Stefano Lotta Ancora.

 

Borgonovo

di Daniel Degli Esposti

I capolavori non nascono dall’istinto. Le loro radici penetrano l’anima e s’immergono nell’identità; le loro sfumature assorbono i chiaroscuri e vivono l’essenza. La meraviglia si mescola allo spavento e il bello si avvinghia al terribile: la sublimità dell’arte respira l’arcobaleno semantico della lingua greca e s’incarna nelle idee degli uomini. Cammina sulle loro gambe e vibra nei loro cuori. Stefano Borgonovo ha dipinto nel calcio la magia del suo tocco; i suoi scatti rapaci hanno acceso l’erba di San Siro e le combinazioni con il genio metafisico del suo amico Roberto Baggio hanno fatto ruggire tutta Firenze.

Negli anni più dolci i capelli fluttuanti della gioventù e le parabole sinuose del talento incantano il mondo con la bellezza dell’energia; la passione per lo sport accende la vita e la forza dei vent’anni trascina le folle, ma il Destino dell’Arte ha altri piani per il suo futuro. Infortuni, problemi, sfortuna: le luci della ribalta si allontanano e gli acciacchi si moltiplicano, i passi si appesantiscono, la leggiadria svanisce. Stefano si preoccupa: sente che il deserto si espande nei suoi muscoli. La preoccupazione dipinge la paura nella sua casa e trascina il suo corpo negli studi medici: non è la vecchia e cara Fatica che divora i fluidi delle sue gambe e zavorra la sua libertà, è una compagna Stronza che consuma la vita. La diagnosi è tremenda: Sclerosi Laterale Amiotrofica. La fine di tutte le corse? L’inizio di un’immobilità forzata? Niente di tutto questo. Un attaccante nato sa che ogni porta si apre al suo istinto per un nuovo gol; un artista del pallone non dimentica la musica del suo gioco; un uomo innamorato assorbe la luce della sua famiglia e la riflette nel mondo. Stefano sente che un’amara clessidra pende sul suo capo, ma ricorda l’esempio muto di Gianluca Signorini: il capolavoro sorge dalle sue cellule bloccate e si appoggia sul cavalletto a rotelle mentre l’annuncio più difficile della sua vita esce dalle sue labbra. La gioia orgogliosa e ineffabile della lotta esce dalle ultime parole della sua voce; Stefano sente la crudeltà del suo destino, ma capisce che la sua esistenza si sta trasformando in una chiave di volta. Il diaframma diventa marmo e gli blocca la gola, ma gli occhi gridano al mondo la sua anima. Gli amici di sempre lo appoggiano, Chantal lo accompagna, Alessandra, Benedetta, Andrea e Gaia lo sostengono, l’idea che illumina la sua mente diventa realtà: la “Fondazione Stefano Borgonovo” muove i primi passi, organizza eventi, sensibilizza i tifosi. Quando il Franchi si riempie per lottare contro la “Stronza”, Roberto e Stefano tornano sul prato e riavvolgono il nastro delle emozioni: Baggio assiste, Borgonovo finalizza e il pubblico impazzisce. La loro perla non è un gol, ma annuncia la vittoria più bella che il calcio può donare: Stefano è una statua di dolore, ma il suo sorriso è la porta del sole; la morte dei muscoli non uccide i suoi occhi. La vita scorre dal campo alle tribune e svela la natura più profonda dello sport: i limiti esistono solo per ricordare agli uomini che hanno la forza di superarli, gli ostacoli nascono per essere saltati e le sfide impossibili servono a spostare le Colonne d’Ercole della conoscenza. Stefano non lotta per salvare la sua carne inerte, ma perché gli sguardi innamorati dei suoi compagni più giovani non debbano più diventare le labbra di nuovi inni alla vita; sa che la “Stronza” sta per scrivere l’ultimo capitolo della sua esistenza, ma trasmette la sua essenza al calcio. Traccia strade, apre speranze, genera passioni. Non si vergogna della smorfia che il male disegna sul suo volto; non si piega, mantiene la sua umanità, resiste.

La battaglia del suo corpo finisce il 27 giugno 2013, ma la luce del suo sorriso continua a splendere oltre il dolore; la Fondazione lavora, la ricerca cresce, le conoscenze disegnano nuovi progressi e le iniziative si avvicendano con i ritmi vorticosi che gli attaccanti nati imprimono sull’erba. Stefano vive nelle loro atmosfere: la sua immagine ricorda al calcio la terribile grandezza della fragilità e la meravigliosa potenza della volontà. La sua storia insegna la forza dell’amore e ricorda che il destino sa essere effimero, ma non controlla la luce che brilla nell’animo umano. La sua morte invita il calcio a riflettere sulla sua natura: i lati oscuri pungono la sua epidermide e i pericoli minacciano i corpi delle sue stelle, ma la sua memoria è l’antidoto più forte all’oblio dell’incoscienza. Le speranze e le ricerche si nutrono del suo esempio e chiamano l’impegno di tutti coloro che credono nella bellezza del calcio e nella forza della vita; le secchiate d’acqua gelida risvegliano i silenzi caotici dell’estate, ma solo le azioni affermative e le donazioni concrete offrono nuova linfa al progetto più luminoso del pianeta calcistico. Uccidere la “Stronza” perché non ammazzi più nessuno: un sogno che può diventare realtà, perché Stefano Lotta Ancora.   

