Morto Sibilia, viva Sibilia! (Giuseppe Ceglia per #volevoilrigore)

sibilia
«Uh mamma! Che paura! E chi so’ chist’?». Mia nonna proprio non se l’aspettava, uscendo dalla stanza dove aveva passato la notte con mia madre, di trovarsi davanti due marcantoni in divisa nera e la fiamma sul cappello. E mentre io venivo al mondo, nella stanza accanto a dov’era mammà, nella stessa clinica, agli arresti domiciliari, era ricoverato Antonio Sibilia. Un omone dal dialetto facile e la voce rauca, con delle mani talmente tozze che solo all’idea di poterle avere in faccia non l’avresti mai e poi mai contraddetto.

Esattamente quattro anni prima che nascessi a pochi metri da lui, rifilò uno schiaffone all’impavido Beniamino Vignola che ‘ntender no lo può chi no lo prova. Il centrocampista biancoverde, su suggerimento di Michel Platini, era stato appena ceduto alla Juventus insieme a Stefano Tacconi. I due ebbero la brillantissima idea di recarsi in sede e chiedere il premio di fine stagione promesso dal patron dell’Avellino. L’eco del paccherone a Vignola risuonò in tutto l’edificio: «Ma come, io vi vendo alla Juve e voi mi chiedete il premio?». A quel punto il saggio Tacconi pensò bene di cambiare strategia: «Presidente, io ero venuto solo a salutarla».

Di promesse ai suoi ragazzi Sibilia ne faceva tante, ma ne manteneva pochissime. Un giorno andò a prendere Pasquale Luiso con una Mercedes di lusso. Gli disse: «Se segni quindici gol te la regalo». Il Toro di Sora di gol ne segnò diciannove, al quindicesimo corse verso la tribuna e fece il gesto dell’auto guardando Sibilia. Il commenda scese negli spogliatoi e gli consegnò le chiavi. Due giorni dopo rivolle l’auto indietro.

Le promesse, Sibilia, preferiva mantenerle con i pezzi grossi. E lì era irremovibile. Luciano Moggi in un suo libro scrive: «Era un uomo di parola. Con lui non c’era bisogno di firme, bastava la stretta di mano. Se ti prometteva un giocatore era come avere il contratto già in tasca. Poteva succedere qualsiasi cosa, poteva perderci un sacco di soldi, ma lui manteneva la promessa.»

Erano gli anni ottanta dei presidenti ancora in grado di scovare talenti e tenere una provinciale in massima serie per dieci anni senza spendere grossi patrimoni. Presidenti che trattavano i calciatori come figli e avevano verso di loro un atteggiamento grossolanamente pedagogico. E se alla guancia gentile di Vignola andò male, quando ad Avellino si presentò il carneade Juary, fuscello nero brasiliano che esultava facendo il giro della bandierina del calcio d’angolo, Sibilia pensò bene di affidarlo al suo amico ristoratore Sabatino Nigro, perché lo irrobustisse con una dieta a base di bistecche e cotechini irpini. L’esperimento culinario riuscì, e Juary contribuì a suon di gol alla straordinaria salvezza dei lupi nel campionato 1980/’81, nell’anno del terremoto, nonostante i punti di penalizzazione.

Oggi don Antonio si è spento, circondato da un calcio di “capelloni” e “primedonne” in cui da tempo faceva fatica a riconoscersi. La sua resistenza l’ha messa in piedi fino all’ultimo giorno, giocando a poker al bar con gli amici di sempre.

(Giuseppe Ceglia)

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