No pasaràn

Chelsea vs Atletico MadridUna città intera vibra attraverso i fuochi instabili di una parabola calcistica. I fulcri eterni di un caos insanabile scoppiano d’ansia, asciugano il cronometro: quando mai l’atmosfera letteraria di Lisbona ha vissuto una frenesia così ardente? Tutto il Continente si raggruma in una mezzaluna fertilissima: la zolla del calcio d’angolo dello stadio Da Luz ha concepito decine di sogni e ha messo le ali alle speranze di centinaia di ragazzi portoghesi. L’erba che la nobilita trasporta le ultime mosse di una stagione entusiasmante, pazzesca, bipolare. L’enorme macchia bianca che confida nella sua morbidezza si consuma nella fretta: la sua nobiltà reale soffre, si contorce, vuole correre. La languida compostezza della monarchia? La tiepida coscienza della connivenza? Il caldo dominio delle urne che sorridono alla sorte e la fredda chiusura di quelle che dovrebbero promuovere la libertà dei popoli? Nell’eterno presente dell’attimo, queste memorie giacciono sbiadite sul fondo della storia: le undici candide scintille che tremano sul campo sprizzano il terrore del naufragio. Il talento non gli è bastato; la lucida organizzazione della loro guida emiliana non ha arginato il grande orgoglio che anima l’altra panchina. Vedono la scintillante striscia rossa che esalta le righe bianche delle maglie dei loro avversari: quella stoffa rinforza i loro cuori, anima la loro nemesi. I cavalieri in bianco sentono gli umili salti del popolo ribelle che sta per strappare il trofeo dalle loro nobili mani, odono la concordia che unisce i respiri di quella massa vitale, avvertono la sua voglia di Storia: nell’anno della crisi materiale e del tramonto morale della Spagna di Mariano Rajoy, la riscossa dei materassai diseredati trascina la penisola iberica e l’Europa intera fuori dal torpore. Pochi secondi e la Luz dello stadio diventerà un grido del pueblo unido: la battaglia di Madrid sarà vendicata dopo quasi ottant’anni, alla faccia delle origini colchonere del suo funesto trionfatore. Il caudillo non amava il calcio, ma detestava ancora di più lo spirito aristocratico della monarchia castigliana; quando capì che non sarebbe mai riuscito a tranquillizzare il Paese senza l’appoggio della Corona e l’apporto fascinoso della sua emanazione sportiva, si convertì al vangelo del fùtbol e alla mistica dei cavalieri bianchi di Chamartin. La storia gli ha riservato una gloria macchiata di sangue, poi lo ha confinato in un oblio non ancora compiuto; il suo nome e il suo spettro continuano a incombere sulla scena iberica, la sua memoria si nasconde fra le pieghe oscure del cattolicesimo conservatore, il suo spirito occulto si annida nei settori più torbidi della curva che inneggia alla sua vecchia armata sportiva. I suoi oppositori non lo dimenticano: ogni volta che gli eredi calcistici delle sue vittime politiche incrociano i tacchetti con la Casa Blanca, un grido spontaneo riempie le loro gole: “No pasaràn!”

Già, non passeranno. Manca solo una parabola, l’ultima delle tante che hanno cercato di ferire quell’area. La più improbabile. El Flaco e il suo compagno brasiliano la romperanno con i loro salti e poi sarà solo festa; la Storia si calerà nel presente e indosserà una maglia biancorossa. Manca solo quest’ultima strana parabola: “No pasaràn!”

Gli angeli bianchi del nuovo Impero di Mammona cavalcano il loro simbolo per l’ultima speranza. Un blocco, uno scatto, un salto. La Storia si ferma: la sfera di cuoio che la accende cambia direzione. Gira in basso, poi a destra; si infila nell’unico fazzoletto che le grandi mani del guardiano dell’area piccola non possono controllare. Sfiora il magro alchimista del calcio col sorriso disperato dell’assenza di alternative. Bussa alla sua porta; lui – il palo – non si oppone e la trasforma in oro. La festa finisce prima di cominciare: una grande luce bianca avvolge il cielo di Lisbona. Comincia la sontuosa cavalcata delle ricchissime valchirie; un altro colpo di testa inchioda i sogni della curva colchonera al “sette” del suo portierone belga e prosciuga il serbatoio d’adrenalina del più prodigioso condottiero del calcio latino. Passano pochi minuti e un serpente velenoso incanta l’ultimo baluardo della resistenza biancorossa: è il preludio alla sfilata della stella più luminosa del firmamento europeo. La sua freccia parte dal dischetto e trafigge le speranze dei tanti calciofili che non amano il sapore artefatto delle meringhe. “Sono passati.”

Prodigio? Resurrezione? Miracolo sportivo? Rinascita di un sistema spettacolare? Terza meraviglia di Carlo Ancelotti? L’unica risposta affermativa passa dalla piazza di Reggiolo, da un angolo d’Emilia che ha dato i natali a uno dei migliori allenatori del Ventunesimo secolo: un uomo che ha saputo trasformare uno spogliatoio terremotato in un gruppo di campioni disposti a divertirsi insieme. Le altre domande oscillano sul vuoto che la perdita d’identità del progetto calcistico che ha plasmato nuova Spagna ha lasciato in eredità al suo giovane condottiero. Il colpo di testa di Sergio Ramos ha fermato il più bel messaggio che il Pallone europeo aveva elaborato negli ultimi anni: il tiki taka delle ramblas si smarrisce nel torbido di una gestione sciagurata e insegue le sirene del mercato globale? Non importa: un meraviglioso cuore argentino ha insegnato a una squadra di Uomini come vincere contro qualsiasi pronostico. Ha portato a casa la Liga, ma ha dovuto rinunciare al motore mobile del suo centrocampo ed è rimasto senza il faro del suo attacco pochi minuti dopo il calcio d’inizio della Partita più importante della sua carriera. Risultato? 0-1. Fino a quella maledetta ultima parabola, fino al novantatreesimo giro di lancette più decisivo del nuovo millennio calcistico, quando la Casa Blanca è passata e si è lanciata verso la sua Décima. Un trofeo meritato, ma arrivato solo all’ultimo respiro; una vittoria sofferta, che non ha spento l’orgoglio di tutti quei tifosi che continuano a opporsi all’idea sportiva che accompagna i merengues. “No pasaràn!”

Daniel Degli Esposti

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