, le savane che punteggiano l’aspro confine con il Burkina Faso si alternano a terre fertili e feconde, le coste che aprono il Sud all’abbraccio dell’Oceano offrono piccoli porti e nascondono grandi insidie agli occhi fiduciosi dei navigatori meno esperti.

Quando gli emissari del Commonwealth salparono alla volta dell’Africa per cercare di un approdo sicuro nel Golfo di Guinea, le secche sabbiose del litorale ivoriano li spaventarono: le loro prue proseguirono l’avventura verso Est e trasformarono un altro splendido lembo equatoriale nella famigerata Costa degli Schiavi. I loro eredi si accorsero presto della prodigiosa ricchezza di quel territorio: dal momento che il commercio di esseri umani e le risorse naturali avevano riempito d’oro le casse di Sua Maestà, i pubblicisti d’Oltremanica lo ribattezzarono Gold Coast.

Per lunghi decenni, i migliori giovani che animavano la vita e l’economia dell’attuale Ghana e dell’intero bacino coloniale britannico furono gli sfortunati protagonisti del più drammatico flusso migratorio forzato della storia dell’umanità. Quando i tempi non consentirono più ai mercanti di trattare gli uomini come bestie da soma, gli antichi speculatori nascosero le apparenze dietro la cortina fumogena della dialettica: il curioso triangolo commerciale che avevano brevettato sulle acque buie dell’oceano non giustificava lo scandalo di una razzia infinita. Le generazioni perdute del Continente Nero giacevano in fondo all’Atlantico o soffrivano sotto i cieli d’America; il genocidio degli sventurati portò alla selezione dei più forti e gettò le basi per il più incredibile e inconsapevole esperimento eugenetico della storia dell’umanità: la nascita della stirpe afroamericana. I geni che hanno fatto esplodere i muscoli di Michael Jordan, LeBron James e Muhammad Ali vengono dal cuore nero dell’Africa e sono figli della tendenza commerciale più abominevole dell’età moderna, che aveva gonfiato di denari le casse inglesi. I francesi notarono la soddisfazione dei loro eterni rivali e non vollero che il loro Impero impallidisse al cospetto della Corona britannica. Quando videro il benessere dei mercanti che si spingevano fino all’Africa Nera, presero il mare e misurarono le loro abilità di attracco sullo splendido litorale che precedeva la Costa d’Oro. La missione non fu semplice, ma natura del luogo li folgorò: gli elefanti erano autentiche miniere d’avorio, l’umida maestosità della foresta pluviale si alternava alla benevola fertilità della terra equatoriale e la porzione più occidentale di quello scampolo di antica Guinea si apriva alle rotte che trasportavano i sogni commerciali e i deliri eurocentrici degli avventurieri.

La République trovò in quel meraviglioso frammento d’Africa la sua risposta al dominio inglese e battezzò la sua nuova perla equatoriale Côte-d’Ivoire. I suoi alfieri non sognavano le ricchezze del commercio triangolare: volevano costruire una grande Francia, immaginavano un impero che diffondesse la luce della civiltà parigina in tutto il mondo. I popoli sottomessi dovevano essere educati e guidati verso la cittadinanza occidentale: le loro culture native non meritavano i palcoscenici della modernità poiché non avevano mai aperto le porte dell’Africa al progresso.

La terra degli elefanti divenne presto il motore equatoriale dell’economia francese: le sue sterminate risorse naturali alimentarono a lungo un sistema che non riusciva a reggere il peso del suo superbo progetto ideologico. L’Impero si sgretolava e le sue tante patrie cercavano un posto nel mondo: la Côte d’Ivoire trovò il suo il 7 agosto 1960, quando Parigi riconobbe la sua indipendenza e accettò la caduta del trattino che univa la localizzazione geografica alla sua preposizione semplice. Abidjan e il Paese si avviavano verso il loro futuro sotto l’ala protettiva dei francesi, ma Félix Houphouët-Boigny decise di costruire lo Stato intorno al suo ritratto: mentre il mercato globale allungava le mani sulle risorse naturali della nuova comunità nazionale, Yamoussoukro – l’umile villaggio natale del Presidente – divenne la nuova capitale amministrativa della Costa d’Avorio. Houphouët-Boigny mantenne il potere fino al 1993, l’anno della sua morte: il suo paternalismo autoritario aveva concentrato le ricchezze nelle mani di poche famiglie, ma aveva anche impedito che i cristiani del Sud entrassero in conflitto con i musulmani del Nord. Quando il suo successore Henri Konan-Bédié ebbe una legittimazione popolare, il Paese fu sconvolto dall’ultima crociata culturale del Secolo Breve: la politica, l’economia e la società dovevano essere dominate dagli autentici ivoriani, che erano chiamati a mostrare al mondo le radici autentiche della cultura del loro Stato e a discriminare apertamente gli immigrati musulmani del Burkina Faso, che contribuivano al decollo delle esportazioni con il loro lavoro nelle piantagioni di caffè e di cacao.

