A Pàtria Amada do O Gringo – La folle parabola di Dejan Petković

Di Filippo Valbuzzi

Sentirsi a casa

«Che sei tu? Ceco. E tu? Serbo. E tu? Russo. E tu? Io polacco. Fratelli, cancellate queste parole. Da oggi scrivete: io sono slavo». Con queste parole lo scienziato e politico slovacco Ján Kollár inaugura – nella sua opera Sulla reciprocità letteraria dei diversi ceppi e dialetti della nazione slava – il filone ideologico panslavista. Era il 1836 e la grande epopea del nazionalismo era appena agli esordi. Non vi era ancora traccia, se non nel sentore profondo di una certa fetta di popolo, degli orrori che sarebbero accaduti centosessanta anni dopo.

Recentemente mi è capitato di leggere un articolo che non esito a definire illuminante. L’articolo in questione, apparso sul numero 3/2014 della rivista Il Mulino, si intitola Sentirsi a casa e porta la firma del filosofo israeliano Avishai Margalit. In esso si disserta sul legame tra il sentimento di straniamento degli ebrei, la percezione che per secoli si ha avuto di questo popolo come di stranieri e alcune categorie sentimentali legate al concetto di casa. Ovviamente, non è questo l’argomento che vorrei trattare (ci mancherebbe!), ma, tra i vari spunti, ce n’è uno in particolare che reputo fondamentale ed è una frase del filosofo Isaiah Berlin. Punto di riferimento per generazioni di studiosi israeliani, è dalle sue considerazioni sull’idea di “sentirsi a casa” del popolo ebraico che prende avvio il ragionamento di Margalit. La frase è questa: «chiunque non si senta a casa non può creare spontaneamente, liberamente, generosamente e senza complessi, in un modo che Schiller definiva «ingenuo» e che Herder, che lo ammetta o meno, ammira moltissimo ed è una cosa in cui crede» .

Credo che l’assunto di Berlin possa agevolmente estendersi – con i dovuti distinguo – anche ad altri contesti, anche individuali – data l’universalità del principio esposto. Che io ricordi nessuno ha mai anche solo tentato di applicare il principio di cui sopra ad un contesto dolorosissimo come quello dei Balcani e, nella fattispecie, alla nazione Serba. La ferita è ancora aperta e la gravità dei crimini commessi non è ancora stata sufficientemente elaborata storicamente per farci i conti ora, ma è qui che mi tornano alla memoria le parole di Kollár. Mi torna alla memoria anche un bell’articolo di Massimo Fini: Quando Dragan ne aveva voglia. Pubblicato nel 2000 dal Guerin Sportivo, è una lunga ed appassionata dichiarazione d’amore per Dragan Stojković e per i calciatori serbi in generale. Di Stojković han parlato in molti, sempre con grandissimo rispetto, visto il giocatore che era, e, soprattutto, meglio di quanto possa farlo io ora. Recentemente lo ha fatto il sempre ottimo Daniele Manusia su Vice con Italia ’90: e se avesse vinto la Jugoslavia? che, credo, faccia ben capire con che razza di giocatore – e con che razza di squadra – abbiamo avuto a che fare. Ma torniamo all’anarchico Fini. C’è un passaggio nel suo pezzo che mi interessa sottolineare e con cui sono solo parzialmente d’accordo: si fa cenno alla partita Milan – Stella Rossa, ritorno degli Ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1988 e nota per essere stata annullata causa nebbia col Milan in affanno e in svantaggio, rigiocata e vinta dal Milan ai rigori. Lo riporto integralmente: «nella vita ci vuole anche fortuna. Berlusconi ne ha sempre avuta in qualità industriali. La nebbia a Belgrado c’è una volta ogni vent’anni, se non fosse scesa proprio il 9 novembre di dodici anni fa sono convinto che il ciclo del Milan non ci sarebbe mai stato e forse oggi non ci troveremmo nemmeno fra i piedi il Berlusconi politico. Stojković invece di fortuna non ne ha mai avuta: è stato coinvolto, assieme ad un’intera generazione di calciatori serbi, in vicende politiche che con lo sport non hanno nulla a che fare e – complice anche una serie di infortuni – non ha avuto la gloria e la fama che gli spettano. Io lo amo anche per questo».

