Un Paese Immobile?

Mentre la disoccupazione giovanile non scende e la cultura non riceve fondi adeguati, il giovane (probabile) capocannoniere della Serie A si divide fra Dortmund e la Madrid colchonera. Goodbye Malinconia?

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Un apostrofo bianco-rosso per l’Europa.

 

 

RakiticCarriço

di Veleno

Il tabellone luminoso dello Juventus Stadium di Torino parla chiaro: “Siviglia campione! Sevilla campeon!”. Gli andalusi hanno vinto l’Europa League alla lotteria dei rigori contro un Benfica per l’ennesima volta vittima della maledizione di Bela Guttmann (ma questa è un’altra storia!).

Urla, corse, pianti e giri di campo; poi tutti sul palco d’onore, per ricevere le medaglie e per alzare la Coppa. Coppa alzata dal capitano, il croato Ivan Rakitic, tra le grida festose dei compagni di squadra che saltano e cantano per festeggiare una vittoria per nulla scontata, in un anno difficile. Le telecamere seguono secondo per secondo quello che è sempre un momento magico dopo ogni finale, e ad un certo punto rubano un momento, come dire, speciale. Il difensore portoghese Daniel Carriço, bardato di bandiera lusitana sulle spalle come i festeggiamenti comandano, si avvicina al capitano, Rakitic appunto, che ha appena sollevato la coppa davanti ai fotografi di tutta Europa. Gli si avvicina e, nella gioia del momento, compie un gesto tanto bello quanto istintivo: lo bacia. 

Questo bacio fa il giro del web in poche ore, scatenando commenti, ipotesi e retroscena. Il tutto perché quello del Calcio è ancora un mondo molto chiuso sul tema della sessualità dei suoi protagonisti; un mondo dove se un calciatore fa coming out, la cosa viene vista come una rivelazione epocale, soprattutto se il giocatore è famoso e gioca a livelli alti. Il Calcio è anche il mondo in cui vige un certo tipo di omertà su questo tema, dove un “Mai visti, ma non avrei nulla in contrario” diventa la dichiarazione da incensare e sottolineare come apertura. Come in tutti i mondi, però, prima  o poi qualcosa si muove e un calciatore inglese, Joey Barton (ne abbiamo parlato sul Blog qualche mese fa), fa da testimonial ad una campagna contro l’omofobia che arriverà poi anche in Italia. 

Un tema affrontato a “corrente alternata”, quindi, che vede in un gesto istintivo e innocente un bellissimo momento di gioia e felicità.

I commentatori si sono subito lanciati in svariate ipotesi, come quella che sarebbe tutta una trovata “pubblicitaria” contro l’omofobia; qualcosa di preparato, insomma. Questo non possiamo saperlo. Almeno fino a quando e se, eventualmente, non ci saranno dichiarazioni da parte dei due interessati. 

Per una volta, però, sarebbe bello fermare ipotesi e congetture, per godersi l’istantanea nel suo quadro complessivo. Un momento di gioia e di festa, in cui due persone esauste ed emozionate dopo una vittoria, seguono l’istinto del momento.

Tra due giorni, il 17 Maggio, sarà la giornata internazionale contro l’omofobia. E’ bello pensare che questo possa essere un piccolo contributo calcistico alla causa, per andare ancora più avanti nella sensibilizzazione. 

Un raggio di sole dalla Scozia

di Veleno.

E così il Celtic di Glasgow vince l’ennesima Scottish Premier League; la numero 45 per l’esattezza. Considerando che l’unica squadra in grado di vincere più dei biancoverdi, i Rangers, sono relegati nella terza serie del calcio scozzese, diciamo che questa vittoria è tutto fuorché una sorpresa.

Non sorprendono nemmeno il calore del Celtic Park e le coreografie dei suoi fantastici tifosi, che lo rendono una delle bandierine piùimportanti sulle mappe degli amanti del gioco.

Se tutto quello che è successo è, come dire, scontato, vi chiederete “cosa c’è di strano, allora?!”.

Quello che mi ha spinto a buttare giù queste righe, è un episodio successo a fine partita, durante i festeggiamenti di rito.


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Il Pagellone del Lunedì

mosca37ª Giornata.

