Se il Brasile non vuole il Mondiale…

Le vittime nei cantieri, le proteste del popolo, le polemiche organizzative: il Paese del calcio rifiuta la sua creatura?
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di Daniel Degli Esposti

Il sorriso di Pelè ha plasmato l’ultimo mezzo secolo della storia brasiliana: O Rei ha trasformato la nazionale più sfortunata di sempre nell’imbattibile Seleçao e ha creato il mito della maglia verdeoro con i suoi lampi divini. Le sue giocate sono scolpite nella leggenda del Sudamerica: il ritmo allegro dei suoi passi, la furia affamata dei suoi balzi, l’intelligenza rivoltante dei suoi scatti, la lettura attenta di ogni gesto dei suoi avversari hanno elevato il calcio alla dignità apollinea dell’arte visiva. Quando ha abbandonato i prati, non ha mai smesso di seguire la sua creatura più bella: tutti i palloni finivano ai suoi piedi, ogni telecamera cercava il suo volto; persino il tempo risparmiava ai suoi occhi il peso delle rughe. Edson Arantes do Nascimento non poteva invecchiare: era il simbolo del suo Paese, incarnava la vitalità delle strade di Santos, brillava dell’orgoglio di un popolo diverso dagli altri. Sapeva comunicare la sua grandezza: la sua luce rifletteva la mistica paulista e il fascino del Maracanà, condensava l’anima lavoratrice della “capitale morale” e lo spirito festoso dei carioca. Era convinto che la FIFA avrebbe commemorato degnamente il cinquantesimo anniversario della sua prima Coppa Rimet: nessun regalo lo avrebbe reso più felice di un altro iride. Sognava che il Mondiale del 2014 finisse lungo le spiagge di Rio de Janeiro e nei grandi quartieri di San Paolo; voleva unire il Minas Gerais e Belo Horizonte sotto la meravigliosa bandiera del calcio. Il sesto titolo della Seleçao sarebbe arrivato nel tripudio del suo Brasile: altro che Maracanaço! La festa sarebbe andata avanti fino al Carnevale successivo!

Quando Sepp Blatter ha annunciato che la Coppa del Mondo si sarebbe persa nell’abbraccio del Cristo Redentore, O Rei ha lasciato che la sua fantasia corresse sulle ali del talento: la cornice era magica, la passione traboccava dalle favelas e raggiungeva i quartieri del grande sviluppo liberista, il momento assumeva le sembianze della Grazia. In fondo, Dio è sempre stato brasiliano! Tutto sembrava perfetto: il calcio si preparava ad atterrare nel tempio più sacro del Sudamerica e volava verso una nuova dimensione nel Paese che lo aveva onorato più di ogni altro. Nessuna cornice avrebbe reso onore ai campioni meglio del Maracanà; nessuna storia avrebbe anticipato la leggenda della Finale meglio del Maracanaço; nessun popolo avrebbe omaggiato il pallone meglio del crogiolo di etnie e culture che accendeva la splendida costa atlantica del Rio delle Amazzoni. Il più grande di tutti aveva appena vinto l’ennesima scommessa della sua straordinaria vita di prodigio; non era stato neanche difficile raggiungere quel risultato: i padroni del vapore sapevano che nulla avrebbe mai tolto al suo Brasile la passione per il calcio. Avevano trascurato soltanto un paio di dettagli, ma non pensavano che fossero troppo rilevanti: credevano che il prodigioso sviluppo economico che aveva cambiato i connotati sociali del Paese non avesse inciso sulle sue passioni ed erano convinti che l’emorragia europea delle stelle verdeoro non inficiasse i sentimenti che la gente nutriva nei loro confronti. Nello scenario del nuovo millennio, poche certezze organizzative vantavano una solidità paragonabile a quella delle immagini mentali che Pelè aveva trasmesso con straordinaria fedeltà agli organizzatori della FIFA. Purtroppo per Blatter, però, O Rei non si era reso conto che i problemi della sua terra erano molto più gravi di quelli che lui aveva sempre risolto con straordinaria maestria sui prati: il liberismo di Fernando Henrique Cardoso aveva spalancato le porte agli investimenti stranieri e aveva gettato le basi per il boom, ma aveva allargato ulteriormente la drammatica forbice che ha sempre separato i ricchi e i poveri. Il socialismo riformista di Lula non bastava: le politiche di sostegno all’occupazione creavano nuovi sogni e avvicinavano le masse alla nobile idea del progresso, ma non riempivano i fossati che generazioni di oligarchi avevano scavato con la sagace avidità di chi conosce bene il peso del potere. Il popolo alzava la testa e vedeva un futuro migliore, ma non dimenticava la lezione della sua vecchia alegria: mentre Pelè e i suoi favolosi compagni brindavano per la vittoria del Mondiale svedese e per i doni del visionario presidente Juscelino Kubitschek, Manè Garrincha scuoteva la testa. Non seguiva i meccanismi ingiusti del denaro: la sua mente non li comprendeva, era nata per abbracciare la semplicità delle favelas e le musiche dei boschi. Mentre gli altri parlavano, lui osservava i passeri; quando il Presidente gli chiese perché non avesse gioito all’idea di ricevere una splendida villa a Copacabana, rispose con la disarmante semplicità della sua terra: “A cosa mi servirebbe? Là dentro non sarei mai libero come questo piccolo passero.” – Pensavano che fosse pazzo, storpio e minorato, ma le sue gambe pennellavano giocate mai viste e le sue parole scolpivano l’essenza del Brasile. Se il suo amico Pelè le avesse ascoltate, non avrebbe trincerato le sue certezze dietro le mura dell’ottimismo: l’universo etnocentrico verdeoro non vibra più per i circenses poiché ha capito che le loro meraviglie hanno nascosto troppo a lungo il pane e la giustizia. L’orizzonte non mostra nuovi Mané: la Seleçao è piena di campioni che crescono latte e samba, ma volano in Europa appena l’anagrafe e le casse dei paperoni del pallone glielo consentono. Non a caso, appena l’ultimo profeta del Santos ha lasciato la sua patria per respirare l’atmosfera del Camp Nou, le proteste non hanno più trovato un vero contraltare: Fred, Jo e gli altri rappresentanti del Brasileirao non coprono le vergogne del silenzio sulle convulsioni di Ronaldo. L’anima vera del calcio verdeoro sussulta per lo sdegno quando sfiora lo sbaffo che si posa sulla maglia più bella del mondo: i milioni di dollari che partono da Beaverton e arrivano a Brasilia gonfiano i portafogli delle solite vecchie consorterie, non accendono il sorriso dei bambini di strada come le magiche finte dello storpio che sussurrava ai passeri. Gli stadi nuovi non parlano la lingua del popolo; i loro profili denunciano l’inadeguatezza dei servizi pubblici in un Paese che sogna l’Occidente, ma non riesce ad affrancarsi dalla vecchia etichetta storica del Terzo Mondo. Mentre Dilma cerca conforto nel suo socialismo e si adopera per sfuggire alla morsa di un mandato impossibile, il sorriso di O Rei tradisce una certa inquietudine: e se il vero Maracanaço dovesse ancora arrivare? Il dilemma più difficile lacera il suo cuore, ma la grande anima del Brasile ha ancora un grande alleato: la magia del calcio. Le sette candele di Pau Grande veglieranno sulla Coppa del Mondo; i grandi della FIFA possono stare tranquilli: anche se le loro mosse rischiano di trasformare la sacralità del calcio in una semplice merce di scambio, lo spirito di Mané non mancherà all’appuntamento con la Storia. Che sia alegria do povo, che sia spettacolo!


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