Saudade

Splendori e miserie del futebol verde-oro: perché la musica del Brasile manca al calcio moderno

Brasiledi Daniel Degli Esposti.

Il Brasile è un luogo dell’anima. Le parole restano mute al cospetto della sua atmosfera: i colori della foresta si specchiano nel cielo e la sabbia bianca si allunga in un bacio chilometrico alle acque dell’Oceano; lo splendore della Capitale si staglia nella fantasia di Oscar Niemeyer e i problemi delle favelas tormentano gli spiriti più sensibili. Un grande iato geografico divide Belo Horizonte da Fortaleza, una forbice climatica separa Manaus e Recife, una frattura insanabile lacera Rio De Janeiro e Saõ Paulo, ma O Povo Brasileiro sa ancora respirare all’unisono: le contraddizioni insanabili del Paese più improbabile del mondo non spezzano la melodia linguistica che i creoli portoghesi hanno inventato sulla costa più ricca del Sudamerica e l’armonia musicale che i loro eredi hanno suonato sulle memorie della mescola etnica più dinamica del pianeta. La melanconia si alterna alla gioia, la leggiadria si intreccia alla forza, le carezze sonore si uniscono al timbro ritmato delle percussioni e le culture cantano al mondo il loro orgoglio nella lingua più suggestiva: la passione per il calcio. Il futebol racchiude l’identità e la plasma continuamente sui campi impossibili del Brasile: le spiagge educano i ragazzi alla fantasia motoria, i vicoli costringono i piccoli geni del dinamismo di strada a destreggiarsi fra i sassi e a dipanarsi fra il legale e l’illegale, i fazzoletti d’erba spelacchiata che germogliano di passione ai piedi dei grandi stadi lanciano i sogni di gloria con la fantasia dei primi soprannomi e con i primi voli pindarici verso una porta vera. Il Pacaembu e il Maracanã pulsano in ogni angolo, crescono in ogni strada, vivono in ogni angolo: le rivalità che legano i club alle loro magiche storie si fondono in un mélange verde-oro che incolla grandi e piccoli a una radice comune e si uniscono in una passione che trascende anche le divisioni più drammatiche. Nessuno può parlare del Brasile senza fare alcun riferimento alla musica e al calcio, poiché rinnegherebbe l’essenza più profonda della sua cultura.    