Dell’Utri, voto 2: il fatto che si dichiari prigioniero politico è di sicuro la barzelletta della settimana. Si ride per non piangere.

Lega Calcio, voto 2: Le prime due squadre del campionato fanno parte dell’opposizione agli attuali vertici della Lega Calcio. Un organismo che va riformato, rinnovato, a partire dal presidente. I capi del calcio italiano chiudono la stagione con un raccolto magrissimo, in termini d’immagine e di risultati sportivi. Una casualità?

AreaDem, voto 2: un nostro redattore ha ricevuto un invito per la presentazione di AreaDem, si legge nell’invito l’area che sostiene Renzi ma fa riferimento a Franceschini e Fassino. Ecco non sentivamo proprio il bisogno di ricordarci della loro esistenza.

Salvini, voto 3: bisogna ammettere che ha avuto coraggio a fare un tour elettorale al,sud. Ma ci vuole una bella faccia di bronzo a lamentarsi se vieni contestato a Napoli. Chi non salta paraculo è! Continua a leggere

Il Pagellone del Mercoledì

 

mosca

 

36ª Giornata.

 

Alfano, voto 2: Alfano chi? direbbe Renzi. Succede di tutto a Roma ma al ministro dell’Interno non sembra importare molto. Angelino l’invisibile.

Coni e Lega Calcio, voto 2: cosa si prova ad accettare in casa propria regole imposte da altri?

Bonafè, voto 2: dice a Ballarò che Renzi è in discontinuità con Berlusconi perché porterà a casa la rivoluzione liberale. Crediamo che la Bonafè abbia sbagliato squadra.

Mazzarri, voto 3: perdere un derby dopo tre anni potrebbe essere normale, ma fare zero tiri in porta in novanta minuti no. Inutile come Brunetta, stessa stima e stesso voto.

Brunetta, voto 3: sempre la solita stima per Renatino nostro.
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Raheem fa sognare Anfield… sulla scia di Manè.

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Di Daniel Degli Esposti

Sterling è la rivelazione più intrigante della squadra più bella d’Inghilterra: la sua esplosività leggiadra rimanda alle immagini del numero 7 più forte di sempre.

