El Compañero Delantero e i sogni del Cile

Carlos Caszely e il fùtbol: la gloria del gol e la forza della ribellione.

caszelydi Daniel Degli Esposti

La primavera delle Ande accarezza il cielo di Santiago: il Cile si specchia nelle sue nuvole barocche, ma le vie della sua capitale sprizzano un’energia diversa. Centinaia di persone fremono nelle piazze e corrono lungo le strade: le urne democratiche preparano un verdetto storico e i canti dei poveri spalancano le porte della Moneda al futuro.

“Venceremos!”

L’inno di Victor Jara riecheggia fra gli accordi degli Inti Illimani e riempie le gole rosse dei figli del popolo. Salvador Guillermo Allende Gossens non riesce a nascondere la sua gioia: il 36% dei cileni lo chiama alla presidenza del Paese. I leader del Partito Democratico Cristiano ascoltano lo spirito del tempo e non ostacolano il progetto politico più ambizioso della storia dell’America Latina: Unidad Popular diventa realtà. I socialisti e i comunisti si abbracciano e aiutano il Movimiento de Izquierda Revolucionaria a uscire dalla spirale della violenza clandestina.

I moderati tremano e soffiano sugli squilibri ideologici degli Stati Uniti d’America. Il presidente Nixon s’insospettisce e l’opinione pubblica commenta con terrore gli scenari andini, ma il Compañero Presidente non si scompone mai; la sua voce continua a disegnare la libertà sul cielo di Santiago.

“Per voi essere un comunista o un socialista significa essere totalitario, per me no… Al contrario, io credo che il socialismo liberi l’uomo”.

L’imperialismo a stelle e strisce si scontra con la forza tranquilla di un rivoluzionario sorridente: Salvador Allende non uccide i capitani d’industria, ma nazionalizza le proprietà straniere e le trasforma in strumenti di ricchezza per la sua gente. Mentre le miniere di rame della Kennecott e dell’Anaconda passano sotto il controllo dello Stato, la riforma agraria intacca le rendite dei latifondisti e migliora le condizioni di lavoro nelle campagne. La Moneda congela il debito estero e si assume la gestione degli istituti di credito; il governo centralizza la distribuzione dell’energia e vigila affinché la sua produzione non avvenga a vantaggio dei primi e a discapito degli ultimi.

Il Cile cambia volto: tutti i suoi figli ricevono mezzo litro di latte e non restano più intrappolati nel carcere domestico di un matrimonio fallito. La legge sul divorzio e l’abolizione del finanziamento pubblico alle scuole private tracciano linee di laicità, mentre l’aumento dei salari e il controllo del prezzo del pane fanno aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori. Il popolo si avvicina alla sua cultura, compra i libri dell’Editoriale Quimantu e riempie le scuole: le università accolgono nuovi studenti e le voci più suadenti della letteratura si librano nell’aria.

“Il Paese dei sogni”.

Carlos Humberto Caszély Garrido vive i suoi vent’anni in un tripudio d’energia e sente che una splendida fortuna bacia la sua pelle andina: l’atmosfera di Santiago avvolge le sue notti allegre e la speranza del socialismo respira nei suoi sogni. La maglia del Colo-Colo veste il suo corpo tozzo e sgraziato: sembra la controfigura di un portuale assonnato, ma il dio del fùtbol gli ha regalato il fiuto del gol. È il re indiscusso del metro quadrato: le aree piccole dei campi del Cile portano i segni delle sue zampate. Segna ed esulta: i suoi capelli ricci sprizzano la vitalità della gente, i suoi baffi gridano al mondo la gioia della rivoluzione più pacifica del mondo. Mamma Rosa lo osserva e sorride, lo accompagna e lo guida; le sue parole gli ricordano la forza del Compañero Presidente.

“È bello vivere in questo Cile”.

Carlos Humberto ha vent’anni e il suo cuore si tinge di rosso: quando pulsa all’impazzata per gonfiare una rete, sente che l’idillio della sua giovinezza non può finire, ma ricorda le rincorse dei difensori e il fiato dei mastini. La rabbia accende i tackle e il rancore rinforza i tacchetti: le ali del Condor cominciano ad aprirsi sulle vene aperte dell’America Latina.

Il debito pubblico del Cile si alza e l’inflazione schizza al cielo come una scheggia impazzita, ma Salvador non trema: le sofferenze del centro aprono i polmoni avvelenati degli indios mapuches e chiudono la forbice della ricchezza. La sua Unidad non si ferma: se il popolo si stringe nella lotta, le nubi fosche dell’economia non lo spaventano. I numeri si susseguono, le voci corrono, i moderati si risvegliano: i padroni esautorati allungano le mani sui loro vecchi possedimenti e sognano la riscossa.

“Un nuovo settembre si avvicina”.

