Saeta Rubia: la leggenda di Alfredo di Stéfano

Lunedì 7 luglio 2014 il Presidente onorario del Real Madrid è passato a un’altra dimensione: un fuoriclasse irripetibile, un eroe delle masse, un simbolo discusso.

di stefanodi Daniel Degli Esposti.

Barracas, 4 luglio 1926. Alfredo Di Stéfano trepida: l’aria di Buenos Aires gli riempie i
polmoni di fiamme. Sua moglie Eulalia Laulhé Gilmont sta per dare alla luce il rampollo che trasformerà la sua famiglia in un presidio autoctono dello spirito argentino: el niño non avrà negli occhi gli splendidi panorami di Capri e non sentirà il profumo dei suoi limoni.
La furia del mare non lo farà sobbalzare nel sonno, non riempirà i suoi incubi di adolescente attraverso la voce impaurita di un passato lontano: la vecchia isola di nonno Michele non c’è più, giace nel torpore del littorio a migliaia di chilometri di distanza dal barrio della sua famiglia, si perde nei ricordi sfumati della seconda generazione, si immerge nel fiume carsico di una memoria che risuona di oblio.
All’improvviso, un vagito biondo saetta nell’aria: el niño saluta il mondo, Eulalia ce l’ha fatta. Si chiamerà come il padre, ma guarderà all’Argentina come il figlio prediletto della terra dei sogni.
“Alfredo Stéfano Di Stéfano Laulhé. Suona bene, non è un nome da straniero.” I suoi geni latini lo rendono cittadino sotto tutti i cieli, il suo corpo canta la cultura del Sudamerica nell’armonia leggiadra della forza: quando corre sul campo, le sue falcate disegnano la bellezza del gesto puro; insegue un pallone, i suoi muscoli parlano le lingue di tutto il mondo. I suoi piedi inventano l’esperanto del fútbol e lo predicano nei quartieri di Buenos Aires; quando i barrios sentono i morsi della Grande Depressione, la Década Infame opprime le speranze degli ultimi, la violenza repressiva dei militari spegne le ambizioni di un nuovo corso politico e i problemi sociali affliggono il melting pot più interessante del Sudamerica, il calcio tiene in vita il Paese.
I suoi fumi di gloria obnubilano le menti delle masse, ma le traiettorie sinuose dei suoi palloni accendono i sogni dei ragazzi e tracciano sentieri di civiltà là dove regna la crudeltà più cupa. Mentre i possidenti trasformano i legami commerciali con il Commonwealth in capestri per gli operai che lavorano le carni, la terza generazione degli argentini inventa il suo linguaggio tra la polvere della terra e i sassi dei vicoli.
Il piccolo Alfredo corre, danza, dipinge: i Millionarios del River Plate restano incantati
dalle sue movenze e gli offrono un misero ingaggio. Non immaginano che il fulvo nipote di un oscuro migrante di Capri si trasformerà nella Saeta Rubia e li trascinerà sul tetto del Sudamerica; non pensano che, nella notte più fulgida della sua stella, uno sciopero dei giocatori farà tremare gli equilibri del campionato e spalancherà le tasche di altri Millionarios.
Tre anni dopo la sua folgorante apparizione sul cielo di Buenos Aires, la chioma bionda di Alfredo Di Stéfano saetta verso Bogotà. La Colombia è l’El Dorado del fútbol latino: la Federazione (DIMAYOR) ha rotto con la FIFA poiché vuole permettere ai ricchissimi presidenti dei suoi club di costruire squadre formidabili.
Dall’Argentina di Juan Péron parte una tremenda diaspora di stelle: Alfredo illumina, incanta, strabilia. Vola in Europa e sistema il Real Madrid con una prestazione sensazionale.
Tutta la Spagna si accorge di lui: il Barcellona ha in mano il suo cartellino, ma le dispute insolubili che lacerano la dirigenza catalana non chiudono la trattativa. Santiago Bernabeu fiuta il grande colpo, Francisco Franco capisce che la saetta di Barracas può diventare l’arma segreta del suo regime, il giocatore tentenna: l’atmosfera di Chamartin lo attira profondamente, ma Les Corts non sono da meno. Che fare? La federazione spagnola opta per una salomonica spartizione: quattro anni di visto, due sulle ramblas e due nelle limpide acque di Cibeles. Il Barcellona rifiuta l’inganno: Samitier sa che il caudillo spinge per vestire di blanco la Saeta Rubia e lascia a Don Chisciotte la lotta contro i mulini a vento.
