Francia-Germania: l’eterno Secolo Breve.

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Le sponde del Reno si fronteggiano in Brasile. Le acque del grande fiume riflettono i bagliori di Sedan e i tormenti di Verdun, la strana disfatta di Parigi e la riscossa di De Gaulle, le convergenze tra Schuman e Adenauer e il cammino verso l’Unione Europea. Calcio e identità, cultura e storia: il quarto di finale più affascinante di sempre?

L’Estádio Mario Filho di Rio de Janeiro è stato costruito per eternare la storia del calcio. Il popolo che ha creato la lingua più musicale del mondo lo ha chiamato Maracanã per rendere omaggio al grazioso torrente che scorre vicino alle sue tribune; gli aedi dello sport hanno trasformato questo nome nell’inno alla leggiadria del pallone carioca e lo hanno proiettato nel mito. Il prato più famoso del Sudamerica vive in una dimensione parallela, leggendaria, eterna; si staglia nelle memorie dei giocolieri e nelle vibrazioni maledette di una tragedia collettiva, si unisce al respiro lento della storia, accompagna le azioni dei grandi protagonisti e accarezza i sogni degli umili. Cresce per incidere momenti indimenticabili nei cuori dei tifosi, assorbe la pioggia per restituire emozioni ai sacerdoti del pallone, beve il sole per brillare nelle pupille di chi legge la cultura tra le pieghe del gioco. Pulsa per la Coppa del Mondo. Francia e Germania lo sanno: avvertono il fascino ineffabile della sua atmosfera, adorano la sua luce diafana, non temono il suo frastuono. Comandano, non obbediscono; impongono, non si adeguano. Il loro orgoglio intransigente ha infiammato le acque del Reno per decenni: la nazione tedesca è nata nel 1871 sulla scia del trionfo prussiano di Sedan; la revanche francese si è consumata nelle trincee della Grande Guerra e nelle irraggiungibili sale della Conferenza di Versailles. L’intransigenza della République ha azzoppato la sua sorella di Weimar e ha soffiato sul fuoco sciovinistico del nazional-socialismo; le aspirazioni conciliatrici di Daladier non hanno saziato la fame di vendetta di Hitler e le esitazioni dello stato maggiore di Marianna hanno aperto le porte alla disfatta più strana della storia europea. La svastica ha coperto di vergogna e di lutti la Francia; i maquis e Charles de Gaulle le hanno restituito la libertà e la dignità. La più tremenda guerra civile che l’umanità abbia mai conosciuto ha dilaniato l’Occidente seguendo le correnti tumultuose del Reno: i nazionalisti hanno trasformato ogni elemento della propria cultura in un’accusa nei confronti del nemico. Ésprit de géometrie o de finesse, kultur o zivilisation, nòmos della terra o leggi del mare; gli intellettuali sciovinisti hanno caricato tutti i prodotti identitari di significati ostili e hanno condotto l’Europa alle rovine del 1914-1945. Solo dopo trent’anni di devastazioni le sponde del grande fiume baltico hanno ricominciato a guardarsi con reciproco interesse: Schuman vedeva nei tedeschi la voglia di ricostruire una civiltà perduta; Adenauer leggeva negli occhi dei francesi la speranza di incidere sugli equilibri mondiali; De Gasperi capiva che gli sguardi trans-renani offrivano un’opportunità di sviluppo imperdibile. Tre democristiani cresciuti nelle regioni più periferiche dei loro stati, due guerre da superare, un solo punto di riferimento: il meraviglioso affresco che Ernesto Rossi e Altiero Spinelli hanno tracciato sull’amaro profilo dell’isola di Ventotene. Un’Europa unita, federale, giusta. I partiti cattolici moderati non hanno avuto la forza e il desiderio di costruirla, ma hanno spezzato la catena di morte che collegava Strasburgo alla Rühr e hanno interrotto il macabro balletto geopolitico dell’Alsazia e della Lorena. Prede di guerra che si disarmano, frutti avvelenati di una volontà di potenza distorta e tradita che si disintossicano, merci di scambio che si scambiano merci. Francia e Germania diventano alleate: le istituzioni dimenticano, i popoli no. Le contrapposizioni rimangono, ma non fanno più divampare micce belliche: coltivano rivalità di confine, proteggono identità gelose, difendono letture contingenti della storia e della cultura. Inseguono palloni diversi. Just Fontaine e Gerd Müller, Raymond Kopa e Uwe Seeler; Franz Beckenbauer e Michel Platini, Lothar Matthaeus e Zinedine Zidane. Il calcio rispecchia la vita, traccia sul campo il tessuto connettivo delle comunità, plasma i sentimenti, esalta le passioni: i francesi e i tedeschi giocano diversamente, si affrontano con spiriti opposti, si contendono un dominio ubiquo e assente. La Merkel vuole il rigore, ma il suo pensiero non ha fascino; Hollande sogna la crescita, ma la sua voce non ha forza. Giocano sempre, ma le partite che contano si disputano altrove: al Ramón Sánchez Pizjuán di Siviglia la rimonta tedesca ha sconvolto il mondo; al Maracanã… lo dirà la Storia, perché Francia-Germania non è solo una partita di calcio. È il barometro dell’Europa.     

Daniel Degli Esposti.

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