Non credo sia solo sfortuna e non credo che Stojković non abbia mai avuto la gloria e la fama che gli spettano. Nella carriera di “Picksi” (dal nome di uno dei topolini di Hanna & Barbera), infatti, ci sono più momenti spartiacque, più “prima e dopo”: il primo è sicuramente la Stella Rossa, la squadra dove ha maggiormente brillato in Europa, oltre alla nazionale Serba, ma c’è anche un anno, in particolare. Il 1994. L’anno in cui Berlusconi trionfa alle elezioni e l’Olympique Marsiglia (la squadra dove senza fortuna milita Stojković) viene relegato in Ligue 2, perché il presidente Bernard Tapie è sorpreso a corrompere alcuni giocatori avversari. Il 1994 è anche l’anno in cui Stojković, in seguito al caso marsigliese, accetta l’offerta della giapponese Nagoya Grampus Eight, allenata da uno sconosciuto Arsène Wenger. Per tutti, o quasi, “Picksi” è un giocatore finito.

Come i brasiliani

Non è per niente facile destreggiarsi tra i vari campionati brasiliani, ma la data che ci interessa la conosciamo: 27 maggio 2001. Si gioca la finale di ritorno del Campeonato Carioca e a contendersi il titolo ci sono i rivali di sempre: Flamengo e Vasco da Gama. L’andata se l’è aggiudicata il Vascão 2-1.

Al Maracanã segna per le Camisas Negras Juninho Paulista, per la Rubro-Negro Carioca la doppietta di Edílson riequilibra il risultato. Arriva il 43’ del secondo tempo e, stando così le cose, il titolo carioca andrebbe al Vasco, per una serie di risultati favorevoli. È superfluo dire che le cose non andranno in questo modo. Il Flamengo guadagna una punizione a più di 35 metri dalla porta, al termine di un’azione rocambolesca: Edílson controlla un passaggio da centrocampo, spalle alla porta, e viene contrastato da Fabiano Eller in maniera piuttosto blanda, ma il giocatore del Flamengo accentua la caduta, l’arbitro ci casca ed assegna la punizione. Si chiama astuzia: a volte serve anche quella. Mancano pochi minuti e batte un giocatore che ha i piedi giusti per un compito così gravoso: Dejan Petković, già autore del gol rubro-negro all’andata e di un cross perfetto per la testa del solito Edílson nella partita in corso. La distanza è abissale, proibitiva. “Pet” sistema il pallone. Chissà cosa gli sarà mai passato per la testa in quegli attimi fatali, con lo stadio infuocato e una pressione fortissima. Qua in Italia – e, più generalmente qui in Europa – quei fatti hanno avuto un’eco flebilissima, ma per i tifosi del Mengão quei secondi entrarono nella leggenda. Petković, il serbo che ha trovato casa in Brasile, fa partire un bolide di destro che scavalca la barriera e finisce dritto all’incrocio. Helton vola, ma può solo sfiorare. Metà stadio crolla. «È il momento più importante della mia carriera», afferma il Serbo a fine partita.

Da quel momento, la torcida avrà un nuovo idolo. Dieci anni più tardi, Petković giocherà la sua ultima partita da professionista, contro il Corinthians: dopo aver indossato, tra le altre, le maglie degli odiati Vasco da Gama e Fluminense ed essere tornato per vincere da protagonista il Brasileirão 2009, a 39 anni e praticamente fuori rosa, i tifosi gli tributeranno la meritata ovazione. Tempo prima aveva detto: «Non conosco abbastanza il Portoghese da trovare le parole per descrivere i tifosi del Flamengo».

Geometrie affini

Niš è una città di 260.000 abitanti della Serbia Centrale, centro amministrativo del  Distretto della Nišava. La squadra cittadina, il Radnički Niš, fa la spola tra la prima e la seconda divisione – anche se vanta una semifinale di Coppa Uefa, persa contro l’Amburgo nel 1982, e una Coppa dei Balcani. Nel Radnički Niš hanno militato, in tempi diversi, sia Dragan Stojković, sia Dejan Petković. Entrambi hanno fatto l’intera trafila delle giovanili a Niš ed entrambi sono esplosi nella Stella Rossa di Belgrado, anche se “Stella della Stella” è solo Stojković. Entrambi condividono il calvario di esperienze europee non proprio esaltanti, persino un incolore passaggio in Italia – terminate con due retrocessioni: Stojković a Verona e Petković a Venezia. Entrambi erano tecnicamente dotati, anche se solo Stojković era qualcosa di veramente straordinario alla vista. Entrambi troveranno una nuova patria, una nuova casa, al di fuori della Serbia. Nella quale riusciranno a mostrare il loro vero valore e nella quale entrambi rimarranno, appesi gli scarpini al chiodo.