Quando gli altezzosi mercanti inglesi portarono il football nel cuore del vecchio colonialismo iberico e lusitano, i ragazzi brasiliani prendevano già a calci le noci di cocco e gli stracci appallottolati per inseguire i loro sorrisi. I loro piedi erano abituati ai capricci irregolari delle sfere più strane; se toccavano un pallone vero, facevano sentire al cuoio le carezze dell’America latina e lasciavano agli avversari l’illusione di un controllo perduto. Le prime partite mostrarono al mondo la mendacità degli argomenti razzisti: gli indigeni e i neri erano più rapidi dei bianchi e facevano impazzire gli eredi della scuola inglese con la loro creatività. Anche se i rampolli dell’Occidente potevano picchiare impunemente i figli dei loro antichi schiavi, la capoeira e il samba offrivano alle vittime i trucchi magici del dribbling e gli occhi profondi della genialità. Il gioco si diffondeva, si allargava, si trasformava in un veicolo di promozione sociale e propaganda politica: Gétulio Vargas ottenne il Mondiale del 1950 e confidò in un trionfo per proiettare nell’eternità il suo regime, ma fu spodestato dai militari a pochi mesi dal fischio d’inizio della Coppa Rimet e sfruttò l’onda anomala del Maracanaço per riprendersi il potere; vent’anni dopo il disastro, il generale Medici affidò a una delle squadre più forti di tutti i tempi le fortune della spietata dittatura militare che aveva spazzato via l’eredità di Juscelino Kubitschek e che aveva costretto Raimundo Vieira – un umile proletario autodidatta – a bruciare i libri della sua formazione marxista. Pelé, Jairzinho, Gerson, Rivelino e Tostão non mancarono all’appuntamento con la storia e spazzarono via tutti gli avversari nel nome del loro Paese: la Seleçao non si sottrasse al suo “dovere” patriottico e il suo simbolo più grande non denunciò le storture che affliggevano migliaia di bambini senza futuro e milioni di uomini senza speranze. Il suo calcio era un formidabile analgesico: le travolgenti ballate dei ragazzi in verde-oro riempivano di sublimità sportiva gli occhi dei poveri e lasciavano che il ricordo delle libertà civili e i sogni dei diritti sociali sprofondassero nell’oblio. La gioia di quei ritmi sopiva i malcontenti, annullava le proteste, esaltava l’estetica, addormentava le coscienze. Gli inglesi furono assaliti da un’invidiosa impotenza e proposero di bandire le giocate della Seleçao, ma non vedevano nello splendore carioca i pericolosi germi del riscatto sociale; nel paese dei generali e dell’ossessione controrivoluzionaria nessuno pensava che il futebol potesse diventare uno strumento di emancipazione collettiva, ma dalle parti di Ribeiraõ Preto muoveva i primi passi un Magrão che avrebbe scritto capitoli irripetibili della storia del Brasile: suo padre, il signor Raimundo Vieira, gli aveva donato il nome del faro di saggezza che aveva ispirato i suoi studi autonomi. Socrates, una pertica di 193 centimetri che leggeva il calcio fra le sfumature dell’erba e danzava le sue armonie con l’allegra spensieratezza di un’anima unica, un uomo che scelse di studiare medicina per tracciare la strada del cambiamento quotidiano e sfruttò il calcio per veicolare le sue idee, un intellettuale organico alla cultura progressista del calcio, un non-atleta che sfondò la barriera fisica dello sport con la luce irresistibile della sua mente, un rivoluzionario che sognava di cambiare il Brasile attraverso la democratizzazione della sua religione laica, un capitano che si assunse le responsabilità del fallimento più roboante della Seleçao in verde-oro, un condottiero che trasformò la delusione di Barcellona nella molla dell’esperimento più audace della storia dello sport. I capelli del Magrão disegnarono i capolavori del Mundial 1982 e guidarono la Nazionale più irresistibile di sempre fino allo scontro con lo scoglio più inatteso: le sue giocate accesero la classe di Falcão ed esaltarono i piedi magici di Zico, il suo carisma ravvivò la forza universale di Toninho Cerezo ed esaltò il tocco rapido di Eder, il suo Brasile stupì il mondo e implose al cospetto della sua nemesi pragmatica, il calcio convinto degli Azzurri. Quando la squadra tornò in Patria, la delusione lasciò il posto alla sorpresa: Socrates preparava la Rivoluzione attraverso il calcio. La Democracia Corinthiana travolse le debolezze del regime e le resistenze degli avversari: i due titoli paulisti impallidirono al cospetto delle conquiste sociali che il primo gruppo calcistico capace di gestire collegialmente le proprie decisioni ottenne nella sua parabola culturale. I brasiliani videro che il futebol apriva le porte alla libertà e vollero respirare la sua nuova atmosfera anche nelle piazze; i militari si indebolivano, i movimenti popolari acquisivano consapevolezza, le forze della reazione si arroccavano nei loro baluardi e si accontentavano degli obiettivi minimi. Quando il Doutor si trasferì a Firenze, il regime giocava le sue ultime carte: parecchi brasiliani pensarono che la politica avrebbe accompagnato le glorie della Seleçao con lo spirito della democrazia; nessuno immaginava che la magia degli anni Ottanta non sarebbe più tornata. La Generazione d’Oro del nuovo Quadrato Magico si era incagliata contro Pablito: il centrocampo verde-oro non coltivava più talenti così sublimi, le aree tecniche si avvicinavano allo spirito del Vecchio Continente, la tattica cominciava a prevalere sul genio. Le leve degli anni Sessanta si specchiarono nella duttilità sacrificale dei mediani europei e i loro eredi proseguirono lungo la strada dei Campioni del Mondo di Pasadena: solo Romário e Bebeto, Cafu e Roberto Carlos, Ronaldo e Rivaldo, Ronaldinho e Juninho Pernambucano mantennero vivo il ritmo allegro del samba e alimentarono la scintilla argentea del gioco brasiliano. La Federazione spalancò le porte della Seleçao agli sponsor e aprì i campionati alle razzie dei grandi club dell’area UEFA: i figli di Rio e São Paulo cominciarono ad attraversare l’Oceano quando non sentivano ancora nel cuore la melodia tecnica della loro cultura e persero l’identità che aveva fatto grandi gli idoli dei loro genitori. I fuoriclasse si europeizzarono e abbandonarono il tocco magico per abbracciare il calcio moderno, i giocatori più dotati impararono le lezioni dei maestri razionali e ripudiarono la fantasia in nome della sostanza, i loro colleghi meno geniali sfruttarono il fascino della bandiera verde-oro e divennero gli operai specializzati di un’idea straniera e il futebol piombò nell’insipida mediocrità del suo terzo millennio. Tanti muscoli e poco fosforo, troppa corsa e nessuna carezza, migliaia di flash e sussurri di spirito, patine brillanti e identità perdute: la musica scomparve nel frastuono mediatico di un calcio finto, la passione si perse nell’atmosfera scintillante di un Mondiale tanto splendido quanto distante dalla realtà del Paese, il popolo si allontanò da un sistema che aveva smarrito la strada del Doutor Socrates per seguire la lezione di Havelange e il tintinnio sonante del denaro. Le radici del Mineiraço affondano in queste contraddizioni e si specchiano in un universo che non trova pace, ma ha nel suo tessuto connettivo le soluzioni alla paralisi: l’Alegria do Povo di Mané Garrincha e la partecipazione responsabile del Magrão, la doppia M più lirica e feconda della storia del calcio.

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