Il nuovo che è avanzato.

di Marco Gaggiano.

Il gol di Godin all’81’ di Italia-Uruguay sembra aver innescato un effetto domino le cui conseguenze potrebbero essere ben più catastrofiche di una mancata qualificazione agli ottavi: in seguito alle immediate ed irrevocabili dimissioni annunciate da Prandelli e Abete è stato convocato il Consiglio federale, che ha individuato nella data dell’11 Agosto l’Assemblea elettiva per la nomina del nuovo presidente, il cui primo atto formale sarà dunque la designazione del CT. Ma a far paura è lo scenario che va via via delineandosi: Carlo Tavecchio, 71 anni, attuale presidente della LND nonché vicepresidente vicario della FIGC, martedì dovrebbe presentare ufficialmente il programma alla base della sua candidatura, con molta probabilità la sola in lizza per la guida della Federazione. Gli amanti del calcio giocato, che il più delle volte si disinteressano a torto o a ragione delle dinamiche politico-organizzative, probabilmente in un impeto di curiosità si chiederanno: qual è il reale motivo del diffuso malcontento che questa notizia ha provocato tra gli addetti ai lavori?
Tavecchio 1Beh, potremmo farne una questione d’età anagrafica, evocando il cliché dello scalpitante manager quarantenne ex scout, cresciuto al suon di “Estote parati” e col coltello multiuso sempre in tasca. Potremmo metterci a discutere, legittimamente, sul numero e sulla durata degli incarichi ricoperti da Tavecchio all’interno della Federazione. Potremmo affrontare il delicato discorso delle cinque condanne penali superiori a un anno e tre mesi che, per l’art. 29 dello statuto della FIGC , gia nel ’99 avrebbero dovuto costargli l’ineleggibilità. Potremmo addirittura indossare le vesti dei malpensanti di fronte ad alcune dichiarazioni rilasciate qualche sera fa a Processo ai Mondiali su Rai1: “Non so se ho voglia di abbandonare un mondo che io stesso ho contribuito a creare”. Un mondo, quello della Lega Nazionale Dilettanti, “capace di produrre 700 milioni di euro di fatturato per le aziende italiane, che può contare su un milione e 300.000 tesserati e dal 2001 ad oggi ha realizzato oltre 2000 impianti”, come lo stesso Tavecchio aveva orgogliosamente sottolineato in un intervento nel 2013. E i nostri sospetti potrebbero anche esser non troppo campati in aria, considerando ad esempio la questione relativa agli impianti in erba sintetica e alla Labosport srl, su cui nel 2011 avevano indagato Report e La Repubblica (qui trovate il link all’articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 16 Settembre 2011: http://www.notiziariocalcio.com/in-copertina/il-possibile-nuovo-re-del-calcio-ha-troppi-interessi-in-campo-16907).
Tavecchio 2

Potremmo, insomma, indirizzar la discussione verso una polemica sotto certi aspetti del tutto strumentale e fine a se stessa. Così facendo, tuttavia, perderemmo di vista il vero nocciolo del problema: la candidatura unica.

L’ultima vera corsa a due per la presidenza della FIGC risale alla fine degli anni ’90. A contrapporsi, per ben due volte, furono Luciano Nizzola e un agguerritissimo Giancarlo Abete. Nelle elezioni del ’96 Nizzola, presidente della Lega di A e B, non riuscì ad aver la meglio su Abete, allora a capo della Lega di C, e si optò per il commissariamento. Dopo due mesi l’accordo: Nizzola sarebbe diventato presidente e Abete suo vice esecutivo, un mandato all’insegna delle larghe intese se vogliamo. Nel 2000 stesso scenario, stessi protagonisti e stessi alleati, ma questa volta fu Abete a spuntarla ai voti col 62,28%, sebbene il diritto di veto (bisognava ottenere almeno un terzo dei voti da ciascuna componente) non gli permise di conquistare lo scranno più alto e si procedette ad un nuovo commissariamento con Petrucci. Da allora due elezioni in solitaria per Carraro, due commissariamenti in seguito allo scandalo del 2006 e altre due candidature senza rivali per Abete.

Quasi quindici anni di dibattito inesistente, di decisioni imbarazzanti (prima fra tutte la scissione della Lega di Serie A e B, della quale Abete non può negare la corresponsabilità), di nomine a dir poco discutibili, di doppi e tripli incarichi, di passaggi di consegne interni e di trattative intavolate a volte sottobanco e a volte alla luce del sole. Basti pensare alla “soluzione condivisa” a cui arrivarono Carraro – non per nulla detto il poltronissimo – e Abete nel 2004: il primo avrebbe mantenuto la carica di presidente per altri due anni per poi far spazio al secondo dopo l’assegnazione degli Europei 2012, che vedevano l’Italia tra i candidati; l’avvicendamento, in realtà, si completò prima del previsto in seguito alle vicende di Calciopoli, che videro coinvolto lo stesso Carraro.

Quasi quindici anni, in sostanza, senza un progetto chiaro e lungimirante, vivendo alla giornata, compiendo scelte in balia della corrente mediatica (emblematica, in tal senso, la staffetta Donadoni-Lippi bis). Il tutto senza mai interrogarsi sull’efficacia o meno di una politica di continuità, sulla necessità o meno di una rottura alla luce di una gestione che solo un pazzo irresponsabile potrebbe definire soddisfacente.

Ebbene, la situazione di dissesto che il calcio italiano sta vivendo non permette più proroghe. Il livello di competitività continua a calare vertiginosamente, complice l’architettura affollatissima dei due campionati maggiori, con ben 42 squadre partecipanti; la riforma della giustizia sportiva, invocata da anni, agli occhi dei dirigenti non sembra esser così impellente; riflessioni accurate sui settori giovanili piuttosto che su tematiche scottanti come proventi e frodi fiscali non riscuotono il giusto interesse; il capitolo “Stadi e sicurezza”? Dettagliatamente sviscerato solo quando il morto è già nella camera ardente.

Occorre, ora più che mai, uno scontro su tesi contrapposte in grado di stimolare un confronto serio e puntuale. La nostra non è una battaglia contro il singolo, sebbene il buon Carlo di stimoli ce ne fornisca abbastanza, ma una guerra aperta verso una classe dirigente che ha nascosto la sua ineguatezza dietro successi sportivi che non le appartengono: le Champions del 2003 (con tre semifinaliste su quattro italiane), del 2007 e del 2010, i Mondiali del 2006, le finali europee del 2000 e del 2012. La petizione che Volevoilrigore ha lanciato in queste ore va letta in tal senso, e in tal senso va letta l’attestazione di fiducia verso Demetrio Albertini, sul cui nome sarebbero ben disposti a confluire il sindacato calciatori di Tommasi, l’assoallenatori di Ulivieri e le grandi squadre di Serie A escluse dalla Lega, Roma e Juventus in primis. Tutta gente che, tastando terreni di gioco da mattina a sera, avendo la possibilità di confrontarsi quotidianamente con i tifosi, giocando la domenica in un impianto fatiscente di provincia e il mercoledì in un tempio del calcio europeo, un’idea su come invertir la rotta se la sarà pur fatta.

Qui la petizione di #volevoilrigore per dire no a Carlo Tavecchio come prossimo presidente della FIGC: https://www.change.org/it/petizioni/ai-tifosi-agli-amanti-del-calcio-no-a-carlo-tavecchio-presidente-della-figc-il-nostro-%C3%A8-un-appello-accorato-a-tutti-gli-amanti-del-calcio-in-italia

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