L’Anima del Sudamerica

L’Uruguay incarna l’orgoglio dell’America latina. Amore e garra, passione e muscoli, tecnica e spirito, Suárez e Cavani: la missione dell’Italia non sarà semplice.

dettaglio-uruguay-2013Libertad o Muerte! Il segreto dell’Uruguay si nasconde nel motto che anima il suo popolo:
come può una piccola enclave rioplatense che ospita tre milioni e mezzo di anime reggere il confronto con i giganti dell’America Latina? La risposta pulsa nel cuore dei Charrúa: la riva destra del fiume che prende il nome dalle piume variopinte dei suoi uccelli selvaggi trasuda orgoglio.
Tutte le genti che l’hanno colonizzata si sono abbeverate alla fonte dell’identità uruguagia; il
confine naturale fra il Brasile e l’Argentina ha assunto le solide sembianze di un presidio celeste: i coloni sono diventati cittadini, hanno costruito la comunità più solida del Sudamerica e, quando lo spirito rivoluzionario di Giuseppe Garibaldi ha frustrato le mire espansionistiche di Buenos Aires, il porto di Montevideo è diventato il crocevia dei traffici commerciali e degli scambi culturali fra l’Europa e la costa latina di lingua spagnola.
Se gli antichi Greci avessero potuto ammirare le linee della costa uruguagia, avrebbero trasformato la baia della sua Capitale nella più invidiata delle loro colonie; quando i moderni “civilizzatori” del globo notarono le meraviglie del Rio de la Plata, convinsero i loro sovrani a sostenere lunghe spedizioni marittime per guadagnare alla Union Jack le ricchezze inestimabili di quei territori. La Regina Vittoria non ebbe l’onore di incastonare nel suo diadema imperiale le perle più preziose del Sudamerica, ma i mercanti inglesi non smisero mai di frequentare il litorale più affascinante del mondo; quando gli imprenditori d’Albione capirono che le mandrie delle Pampas argentine e delle sponde uruguagie potevano alimentare l’industria della lavorazione delle carni, la missione culturale più gravida di conseguenze del Diciannovesimo secolo ebbe inizio: gli emissari commerciali della Corona presero il controllo dei traffici, ma dovettero lasciare ai creoli la proprietà delle terre e degli allevamenti e furono costretti a rivelare agli indigeni la loro creatura sportiva prediletta, il football. Quando la fantasia che accendeva il melting pot dell’America latina sfiorò il calcio, cominciò la Rivoluzione: nessun altro luogo della Terra – con l’eccezione del tratto di Danubio che separa le glorie imperiali di Buda dai colli cosmopoliti di Pest – avrebbe cambiato così nettamente il modo con cui le generazioni successive avrebbero percepito l’essenza di uno sport. Gli argentini inventarono decine di giocate, i brasiliani suonarono melodie calcistiche mai sentite prima; le due eterne rivali cercarono di colonizzare i loro scomodi confinanti, ma sentirono la stessa risposta che i difensori della República Oriental del Uruguay gridarono ai loro aggressori a Salto: “Libertà o morte!” – L’orgoglio Charrúa: un misto di garra e carisma, un effluvio di fascino latino e solidità europea, un’esplosione di rabbia difensiva e slanci offensivi. Il territorio più ristretto del Continente plasmò un’identità nitida; lo sport più amato del mondo la dipinse nel celeste della Selecciòn e la infuse negli occhi dei suoi caudillos. Le pagine più belle del calcio uruguagio non sono state scritte dai fuoriclasse; sono state vergate dai leader emozionali, sono state incise nel cielo del Rio de la Plata dalla forza mentale degli uomini che hanno trascinato i loro compagni oltre i limiti strutturali della geopolitica. I fratelli Scarone e Pablo Petrone dipinsero capolavori sui prati polverosi degli anni Venti e sui Cinque Cerchi delle Olimpiadi, ma la Coppa Rimet del 1930 percorse le strade di Montevideo poiché José Nasazzi, José Leandro Andrade e Héctor Castro vollero quel trofeo più degli argentini; Juan Alberto Schiaffino predicò El Fùtbol nei Due Mondi, ma il Maracanaço pulsò nelle vene di Obdùlio Varela e nei muscoli di Alcides Ghiggia. Per più di trent’anni l’orgoglio immenso dei Charrúa trasformò lo Stato più piccolo del Sudamerica nel faro del calcio globale; nella seconda metà del secolo, Pelé e Maradona cambiarono la geografia del pallone, ma non spensero l’identità di un popolo unico: la Celeste non ha mai smesso di aggiornare la sua bacheca e ha trasformato il Museo del Fùtbol di Montevideo in uno dei luoghi più suggestivi del panorama sportivo mondiale. Questa cultura ha permesso ai tecnici di aggirare la crisi di fine secolo e di plasmare un nuovo ciclo intorno all’ultimo caudillo del Rio de la Plata: Diego Fernando Pérez. Chuck Norris riempie le fantasie satiriche dei giovani occidentali? Gli uruguagi adattano le sue mirabolanti avventure al profilo possente del loro super-mediano! Libertad o Muerte! Il pilastro del centrocampo trascina la Selecciòn al terzo posto nel Mondiale sudafricano e alla quindicesima Copa América; quando il suo serbatoio si svuota e le energie della leggenda Forlán si spengono, la Celeste stringe i denti e si aggrappa al suo magico tandem d’attacco. Edinson Cavani e Luis Suárez non hanno mai esaltato in coppia, ma i loro nomi spaventano il mondo; i difensori li pronunciano e i portieri tremano, gli allenatori li studiano e i tifosi li temono. Queste emozioni tengono vivo lo spirito Charrúa: El Pistolero Suárez si infortuna al menisco? Bando alle bizze del talento, il Mondiale esige un recupero-lampo. Chi è il miglior fisioterapista dell’Uruguay? Risposta semplice, Walter Ferreira; purtroppo, però, lotta contro un linfoma di Hodgkin. Nessuno, nelle sue condizioni, accetterebbe una missione così delicata; nessuno, al di fuori del bacino del Rio de la Plata, correrebbe un rischio del genere per il calcio, ma il Sudamerica è su questo pianeta per sorprendere. La salute di Walter migliora quasi all’improvviso proprio quando l’Uruguay ha bisogno di lui! Ferreira raggiunge Suárez, lo segue nel recupero e lo accompagna sul prato dell’Arena Corinthians.
El Pistolero impallina due volte gli inglesi, trascina la Celeste alla vittoria e scoppia in un pianto meraviglioso: lo spirito Charrúa non muore mai.Daniel Degli Esposti

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