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L’Estate, acerrima nemica del Malato di Calcio.

 

pallone-spiaggia

di Veleno.

L’Estate è indubbiamente il periodo dell’anno più atteso da ogni persona. Da ogni tipo di persona tranne uno: il malato di Calcio.

Sì, perché il malato di calcio vede la stagione estiva con diffidenza e timore, perché sa benissimo che lo aspettano giorni “bui”, in cui l’astinenza si farà sentire nei modi peggiori. Ogni due anni, questa situazione è alleggerita parzialmente da Europei e Mondiali, che danno un mesetto di ossigeno in più, ma la situazione non cambia troppo.

Il malato di calcio è ben consapevole del fatto che anche in questo caso, dovrà sopravvivere un mese e mezzo campando di stenti ed espedienti; calcistici, ovviamente.

I non malati faticano a capire, pensando che questo periodo sia decisamente breve e solitamente occupato da altre attività piacevoli come vacanze, riposo ed altro; ma nessuna di queste cose può sostituire, nella mente del malato, quel pallone che corre sul tappeto verde, i tifosi che cantano in tribuna e tutto quello che ne consegue.

Per sopravvivere a questi momenti durissimi, il malato si butta su qualsiasi cosa abbia anche lontanamente a che vedere col fùtbal.

Il Calciomercato è sicuramente il tema estivo che attira più l’attenzione del malato. Attenzione, non solo quello della sua squadra del cuore, ma TUTTO. Dalla prima all’ultima squadra di Serie A, passando per i grandi club Europei, e nei momenti più difficili, ci si butta anche sul mercato di club minori stranieri, con punte che rasentano l’autismo.

Questo è uno dei temi estivi più cari al malato perché è direttamente spendibile in una delle attività preferite dal soggetto in questione: La Chiacchiera da Bar.

Il malato di calcio non si limita ad avere bisogno di vedere calcio ma deve parlare, discutere, dissertare, per placare questo “fuoco sacro” che gli brucia dentro.

Un’altro argomento che attira l’attenzione del malato in questo periodo (solo i malati più gravi) sono le partite estive. Dalle amichevoli in ritiro, a quelle in tournée, passando per i trofei “memorial”, di beneficenza e chi più ne ha più ne metta.

Man mano che passa l’estate, il malato è sempre più in difficoltà ma grazie a dio ad un certo punto arrivano quelle che possiamo definire “le medicine”: i preliminari delle Coppe Europee (ENTRAMBE!) e l’inizio di alcuni campionati come Premier League e Bundesliga. Qui il malato si sfoga letteralmente, con vere e proprie maratone davanti al televisore, passando da una partita all’altra, da un campionato all’altro, non tanto per l’interesse per una squadra in particolare ma per il bisogno psicofisico di guardare calcio che conta.

Tutta questa situazione va avanti fino all’inizio del Campionato, dove il malato può finalmente tornare alla vita normale, solo dopo aver effettuato l’asta del Fantacalcio.

So bene che questa è una situazione molto difficile per i non malati, soprattutto per quelli che si trovano “costretti” a dover convivere con persone malate, però è una cosa inevitabile, che non cambierà mai.

Cari malati, tranquilli, manca poco.

Giallo tenue.

nibalidi Marco Gaggiano.


“2018. Il cinico e spietato fair play finanziario ha già mietuto decine di vittime in Europa. Dopo un lungo lavoro ai fianchi a colpi di multe, “embarghi”, riduzione del numero di giocatori in rosa, trattenute degli introiti e punti di penalizzazione i grandi blasoni inglesi, spagnoli, tedeschi e italiani, ormai esausti e logori, hanno dovuto dichiarare la resa. La Champions è ormai appannaggio di club con i conti in regola e un tasso tecnico che fino a qualche anno fa non riusciva ad assicurare neanche un discreto piazzamento in Europa League. Già, l’Europa League, un ricordo quasi lontano considerando che oggi non val più di una vecchia Intertoto.”

Il teaser trailer dell’ennesimo disaster movie imbottito di effetti speciali e computer grafica senza troppe pretese sotto l’aspetto sceneggiaturale? No, il tentativo forse anche un po’ goffo di descrivere, attraverso un’Apocalisse molto lontana da quello che potrebbe realmente accadere nel prossimo futuro, il malessere interiore che mi accompagna dalla decima tappa di questo stramaledettissimo Tour. Stramaledettissimo sicuramente non per l’esito finale, ma perché mai come quest’anno si è dovuto privare degli unici elementi che avrebbero potuto tenere in vita, quantomeno fino all’ultima settimana di corsa, quel sano, avvincente e imprevedibile livello di competizione che, è inutile negarlo, conferisce un sapore del tutto diverso alla vittoria finale. Continua a leggere