Il Sud cristiano cavalcò l’ondata sciovinistica e autoritaria di Bedié e Gueï, mentre il Nord islamico si schierò con Alassane Ouattara; quando il Fronte Popolare di Laurent Gbagbo vinse le elezioni, la classe dirigente di Abidjan decise di cacciare il simbolo politico “burkinabè” per legittimare il suo pieno potere sul Paese. La reazione dei musulmani fece divampare una delle più sanguinose guerre civili del nuovo secolo. Mentre la Costa d’Avorio era sconvolta dal conflitto interetnico, due giovani promesse del pallone africano muovevano i loro primi passi sul palcoscenico del calcio mondiale: uno portava nel cuore le vie polverose di Abidjan e l’atmosfera del Sud; l’altro si adattava agli stenti della miseria e cresceva con la forza interiore del Nord musulmano. Il primo conquistava l’aria di Guingamp, il cielo di Marsiglia e la leggenda di Stamford Bridge con il carisma di un iniziato dei riti sacri del pallone; il secondo si prendeva il Camp Nou e stregava il vecchio City of Manchester – che i petro-dollari dello sceicco Mansur bin Zayd Al Nahyan hanno orrendamente ribattezzato Etihad Stadium – con la versatilità poliedrica di un atleta capace di coprire qualsiasi ruolo che Herbert Chapman e gli altri grandi teorici del football mondiale hanno elaborato nei loro superbi intelletti calcistici. Didier Drogba e Yayà Touré, i simboli contrapposti del calcio ivoriano: due giocatori prodigiosi, che hanno dominato i principali campionati europei e hanno trascinato gli Elefanti alla fase finale dei campionati mondiali di Germania 2006 e Sudafrica 2010, ma anche – e soprattutto – due grandi uomini. L’Occidente li ha imparati a conoscere per le magiche gesta che hanno scolpito sui prati e per i milioni che hanno guadagnato in terra d’Albione; l’Africa ha visto la tenacia e la forza con cui hanno affrontato i drammi di un Paese diviso e la speranza che hanno saputo infondere ai loro connazionali. Nei mesi più convulsi della guerra civile, il “Dream Team” di Didier e Yayà ha infuso gioia e ottimismo ovunque, dalla “capitale morale” cattolica Abidjan alla roccaforte ribelle Bouake, dalle tribune degli stadi alle strade dissestate delle città, dagli spogliatoi alle piazze: grazie agli Elefanti, cattolici e musulmani hanno continuato a vedere le bandiere della loro comunità lacerata e a immaginare un futuro diverso da quello tracciato dalle armi. Neppure le tensioni della semifinale di Champions League del 2009 hanno spaccato lo spogliatoio della Côte d’Ivoire: i grandi leader del gruppo hanno coagulato intorno a sé i loro compagni e hanno trasmesso un sincero anelito di pace. Il loro impegno comune a superare i dissidi e le differenze ha ispirato un’intera generazione di attivisti, ma ha impedito alla squadra di raggiungere un vero trionfo internazionale: le angosce e le tensioni hanno spesso bloccato sul più bello gli Elefanti più illustri dell’Africa equatoriale, ma non li hanno tenuti lontani dal terzo Mondiale consecutivo. Negli ultimi giorni di maggio, Didier, Yayà, Gervé e i loro affamati compagni partiranno per il Brasile e porteranno con loro un bagaglio carico di consapevolezze e di desideri: ora che Gbagbo e Blé Goudé stanno pagando il prezzo dei loro crimini e Ouattara sta guidando il Paese verso una complessa pacificazione, potrebbe essere davvero la volta buona. Dopotutto, il Chelsea ha rotto la sua maledizione europea e il Manchester City ha vinto due titoli di Campione d’Inghilterra: chi le ha guidate fino a lì, queste due squadre? Ah, già! Didier Drogba e Yayà Touré!
Daniel Degli Esposti

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