Giallo tenue.

nibalidi Marco Gaggiano.


“2018. Il cinico e spietato fair play finanziario ha già mietuto decine di vittime in Europa. Dopo un lungo lavoro ai fianchi a colpi di multe, “embarghi”, riduzione del numero di giocatori in rosa, trattenute degli introiti e punti di penalizzazione i grandi blasoni inglesi, spagnoli, tedeschi e italiani, ormai esausti e logori, hanno dovuto dichiarare la resa. La Champions è ormai appannaggio di club con i conti in regola e un tasso tecnico che fino a qualche anno fa non riusciva ad assicurare neanche un discreto piazzamento in Europa League. Già, l’Europa League, un ricordo quasi lontano considerando che oggi non val più di una vecchia Intertoto.”

Il teaser trailer dell’ennesimo disaster movie imbottito di effetti speciali e computer grafica senza troppe pretese sotto l’aspetto sceneggiaturale? No, il tentativo forse anche un po’ goffo di descrivere, attraverso un’Apocalisse molto lontana da quello che potrebbe realmente accadere nel prossimo futuro, il malessere interiore che mi accompagna dalla decima tappa di questo stramaledettissimo Tour. Stramaledettissimo sicuramente non per l’esito finale, ma perché mai come quest’anno si è dovuto privare degli unici elementi che avrebbero potuto tenere in vita, quantomeno fino all’ultima settimana di corsa, quel sano, avvincente e imprevedibile livello di competizione che, è inutile negarlo, conferisce un sapore del tutto diverso alla vittoria finale.

Immaginiamo, in uno scenario catastrofico come quello maldestramente ipotizzato per il 2018, che una squadra di alto livello, una delle poche scampate alle grinfie del progetto ammazzagrandi del UEFA – l’Atletico per esempio – dovesse trionfare in Champions dopo aver vinto di scioltezza contro l’Hoffenheim agli ottavi, il Feyenoord ai quarti, il Saint-Étienne in semifinale e, perché no, contro la Lazio in finale. I supporter dei Colchoneros sarebbero realmente soddisfatti di un successo maturato così facilmente? E la squadra? Chissà, forse qualche nostalgico potrebbe addirittura sostenere di aver provato più coinvolgimento durante la cavalcata del 2014, nonostante la cocente delusione contro il Real.

È vero, imbattersi nel campo delle supposizioni non è mai agevole e forse serve a ben poco, ma io quella sensazione di appagamento a metà continuo a percepirla ogniqualvolta lo sguardo cade distrattamente sulla prima pagina total yellow della Gazzetta di Lunedì scorso. Quasi in automatico parte una clip dalla regia del mio lobo temporale: dissolvenza in apertura; refrain di Live to Rise dei Soundgarden; Froome scuote lentamente la testa dietro il vetro del finestrino dell’ammiraglia Sky, lacrime; dissolvenza; Contador affianca Michael Roger in slow-motion, pacca sulla spalla; dissolvenza in uscita; testo bianco su sfondo nero “COSA SAREBBE SUCCESSO SE…”.

E credetemi, mi dispiace. Mi dispiace perché conosco Nibali dai tempi dell’Under-23 ; l’ho odiato e criticato nei primi due anni in Liquigas, quando correva con rabbia e senza cervello; ho ricominciato ad apprezzarlo nel Giro del 2008, quando in discesa sembrava quasi di rivedere in azione il falco Savoldelli; mi ha letteralmente impressionato nel Tour del 2009, quando a suon di pedalate in salita ha iniziato timidamente a lanciare un messaggio chiaro e predittivo ai suoi rivali. Nel 2010 la strepitosa vittoria nella tappa Ferrara-Asolo col Monte Grappa, la generosità dimostrata nei confronti di Basso (mio idolo indiscusso) e il dominio nella Vuelta hanno sancito definitivamente la fine delle ostilità tra noi due e il culmine di una maturazione lenta e graduale sia sul piano psicologico che fisico. Da lì in poi solo amore incondizionato.

Mi dispiace perché son convinto che anche lui, al di là delle dichiarazioni di rito e delle frasi confezionate per l’occasione, stia vivendo male questo traguardo che traguardo non è. D’altronde, il suo approccio alla corsa è completamente mutato a partire dall’ufficializzazione del ritiro dello spagnolo della Tinkoff-Saxo e chi mastica ciclismo sa che quel modo aggressivo e istintivo di affrontar le tappe, quella ardente volontà di lasciare il segno del proprio passaggio su ciascuna delle tre catene montuose attraversate, quegli attacchi sistematici nonostante la maglia gialla già sul petto e un distacco considerevole sul secondo in classifica generale, quella sorta di sano “egoismo” nel chiedere alla squadra uno sforzo notevole anche quando ci si poteva limitare a controllare (Scarponi ne sa qualcosa) sono segni inequivocabili di un’inquietudine che, in mancanza di degni avversari, lo ha costretto a trovare un rivale in se stesso. Un po’ come nelle corse contro il tempo dei videogiochi motoristici, quelle in cui gareggi a pista libera tenendo sempre d’occhio la sagoma vaporosa della tua auto che ripercorre le traiettorie del miglior giro.

La mia sensazione è che Vincenzo abbia già deciso di rimandare l’ambizioso progetto Giro+Tour 2015 per concentrarsi ancora una volta esclusivamente sulla Grande Boucle, con la speranza di poter salire sul gradino più alto di un podio un po’ più nutrito, magari anche solo per una manciata di secondi. Perché nessuno mette in dubbio che “Gli uomini passano e le imprese restano”, ma veramente riuscireste a definire impresa una Champions vinta contro Hoffenheim, Feyenoord, Saint-Étienne e Lazio?

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