L’ala è il cavallo del calcio: scardina le scacchiere, disarciona i terzini, scompagina i piani della difesa. Sprizza sul campo l’ebbrezza di Dioniso, travolge l’armonia apollinea degli schemi, crea rotture. Non tutti gli scacchisti sanno usare il loro pezzo più imprevedibile, non tutti gli allenatori sono capaci di sfruttare i loro giocatori più estrosi; se non hanno la follia di sintonizzarsi sulle loro fantasiose frequenze, non riescono a sentire i vuoti del tempo e dello spazio che i loro dribbling riempiono di poesia. Vivono di sogni, le ali: non vedono passaggi immaginifici, non ricamano tocchi risolutivi. Disegnano calcio con il mulinello sincopato delle gambetas, pennellano traiettorie impensabili, galoppano lungo scie che nessun altro può conoscere, non sopportano le regole; sono gli evangelisti eretici del futebol moleque, gli apostoli di un gioco che sgorga dal cuore e zampilla dalle dita, i folli che predicano l’ascesa al potere dell’immaginazione.
Nessun uomo ha incarnato l’essenza di questo ruolo-non-ruolo meglio di un ragazzino deforme che nacque nella selvaggia povertà di Pau Grande il 28 ottobre 1933: Manuel Dos Santos. Gli stenti dell’infanzia e la poliomelite segnarono il suo corpo: il suo ginocchio destro si piegava verso l’interno poiché la gamba era troppo corta per restare dritta, mentre quello sinistro si apriva al mondo intero. Non riusciva a correre normalmente, ma imparò a saltellare con la leggerezza dei passeri che inseguiva lungo i sentieri del suo Brasile: la gente di Pau Grande cominciò a chiamarlo Garrincha e, quando vide che i suoi occhi strabici danzavano al ritmo celestiale che i suoi piedi imponevano a qualsiasi tipo di oggetto sferico, pensò che Dio lo avesse mandato sulla Terra per vendicare il Maracanaço. Era la nemesi dell’Uruguay, il genio del dribbling, l’alegria do povo: nessun terzino riusciva a fermare le sue gambe storpie, nessuna regola reggeva l’urto della sua magia, nessuna scienza poteva offrire spiegazioni ai missili che faceva esplodere dal suo esterno destro. Molti fisici studiarono quei tiri impetuosi, parecchi allenatori sbandierarono presunte contromosse, tanti giocatori si illusero di aver trovato l’antidoto a Manè: tutti finirono insieme fuori strada. Mel Hopkins, il terzino sinistro del Galles, se lo trovò di fronte nel momento più alto della sua leggenda, il Mondiale del 1962; le sue parole esprimono la meraviglia che l’universo britannico provò di fronte al suo talento: “Credo che fosse più pericoloso di Pelé a quel tempo. Era un fenomeno, capace di pura magia. Era difficile capire in quale direzione stesse andando per via delle sue gambe e perché era a suo agio col piede sinistro come con il destro, quindi era in grado di tagliare verso l’interno o andare verso il fondo e, inoltre, possedeva un tiro tremendo.”
L’atmosfera del campo trasformava quel fragile fascio di difetti in un prodigio di superba eleganza: il ragazzo selvaggio della favela diventava un eroe romantico, un esteta solitario, un essere mitico. Solo le sue debolezze potevano frenarlo: la passione smodata per l’alcol e la paurosa tendenza a imbarcarsi in ardenti storie di sesso corrosero il suo fegato, fecero vacillare le sue ginocchia e prosciugarono tutti i suoi guadagni. Sparse per il mondo una quindicina di figli e il profumo di un incantesimo tecnico senza eguali, poi si spense. Solo. Nel buio di una clinica che non avrebbe mai potuto salvarlo: aveva solo 49 anni, era povero in canna e non sarebbe riuscito a pagarsi neanche il funerale, ma il Dio dei brasiliani aveva bisogno di un’ala destra che lo facesse divertire e lo chiamò a sé. Il popolo che lo aveva adorato lo seppellì a Pau Grande e volle che, accanto alla sua lapide, sette candele rischiarassero il buio: nessuno aveva mai illuminato il calcio come il loro immenso numero 7…
Da qualche tempo, però, i pochi visitatori della tomba di Garrincha hanno notato una strana coincidenza: le fiammelle che la proteggono dal buio ruggiscono di luce. Si muovono sinuose, assecondano il ritmo caraibico di una danza impetuosa: sentono che da qualche parte, nell’altro emisfero, un ragazzino sta riportando alla luce le gesta della Leggenda. Chissà: e se il Dio dei brasiliani avesse voluto restituire al mondo una scintilla di Manè? E se fosse arrivato il momento di un nuovo convettore di emozioni? Le sette candele sobbalzano ogni volta che un ragazzino di Kingston brucia l’erba leggendaria di Anfield con i suoi dribbling e fa ruggire la KOP: sembra che una cellula del genio più puro del calcio verdeoro si sia incarnata in un bambino nero cresciuto nella semplicità povera della Jamaica. Quale terra avrebbe potuto accoglierlo meglio della patria del reggae e dell’atleta più folgorante di sempre? Le sue gambe nascondono il tritolo: il calcio moderno non comprenderebbe le rime incatenate di varismo e valgismo che Manè regalava ai suoi tifosi. Il suo cuore esplode di passione: quando si muove, l’aria si sposta insieme al pallone. È una furia: anche quando perde l’equilibrio, una nota dei suoi caraibi lo rimette in sesto e gli dona una carezza d’esterno. I fisici hanno già iniziato a interrogarsi sulle sue galoppate e sull’irrealtà di molti dei suoi cross, ma un paio di testimoni confermano che le loro teste hanno accompagnato in fondo al sacco l’oggetto del contendere. L’anagrafe testimonia la loro attendibilità: rispondono ai nomi di Daniel Sturridge e Luis Suarez. Giocano insieme a questo ragazzino e, ogni tanto, lo guardano correre per ricaricarsi: le sue esplosioni di talento accendono il loro orgoglio e la gioia della KOP. Che questo Raheem Sterling sia già pronto a diventare l’Alegria di Anfield? Difficile da dire, soprattutto se un demiurgo portoghese si diverte a parcheggiare il suo bus davanti ai pali di un bizzarro quarantunenne australiano, ma facile da sperare: quanto ci sarebbe bisogno di un erede di Manè!