… E il denaro uccise l’Idea

di Daniel Degli Esposti

Johan Cruijff, l’Ajax e il Barcellona: le glorie e i tradimenti del simbolo del calcio moderno

Le rivoluzioni nascono negli angoli più impensabili del genio umano: sfruttano i silenzi e cavalcano i bisogni, si nutrono di eresie e si riempiono di vuoti, affondano negli abissi del probabile e si alzano in volo verso l’impossibile. Il calcio le accarezza, le esalta, le ama: la natura del pallone esclude la quiete e vive per il moto continuo delle anime ribelli.

Se un padrone fa calare una legge che soffoca la libertà nell’ardore estetico della disuguaglianza, la sfera rotola oltre i limiti dell’ingiustizia e spalanca mondi alla creatività dei suoi artisti; quando una comunità si spinge verso gli orizzonti aperti della cultura, i campi si riempiono di talento e la storia s’intreccia al gesso delle linee laterali. Il prato inglese del football non premia la forza: l’erba accarezza lo schianto dei limiti, vibra fendenti flessuosi ai pregiudizi, respira il sole per confutare la fisica. Adora i paradossi: è stregata dal ritmo geometrico che un paio di scarpe contorte impone all’Europa, resta incantata dalle danze impetuose che due caviglie ingessate seminano fra le linee militari della tattica, assiste voluttuosa alle visioni intellettuali di una mente ineffabile. Il figlio di una donna delle pulizie e di un verduraio di Amsterdam trascina la rivoluzione culturale della città del cuore dell’architettura totale olandese, lo Stadion De Meer: mentre l’Olanda grida al mondo il nuovo corso della generazione antinazista, Johan Cruijff riscrive la storia dello sport. L’intelletto calcistico di Rinus Michels e l’essenza trascendente del suo numero 14 costruiscono l’eutopia più incredibile della storia del calcio: l’Ajax suona melodie inarrivabili e cambia registri tecnici con la sconvolgente facilità che accompagna i movimenti delle squadre elette. La ragione apollinea e l’ebbrezza dionisiaca si fondono nel principio poietico: le menti s’intrecciano ai piedi mentre gli occhi aprono le strade del successo; le gerarchie e le invidie si sciolgono insieme alle strutture militari che generazioni di allenatori e dirigenti hanno plasmato con la durezza del comando. Gli alfieri del futuro non hanno bisogno di un capitano fisso: le piramidi dell’Occidente offendono le loro danze irresistibili e cancellano la magia che avvolge Amsterdam, ma solleticano le pieghe più oscure di un animo nobile. Cruijff avverte le scosse, ascolta i sussurri, accoglie i pensieri.

“È il momento!”

La fascia del capitano taglia lo spogliatoio come un lampo d’orgoglio. Johan chiude la borsa: la mente più prodigiosa d’Olanda vola sulle ramblas in cambio di una valanga di pesos. L’orchestra più travolgente del mondo giace muta nel teatro della sua gloria: gli strumenti perdono il profumo etereo della libertà gioiosa e s’increspano nel ricordo di una grandezza inarrivabile. La tela è squarciata, ma l’idea resiste nelle pupille eteree del suo creatore: abbraccia Barcellona, accarezza lo spirito mediterraneo che si nasconde dietro i ritratti oscuri di Franco, stringe la rosa de fuego della città indomabile e accende il rosso incancellabile della sua passione.

Si sente a casa.

Il denaro lascia il palcoscenico assoluto del Fine e riveste l’abito consono del Mezzo: Johan incanta il Camp Nou e traccia fra le sue porte il sentiero di una Spagna più viva. I dribbling s’intrecciano alla libertà, le veroniche avvolgono le statue di sale dei poteri forti, l’intelletto accende il futuro nelle energie dei ragazzi: lo spirito della Catalogna libera e progressista fa crescere le generazioni nell’amore per il club che rappresenta la storia di una regione prospera e ferita.

Més que un club.

Cruijff accompagna Barcellona fuori dal cono d’ombra della dittatura e costruisce il suo avvenire insieme alla Sagrada Familia: battezza il figlio con il nome di San Jordi, si sente blaugrana, s’immerge nell’atmosfera radicale che pervade gli spalti del Camp Nou.

Non prende prigionieri; non è mai stato capace.

Infonde il suo genio a un giovanotto equilibrato che si affaccia con timidezza all’universo dei grandi: le sue non-qualità lo attirano tremendamente poiché spalancano l’immagine impossibile di una veronica dipinta da due piedi piatti. Si sente vicino alla lentezza di questo Josep, un allievo che molti scout ritengono più adatto alla Guardiola di un istituto scolastico che ai campi di calcio.

Dieci anni dopo, quella bizzarra “G” maiuscola si ritira fra gli applausi dell’Europa, ma non smette di sognare: accetta la panchina del suo club e capisce che i limiti di una generazione pigmea spalancano universi ineffabili. Il vecchio mentore olandese sorride dietro le quinte della gioia mentre Xavi, Iniesta e Messi flirtano con il suo Ajax e si emoziona ogni volta che Puyol spruzza il sudore sull’erba; quando Gerard Piqué chiude 6-2 il set decisivo del Santiago Bernabeu, il manifesto ideologico del nuovo calcio totale si lancia verso il triplete e spalanca l’âge d’or del Fútbol Club Barcelona, ma Johan non ride più.

La sua gente sogna di riempire i vuoti che l’hanno resa invincibile col denaro.

Non sopporta la perfezione e non accetta l’incompiuto, non conosce il limite e non frena l’oltraggio. S’inoltra fra le sirene della deriva.

Compra stelle e riempie firmamenti, maneggia e corrompe. Lo spirito rivoluzionario dell’autonomia catalana affoga nell’ideologia destrorsa di un vacuo nazionalismo indipendentista; le sinfonie magiche del tiki-taka s’impastano dell’adesivo effimero che plasma le figurine più prestigiose. Gli slogan libertari delle tribune si spengono di fronte alla bulimia imperialistica della dirigenza: Laporta e Rosell dimenticano lo spirito di Les Corts e studiano Cecil Rhodes.

“Annetterei i pianeti, se potessi!”

Cruijff lascia il Camp Nou e il Barcellona perde l’anima: le bandiere catalane non parlano più la lingua melodiosa dell’antifranchismo, l’identità si nasconde nella maschera di una potenza che fu, la gloria si nutre di magliette vendute e plusvalenze mancate, la forza si misura con gli sciocchi parametri del mercato neoliberista. Gli acquisti faraonici prendono a picconate la seconda eutopia di Johan e la seppelliscono sotto le macerie di un’essenza tradita.

E il denaro uccise l’Idea.

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