Allende stringe i denti, ma le lame di Henry Kissinger affilano gli artigli di Augusto Pinochet Ugarte: il capo delle Forze Armate paventa il ritorno di fiamma del Movimiento de Izquierda Revolucionaria e grida all’orrore della Praga andina. L’Occidente arma i suoi uomini col silenzio e la sete di potere riempie i serbatoi degli aerei. L’11 settembre 1973 la Moneda finisce sotto assedio: il Paese trattiene il fiato, ma il suo Presidente non abbandona il palazzo.

“Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”.

Augusto Pinochet sta per sfondare le ultime difese della democrazia socialista, ma Allende non scappa: chiede alle sue guardie del corpo un fucile e saluta la sua gente con un lampo di luce.

“Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento”.

Un sorriso fiero, una scarica gelida.

Carlos Humberto Caszély ascolta la notizia dal ritiro della Nazionale e sente morire la sua giovinezza: il sogno del Sudamerica affoga nel sangue del Presidente, ma le bombe di Pinochet non zittiscono l’esperienza del suo governo. Il Generale sospende la Costituzione e fa arrestare centinaia di cileni: inchioda il presente alla sua violenza, ma non spegne il futuro dai bagliori roventi della Moneda. Lo Stadio Nazionale di Santiago diventa il mattatoio della libertà cilena, ma l’attaccante che possiede la sua area piccola non smette di tracciare parabole mancine nel silenzio del suo cuore. Quando la dittatura gli impone di scendere in campo contro il rifiuto dell’Unione Sovietica, Caszély sente il peso della morte, ma non riesce a fermare la farsa: l’assenza degli avversari qualifica il Cile fascista ai Mondiali di Germania, ma il vomito del Chamaco Valdes accende lo spirito di Carlos.

Compañero delantero. Hasta la victoria.

Caszély non ha più paura di gridare il suo muto disprezzo all’indirizzo del Generale. Quando Pinochet stringe la mano ai convocati per la Coppa del Mondo, le sue braccia rimangono conserte e le sue labbra disegnano un sorriso di sfida. Nelle lunghe giornate tedesche la rabbia fermenta sotto la sua pelle e si trasforma in uno schiaffo violento: Berti Vogts finisce a terra e l’arbitro sventola il primo cartellino rosso della storia della rassegna iridata. Il compagno non si lamenta, ma l’ombra dell’espulsione lo perseguita: il Colo-Colo non è più la famiglia delle sue imprese sportive, ma un’organizzazione che lo porta in giro come un peso. Caszély vola in Europa, ma non smette mai di pensare al “suo” maledetto 11 settembre. Le voci delle Ande rimbalzano distorte attraverso l’Oceano, ma le grida metafisiche di mamma Rosa lacerano l’animo del suo figlio prediletto; Carlos Humberto immagina il suo dolore morale, ma non sa che le sue urla sono piene di voce. Gli uomini di Pinochet la picchiano e la maltrattano con la tremenda regolarità del fascismo latino; quando El Compañero delantero torna a essere il Re del Metro Quadro nel loro Cile, le violenze non finiscono. Caszély torna al Colo-Colo e si riprende il club: la tifoseria dimentica gli screzi e riabbraccia il suo campione, ma l’ombra della tristezza avvolge lo sguardo solare dell’uomo che fu ragazzo. L’immagine di Pinochet gli frigge nello stomaco e i progetti reazionari del governo terrorizzano la sua ragione, ma la forza del fùtbol e la magia dei ricordi accendono le sue speranze.

Quando il Generale abbandona la divisa militare e indossa un gessato che esalta lo stile del “suo” 1988, le strade del Paese si riempiono di una parola enigmatica.

“Referendum!”

Il conferma il governo e disegna nell’eternità il nome del presidente; il no affida il Cile alle urne. Caszély sente che la vita riprende a scorrere impetuosa nel suo sangue, ma rimane in silenzio: osserva le campagne degli antifascisti e si entusiasma, ma teme che la sua esposizione riaccenda le polemiche del Mondiale 1974 e comprometta le sorti del no. Sente che il vero Cile brilla nei suoi occhi e nelle parole immortali di Salvador Allende e non vuole che i moderati lo accusino di anti-patriottismo. Sorride e si nasconde, spera e calcola, ma un giorno capisce che il suo destino lo spinge sotto la luce dei riflettori. Incrocia lo sguardo di mamma Rosa e annuisce; la macchina da presa inquadra il volto anziano e segnato dalla fierezza di una donna indomabile e registra le parole della sofferenza.

“Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente. Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No”.

Lo zoom allarga il campo dell’inquadratura: un gagliardetto del Colo-Colo si staglia sul muro e un viso baffuto compare all’improvviso sullo sfondo. La voce è inconfondibile.

“Anche io voterò no”.

Carlos Humberto si ferma e sorride, ma deve una spiegazione al suo pubblico immaginario: “Voterò no perché i suoi sentimenti sono i miei. Perché questa donna meravigliosa è mia madre”.

Pochi giorni dopo, il volto cereo di Augusto Pinochet si specchia nella disfatta del fascismo: il Cile riabbraccia il futuro e corre sui baffi festanti del suo Re del Metro Quadro. Carlos Humberto Caszély Garrido, El Compañero Delantero.

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