COLOMBIA.

 

colombia

di Daniel Degli Esposti

Medellín, 2 luglio 1994. Il parcheggio dell’Indio, la discoteca più calda della città, si trasforma nel singolare epicentro della violenza sudamericana; la tensione divora l’atmosfera col suo abbraccio mortale, la paura consuma le pieghe recondite della vecchia Repubblica di Colombia, un brivido illegale pervade le membra di una comunità lacerata. Anche il grande Andrés Escobar Saldarriaga respira l’inquietudine: è ancora un leader formidabile, ma un tocco maldestro lo ha fatto sprofondare nella polvere; una scia dolorosa ha annientato il suo presente e ha soffocato il futuro. Pochi mesi prima, un suo illustre omonimo controllava l’eredità topografica del più controverso esploratore dell’età moderna con un cartello che dribblava la legalità con il cinismo spietato dei vicoli malfamati; Pablo Escobar e i suoi duri compagni dominavano la scena con tremende dimostrazioni di forza, ma non dimenticavano la gente che li aveva accompagnati lungo il cammino con un silenzio di omertosa gratitudine: i grandi narcotrafficanti di Medellìn credevano che la cocaina dovesse portare benessere anche al popolo colombiano. Spacciavano morte negli Stati Uniti e sostenevano i loro muti fratelli; odiavano il cartello di Calì e il suo spudorato appoggio al potere liberale, non sopportavano una società che sfruttava il crimine per allargare la forbice fra i ricchi e i poveri, sfruttavano l’illegalità per sovvertire le strutture sociali e smascherare le iniquità dell’Occidente. Nel loro piccolo mondo, i colpi proibiti non esistevano più da tempo: cinquant’anni di guerra civile avevano cancellato ogni inibizione alla violenza; tre lustri di sequestri e rapimenti avevano spostato il fuoco dalla politica alla strada; due secoli di ingiustizie avevano asciugato le energie dei deboli e riempito dei proiettili del capitale gli arsenali dei potenti.

Andrés Escobar ha respirato quest’aria fin da bambino; ha imparato a vivere nel torbido, ha capito che non può rifiutare la paura perché la sua presenza è una semplice declinazione alternativa del coraggio più vero. La guarda in faccia, la affronta, la sfida. Il suo carisma ha trascinato la Cafetera dei miracoli nel pantheon del fútbol: cinque squilli poderosi hanno abbattuto il prestigio che avvolge l’Estàdio Monumentàl, lunghe raffiche di “olé” hanno accompagnato l’impresa più grande. Il calcio colombiano è volato negli Stati Uniti con la benedizione di Pelé, ma il peso delle promesse ha schiacciato la squadra. El Pibe Valderrama non ha trovato il passo magico di Buenos Aires, Asprilla e Valencia sono diventati contenibili, Rincon ha perdonato i vuoti delle difese avversarie. Solo Andrés Escobar, il capitano, non ha calato di una virgola, ma il Destino gli è piombato addosso come un macigno. Un tackle, una deviazione, un tuffo abortito, una rete gonfia; la morte di un sogno e la fine di un affare d’oro. Bogotà e Medellín si riempiono di pianto e maledizioni: la gente non crede al dolore che prova, ma nessuno si sconvolge per le esplosioni di rabbia che devastano le strade. Da più di trent’anni, la Colombia è una polveriera che non riesce a saltare in aria, ma crivella la pace sociale con i colpi continui della guerriglia. Mentre i possidenti difendono i loro privilegi dalle rivendicazioni delle masse, i cartelli che controllano il narcotraffico non prendono prigionieri. Guadagnano fortune immense, allargano i tentacoli sui gangli vitali del Paese, non accettano gli eventi negativi. Quando scommettono sul Mondiale, non immaginano che la grande anima Cafetera tradisca le loro brame; non accettano il suo autogol, vogliono annientare quell’istante di passato e il fantasma di Pablo Escobar. Tante famiglie rampanti sognano di costruire la loro nuova tirannide sulla polvere bianca e sul riscatto dell’onore della loro nazione: il Re della Coca è morto, ma l’uomo dell’Onta è ancora vivo. Il suo cuore si è fermato sull’erba ovattata della Coppa del Mondo, ma il suo corpo cammina ancora. 

A testa alta.

Quando sente che le offese riempiono la musica dell’Indio, decide di uscire; quando capisce che i tremendi Ochoa l’hanno seguito, il tempo si ferma in un lampo d’odio. Andrés è troppo nobile per concepire un sentimento così marcio, ma il piombo non gli lascia scampo. La guida sportiva della Colombia giace crivellata di colpi in una pozza di sangue; la Cafetera non esporta più la pregiata arabica delle sue piantagioni, ma avvolge nella candida illegalità dei suoi traffici le macchie rosse dell’efferatezza. Il mondo si accorge di questo Paese, trema per le sue piaghe, denuncia i suoi orrori: la Storia non cambia il suo verso, ma la grande comunità sportiva capisce che il ricordo del grande leader difensivo merita uno sforzo di pace. Mentre i mitra dei narcotrafficanti annientano le speranze di cambiamento delle masse e i guerriglieri infrangono la legge per spaventare l’Occidente e mutare le eterne iniquità della loro terra, una generazione di grandi atleti coltiva la speranza di costruire una nuova Colombia; la musica delle Ande accende i cuori degli scalatori e innerva le loro biciclette, il ritmo magico degli indios accarezza i piedi degli attaccanti e le ali dei fantasisti, l’armonia dionisiaca del Sudamerica pervade tutti i tifosi. Le pallottole dei sicari non hanno ucciso lo sport: i diavoli dei monti si prendono il Giro d’Italia, le furie dei prati sorprendono tutti e volano in Brasile. Senza Falcao, ma con un unico spirito; senza una guida, ma con un grande sogno: regalare alla maglia numero 2 una corsa verso l’infinito. In memoria del suo grande alfiere del 1994: Andrés Escobar.

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