Il calcio italiano ha stufato.

“…e a tutti quelli che hanno guardato all’Italia
dandone una versione caricaturale e lontana dalla realtà
io li invito a venire a godere di qualcosa che in questo ventennio evidentemente non siamo riusciti a distruggere…”

Il mondiale di calcio è sempre una grande occasione per scoprire talenti e squadre solitamente poco note ai non addetti ai lavori.
Durante l’intervallo di Colombia-Uruguay mi ritornano in mente le partite degli azzurri: tranne quella contro l’Inghilterra, forse sono davvero state le più noiose di questi mondiali. Non mi sarei aspettato molto di più da una squadra che non ha grandissimi fuoriclasse e non avrei nemmeno preteso molto di più da una squadra che ha come tradizione tattica il catenaccio, ma bastava un pochino in più per evitare che organizzassi un torneo di bridge online per non addormentarmi durante il primo tempo di Italia-Uruguay.
Una nazionale senza idee, senza un’identità, senza cuore, senza corsa. Se il progetto di Prandelli fosse davvero quello che abbiamo visto, ha fatto bene a dimettersi.
Credo che Prandelli abbia ceduto alle pressioni dei media, schierando una formazione dettata da un umore da bar sport cui ha sbagliato a cedere: così le sue dimissioni sono una dichiarazione di manifesta incapacità.Italy vs Faroe Islands
Anche quello che è avvenuto fuori dal campo mi ha annoiato: Buffon e De Rossi che si scagliano contro i giovani e Balotelli, Balotelli che si difende facendo appello ad una fratellanza pan-africana, Verratti che “moccica” l’italiano, Chiellini che dice che Darmian è troppo forte per il Toro, Pirlo che non si è capito se lascia o meno la Nazionale.
Nemmeno l’analisi della sconfitta è appassionante: “abbiamo perso per colpa del morso di Suarez” o “abbiamo perso per colpa dell’arbitro” sono scuse che non stanno in piedi, è praticamente impossibile vincere senza fare un tiro in porta, ed è impossibile pareggiare quando ci si dimentica di marcare Godin su un calcio d’angolo.
Nemmeno gli italiani sulle altre panchine hanno brillato, eliminate sia la Russia di Capello che il Giappone di Zaccheroni, come se davvero il resto del mondo ci avesse sorpassato mentre noi rimanevamo fermi a guardare il tramonto delle nostre vecchie glorie ed a osannare chi ha ancora un poco da dire in Serie A.
Se il calcio non fosse “la più importante delle cose meno importanti” avremmo già derubricato a questione secondaria la prestazione degli azzurri in Brasile, ma non stiamo parlando della riforma della Costituzione, quindi mi pare ovvio che tutte le discussioni post eliminazione occupino tutto questo spazio e chiunque, compreso il sottoscritto, ci tiene a dare la propria opinione, in fondo ed in linea con il nostro Manifesto, il calcio è “sinonimo di democrazia: perché è un sentimento popolare, è esercizio di fratellanza, è una cosa a cui tutti hanno diritto, di cui tutti possono parlare anche non capendone nulla”.
Partendo da lontano, possiamo notare che dal 2010 (l’anno del triplete interista) un club italiano non raggiunge almeno la semifinale di Champions e non va meglio in Europa League, dove spesso vengono schierate le riserve – anche se quest’anno la Juventus è arrivata in semifinale, sconfitta dal Benfica.
Il ranking Uefa infatti è impietoso e ci dice che il nostro campionato è finito non solo dopo quello spagnolo e quello inglese, ma siamo stati superati anche dal campionato tedesco e quello portoghese è ad un passo dal superarci.
La situazione non è evidenziata solo dalle statistiche della Uefa, ma anche dal fatto che i campioni e le giovani promesse emigrano dal nostro campionato.
Il calcio mercato vive solo di meterore che ritornano – Kakà, Maicon, forse Pato – nessun acquisto importante, nessun investimento su una promessa.
La crisi del calcio italiano, non è solo legata ai risultati o allo spettacolo, ma soprattutto soffre della una mancanza di un progetto. Nessun club (tranne, in parte, Juventus ed Udinese) e nemmeno la Nazionale, hanno un progetto sul lungo periodo: un esempio è la fortissima primavera dell’Inter, che vinse la Champions dedicata alle U20, di quei calciatori nessuno è riuscito a fare il salto in prima squadra, alcuni sono stati mandati in prestito, altri come Caldirola e Donati hanno trovato posto in Germania.
Insomma, anche per il calcio il problema è lo stesso che esiste nella società italiana: la mancanza di una classe dirigente all’altezza. Un problema che si nota in tutta la sua vistosità quando vengono proposti i nomi sono i soliti noti (Veltroni, Tavecchi e Lotito su tutti) o quando leggiamo i dati che dicono che Il Cardiff City, lo scorso anno ha incassato di soli diritti tv la cifra di 75 milioni di euro mentre la Juventus campione d’Italia ne ha intascati meno di 100.
Non facciamo altro che proporre di copiare la gestione ed i modelli degli altri Paesi, rimanendo aggrappati sempre ai vecchi manager ed alle vecchie logiche, distruggendo anche quel patrimonio incredibile che il calcio italiano era riuscito a costruire.
Siamo un Paese che, anche nel calcio, non ha una visione complessiva, non ha programmato nulla, lasciando tutto al caso, senza alcuna tutela per i vivai ed i talenti, un po’ come avviene in tanti settori del sistema Italia, una sorta di specchio della società, anche per questo ha stufato e occorre che finalmente qualcuno possa spazzar via questo establishment senza meriti e senza idea, nel calcio come nella società.
Bettino Luís Nazário de Lima

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