L’Arancia Meccanica e l’Unesco del calcio.

Un’idea rivoluzionaria, una squadra irripetibile, un fascino irresistibile.
Da Johan Cruijff ad Arjen Robben, da Rinus Michels a Louis Van Gaal: l’Orange sbiadita può toccare la Coppa del Mondo
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olandaIl calcio è uno stile di vita. Le sue idee rispecchiano l’humus delle società che le hanno
pensate e plasmano le strutture dell’umanità attraverso la semplicità fisica dei gesti; i suoi interpreti più autentici vedono sentieri e li trasformano in strade, sentono ritmi e li rendono melodie, tracciano schizzi di magia e li riempiono dei colori vivi della realtà. Nessun uomo e nessuna squadra hanno incarnato la poesia del football meglio di Johan Cruijff e della sua Arancia Meccanica.
Corre l’anno 1974: l’Europa si specchia nella sua ricchezza e nelle paure della prima crisi economica del Dopoguerra. La Germania Ovest ospita i Mondiali e sogna di vedere il suo simbolo più illustre, Kaiser Franz Beckenbauer, con le braccia protese al cielo e la nuova Coppa fra le mani: la nike alata di Jules Rimet brilla nella bacheca del Brasile e negli occhi di Pelé, ma la FIFA non si ferma.
Altro giro, altro trofeo, altre leggende: le più scintillanti vestono l’Orange più acceso di sempre.
Rinus Michels guida la macchina più perfetta e irriverente della storia del gioco: “Pitagora in scarpe da calcio” trasforma le sue idee in azione e proietta il suo numero 14 nella leggenda con la grazia leggiadra delle sue veroniche; Wim Rijsbergen e Arie Haan dilatano le gioie tecniche e restringono gli spazi dal centro della difesa; Ruud Krol e Wim Suurbier accarezzano il pallone dalla terza linea e lo accompagnano in avanti; Johan Neeskens incendia i prati con la disarmante polivalenza del suo gioco e rapisce gli spettatori con l’apollinea bellezza dei suoi gesti; Willem Van Hanegem proietta sul campo la luce di Vermeer e pennella passaggi con la tranquilla metodicità di un metronomo; Wim Jansen porta ossigeno e muscoli, Johnny Rep e Rob Rensenbrink mettono le ali.
I ruoli, questi benedetti sconosciuti! Nella fantasia razionale di Rinus Michels e Johan Cruijff tutti si adattano a ogni posizione: il campo si riflette nelle miniature edilizie dei borghesi d’Olanda, lo spirito emana la libertà irriverente dei canali di Amsterdam. Solo la città più divertente e tollerante d’Europa può concepire il calcio totale e affidare la sua porta a un guardiano che indossa con orgoglio il numero 8; Jongbloed è il simbolo più autentico del Paese più vivace del mondo: un po’ monello dello Spui, un po’ il Flying Dutchman del pallone proletario. Diventa professionista a 34 anni suonati, ma strega Pitagora con i suoi rinvii millimetrici: i piedi di quell’improbabile pescatore-tabaccaio che difende i pali con la falce e il martello incantano Johan Cruijff e convincono Rinus Michels. Jan Jongbloed diventa il portiere dell’Olanda e imprime il suo marchio sulla pelle della squadra: para in direzione ostinata e contraria, i suoi scarpini giocano col prestigio dei trucchi, ma la sua maglia non si sporca mai. I tuffi a vuoto sono fuori dalla sua cinta tributaria: perché negare a un avversario il rispetto con un balzo goffo?
Se il pallone è destinato a gonfiare la rete, il guardiano non può sottrarsi alla legge del Fato: in questo teorema giacciono la grandezza irresistibile e il Tallone d’Achille della squadra più bella di sempre. La sublime “Sinfonia numero Sette” suona lo spirito kubrickiano dell’Arancia Meccanica: neppure il genio più acuto del cinema americano sarebbe stato così ardito da immaginare una rapsodia di bolero e trillo come il minuto e diciotto secondi che ha sfondato le porte del paradiso calcistico per mettere in discussione i pilastri del gioco.
L’hybris Orange chiama un Miracolo e nessuno, per quest’evenienza, è più attrezzato dei tedeschi: Berna e l’Aranycsapat insegnano, Paul Breitner e Gerd Müller dimostrano. Michels e Cruijff si arrendono a un terzino rosso, alla fame della Germania e alle stilettate storte della loro nemesi perfetta: la criptonite dell’Arancia Meccanica è un attaccante tozzo e sgraziato, brutto e scoordinato, oscuro e sottovalutato. Mentre le meraviglie arancioni strappano applausi e grida di giubilo, lui riscrive la storia del Bayern Monaco e della Mannschaft con i suoi furti d’area di rigore: Campione d’Europa col club, Re del Mondo con la nazionale; Capocannoniere di tutto quello che c’è.
Dopo il triplice fischio, gli olandesi cercano una parola per descrivere Gerd Müller: ci mettono un attimo, l’istante di un gol, il baleno di quel lampo silenzioso che ha spento le speranze degli Orange. Già, che ne sarà di Johan e Rinus? Che destino avrà la loro macchina perfetta? Gli dèi del Pallone le hanno negato la Corona per punire il suo assalto all’empireo, ma non hanno capito che alcune sconfitte scolpiscono il mito molto più delle vittorie. Cruijff e Michels hanno generato il calcio moderno con la semplicità dei gèni e la leggiadra precisione degli olandesi; l’Arancia Meccanica non tramonta.
Esce dal campo ed entra nell’UNESCO del football: è un patrimonio collettivo, un bene da salvare.
Non si re-incarna, vive nella fama eterna dei suoi interpreti e del calcio totale; non può ripetersi, non contempla il banale. Non plasma etichette, le rifiuta; i cronisti che vedono nelle maglie scintillanti di Sneijder e Van Persie i suoi riflessi scambiano le lucciole del progresso tecnico per le lanterne della leggenda. L’Olanda di Van Gaal è un rettile cinico che riempie i suoi vuoti di idee con la velocità furiosa di Arjen Robben e la voglia matta delle giovani leve; chi accosta l’Orange 2014 all’Arancia Meccanica rasenta la bestemmia. Martins Indi e Wijnaldum, Vlaar e De Vrij, Cillessen e Krul non riescono a suonare le melodie dei due Johan e non sanno dipingere le tele di Van Hanegem, ma serbano nei muscoli una differenza sostanziale: possono vincere e passare alla storia come l’unica nazionale tulipana capace di issarsi sul tetto del mondo.
La bellezza del calcio sta anche in questo crudele cinismo.

Daniel Degli Esposti

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