Il Cesaricidio

“L’unica decisione giusta di Prandelli è stata quella di rassegnare immediatamente le dimissioni, in un Paese in cui nessuno mai si dimette.”

Italy vs Faroe Islands

Credo che un’analisi sensata debba necessariamente partire da questa frase e dalla stortura sillogistica che cela al suo interno: “Il Paese soffre, una parte più o meno nutrita della classe dirigente che ha sbagliato non è disposta a fare un passo indietro, di conseguenza la causa dei problemi è l’assenza di dimissionari.” Ho sempre deciso di mantenermi a debita distanza da qualunque interpretazione semplicistica ed approssimativa degli eventi e, a dire il vero, anche le generalizzazioni mi fanno un po’ schifo. Cosa voglio dire? Che le dimissioni non sempre sono da considerarsi un atto dovuto, che ci son insuccessi e insuccessi, che questa moda tutta italiana di aggiornare i curriculum utilizzando il metodo catechistico del “un’azione cattiva ne cancella dieci buone” è sleale, che il soggetto in questione vanta nella bacheca personale di allenatore due Panchine d’Oro con la Fiorentina e un premio IFFHS di Miglior commissario tecnico 2012 davanti ad un Del Bosque fresco vincitore di un Campionato europeo, e prima di imporsi a questi livelli ha sperimentato per anni le realtà altamente formative degli Allievi, del campionato Primavera e della serie B, incassando più di una volta il duro colpo dell’esonero.

Il gusto di appagamento, abbastanza macabro, che molti hanno provato nell’assistere all’ammissione del fallimento altrui segna la crisi di un popolo che preferisce sempre nascondersi vigliaccamente dietro un “te l’avevo detto”, che nella vittoria riscopre con ammirazione il calcio come mezzo di riscatto sociale e nella sconfitta rispolvera prontamente il manuale del discreto anticonformista. E allora vai con il “sono tutti strapagati”, “la spending review non colpisce il CT” (si, è stato detto anche questo, per info contattare Libero), “scemi voi che continuate a seguire quattro viziati che corrono a stento dietro ad un pallone”.

Sarò pure scemo, ma io non mi rassegno. E continuo a sperare in un epilogo diverso – seppur complicato – della vicenda, in una sorta di conversione sulla strada del ritorno che porti il mister a rivalutare con tranquillità una scelta tutt’altro che irrevocabile. E se così non dovesse essere mi auguro almeno che il suo progetto di supervisione tecnica di tutte le selezioni azzurre non venga abbandonato, poiché costituisce l’unica vera strada percorribile di un rinnovamento strutturale oggi più che mai necessario, considerando che circa un quarto dei convocati per il Mondiale sicuramente non parteciperà alla spedizione russa del 2018 e molto probabilmente non comparirà nemmeno tra i partenti per gli Europei in terra francese del 2016. Rapporti più stretti con i club, stage stagionali, approccio scientifico nella gestione e nel monitoraggio delle Under con banca dati contenente gli sviluppi di ogni “azzurrino”, questa la ricetta che Prandelli aveva proposto in sede di rinnovo di contratto, una sorta di percorso di formazione attraverso il quale i giocatori possano sbarcare nella Nazionale maggiore con una certa maturità tecnico-tattica che magari permetta di sopperire alla mancanza di veri talenti a cui, purtroppo, da anni siamo abituati ad assistere.

Naturalmente il mio non vuol essere un panegirico nei confronti di una persona che comunque non nascondo di aver sempre stimato in particolar modo per quel carattere pacato ed instancabile del medianaccio vecchio stampo. Un maniaco di statistiche, di numeri, moduli e accorgimenti tecnico-tattici come me non può non riconoscere che degli errori son stati commessi, e potrei star qui ad annoiarvi cercando di spiegare perché il ritorno al 3-5-2 era una mossa azzardata piuttosto che i motivi per cui in tre partite i tiri nello specchio si potrebbero contar sulle dita di una mano. Preferisco, tuttavia, soffermarmi su un aspetto che forse pochi hanno messo in luce: Prandelli, un po’ come Donadoni nel 2008, non è riuscito a gestire il peso mediatico delle critiche generalizzate post Costa Rica, ha ceduto troppo facilmente alle pretese della piazza mettendo in campo, nell’ultima partita, una formazione praticamente suggerita dalla stampa, una formazione che sotto certi aspetti contrastava totalmente con delle convinzioni per lui granitiche fino al giorno prima (non so, pensate solo al ruolo di seconda punta di Balotelli in appoggio a Immobile). Un senso di sbandamento che la squadra ha somatizzato , una confusione psicologica – prima che tattica – esplosa nelle dichiarazioni finali dei senatori, amareggiati come forse mai prima d’ora per un gruppo che forse gruppo non lo è mai stato.

Inutile comunque far dietrologia, inutile parlar di singoli, inutile e deleterio commentar arbitraggi, atteggiamenti al limite del cannibalismo e notiziette che hanno più a che far col gossip che col calcio. C’è un Consiglio federale fissato per il 30, data zero di un nuovo ciclo che vedrà certamente un cambio ai vertici, al di là della delicata questione del futuro allenatore. Non nascondo di nutrire delle preferenze tra i papabili successori, ma vorrei ribadire un concetto applicabile, a mio parere, al calcio come alla politica: le idee prima dei nomi. Perché forse, in alcune questioni, anche il calcio ha bisogno di recuperare quella complessità che la politica, sempre più sloganistica, sembra aver perso.
Marco Gaggiano

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