Alfredo Di Stéfano approda al Real Madrid e lancia l’epopea merengue: la classe cristallina di Gento, la furia sublime di Puskás, il talento incontenibile di Kopa e la forza totale della Saeta Rubia si uniscono all’impatto politico della squadra più potente d’Europa. Le stelle
illuminano i campi e i funzionari scaldano le palline dei sorteggi; i divi dell’erba travolgono gli avversari e gli uomini-mercato azzoppano la concorrenza; i tifosi esultano e i generali si sfregano le mani.
Francisco Franco cavalca la leggenda, ma i raggi degli dei trascendono la sua bassezza: Ferenc scappa dall’assurda modernità dell’Ungheria, Alfredo corre come se non avesse altro scopo e Chamartin esplode. Un ragazzo argentino non sa cosa si nasconde dietro gli scranni dei suoi dirigenti: viene dal barrio, è cresciuto in un’alternanza di ricchezze scintillanti e miserie indicibili, pensa che il populismo sia l’unica soluzione politica possibile, non conosce il significato democratico della parola libertà. Eppure è libero.
La sua leggiadria non sfila accanto alle divise imbrattate dal sangue dei vencidos: i suoi occhi non vedono la barbarie, la sua mente non abbraccia il dramma della cruzada. Le sue danze esaltano la bellezza dello sport, i suoi gol accendono la gioia del popolo madrileno: non c’è politica, solo un’immensa furia agonistica.
Alfredo non gioca per il caudillo, non conosce le fandonie che riempiono le orecchie dei ragazzini spagnoli, non vede il suo Dio nelle baionette scoperte dei golpisti: scatta e segna per la gente, lotta e crea per far esplodere lo stadio, vive lontano dai fragorosi riflettori della Madrid nera.
Nei vicoli oscuri della Spagna sente l’odore forte del barrio, per le vie della capitale avverte l’ispido legame fra potere e ordine, le grida della radio gli ricordano le voci dei militari che hanno accompagnato la sua infanzia; il suo mondo non conosce un regime diverso e la sua mente non lo contempla: è impegnata a disegnare il calcio. I suoi trionfi trasportano il vangelo di Franco, ma i suoi passi tracciano una strada diversa: il genio non conosce confini, non accetta le costrizioni, non tollera i limiti. Vince, si ripete, domina. Otto Ligas, cinque Coppe dei Campioni, mazzi di record, caterve di reti. In campo annienta gli avversari, ma non dimentica le leggi dello sport: lo stile del Grande Real abbatte la cortina di indifferenza che circonda la nuova patria di Alfredo: la parabola della Saeta Rubia mostra al mondo che la Spagna è viva e che dietro le fanfare del suo dittatore qualcosa si muove.
Di Stefano non lo sa, ma il Destino non vuole che il suo talento difenda la bandiera della cruzada anche nelle competizioni riservate alle squadre nazionali: la sua parentesi iberica si risolve in un doloroso stiramento e si perde in un nulla cosmico.
Poco male: i trofei dei due mondi brillano nei suoi occhi e una nuova era di libertà è pronta ad accogliere le sue nuove gesta. L’Alfredo allenatore non regge il confronto con la Saeta Rubia, ma il suo profilo incanta l’universo del fútbol: il suo nome muove le masse, il suo ricordo si sgancia dalle ombre del passato, la sua fama si staglia nel Ventunesimo secolo. Diventa il Presidente Onorario del suo Real Madrid e lo accompagna fino alla Décima; il passo è lento, ma la classe non cambia. Non si perde, mai; ritrova l’aria del Santiago Bernabeu, respira i cori di Chamartin, sente la felicità della gente.
Accarezza il vecchio cuore, lo addormenta, lo accompagna nella sua vera dimensione. Hasta siempre, Saeta Rubia.

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