Le affinità terminano qui, anche perché se Stojković è unanimemente considerato uno dei maggiori talenti della sua generazione – sfortunato quanto si vuole, ma pur sempre protagonista anche in nazionale – Petković racimola appena sei presenze in nazionale. Nel suo caso, la sanguinosa disgregazione della Casa Patria serba e il trasferimento verso lidi “esotici” spiegano solo in parte le eccellenti esclusioni del 1998 e del 2006: pur non avendo il potenziale tecnico di Stojković – che giocò da protagonista a Francia ’98 e Belgio-Olanda 2000, militando in Giappone – Petković, ai tempi della Stella Rossa, era pur sempre considerato uno dei giovani più promettenti a livello europeo, tanto che i dirigenti del Real Madrid non se lo lasciano scappare. Le cose non andranno per il verso giusto sin dall’inizio e l’avventura spagnola finisce tristemente dopo tre anni grami, divisi tra Madrid, Siviglia e Santander. Per molti “Rambo” (soprannome affibbiatogli ai tempi della Stella Rossa) è un clamoroso buco nell’acqua.

Nel dicembre del 1997, arriva l’offerta del Vitória, squadra di Salvador, capitale dello Stato di Bahia, in Brasile: gli osservatori lo avevano visionato durante un torneo contro le riserve del Real. Non si tratta di una squadra di prima fascia – è sì competitiva, ma a livello regionale: detiene il titolo di Campeón Baiano – e deve, inoltre, trovare un sostituto ad un certo Bebeto, appena ceduto al Botafogo. Da Salvador parte un dirigente determinato a portare Petković in Brasile, con una tattica assurda: si presenta a Madrid con due biglietti di sola andata per il Brasile (uno per lui e uno per il giocatore) e si gioca il tutto per tutto con una strana storiella sul Papa che, ogniqualvolta si rechi in Brasile, il Paese si ferma ad omaggiarlo. Non ci è dato di sapere a cosa alludesse, o se stesse paragonando il serbo al Santo Padre ma un concetto era chiaro: prendere o lasciare. Ci sarà voluta una dose abnorme di incoscienza per accettare a scatola chiusa un’offerta simile e bersi la storiella del Papa, ma Petković accetta – anche perché il Vitória gli viene presentata come una delle maggiori squadre del Brasile. Nessuno, tantomeno Petković, avrebbe mai potuto immaginare quello che sarebbe successo dopo.

Nonostante i successi venuti dopo il suo addio all’Europa, i vari c.t. che si alternano sulla panchina delle Aquile Bianche non lo considerano più, pare anche per il carattere non proprio accomodante del giocatore. L’occasione buona sembra finalmente materializzarsi nel 2006, allorquando si rende necessaria la sostituzione dell’infortunato Vučinić (allora era Serbia e Montenegro, ndr) nella rosa da portare in Germania. Il c.t. Ilija Petković aveva deciso di non convocarlo per le amichevoli premondiale perché «il gruppo era già formato e non sarebbe stato giusto escludere qualcuno», ma ora la possibilità di vedere Petković protagonista in nazionale sembra concretizzarsi seriamente. E, in effetti, il c.t. convocherà un giocatore recante il suo cognome: il figlio Dušan. È inutile dire che non vi è nessun grado di parentela tra Ilija e Dejan.

«A Sort of Homecoming»

Non era certo la prima volta, né tantomeno sarà l’ultima, che la tifoseria della Fluminense si vedeva costretta ad accettare in squadra un idolo della torcida di una rivale di Rio. Né che un giocatore abbia vestito tutte e tre le maglie delle principali squadre carioca: appena l’anno prima, lo aveva fatto Romário, per esempio. Nel 2005 è il turno di Dejan Petković, fresco di assegnazione della Bola de Prata (Pallone d’argento: premio che la rivista Placar assegna al singolo giocatore, a formare la top 11 del campionato brasiliano, ndr) con la maglia del Vascão, dopo una stagione ad alti livelli e una breve parentesi in Arabia Saudita. Per il serbo è un ritorno a casa – il secondo, avendo disputato nel 2003 una stagione in Cina, allo Shanghai Shenhua – ma il primo circondato da un certo alone di scetticismo. Dal canto suo, ci metterà molto poco a far crollare tutti i pregiudizi legati alle appartenenze passate e a conquistarsi un posto di rilievo nel cuore della Tricolor. Lo farà nel solo modo che conosce: con un gesto unico, mirabolante per incoscienza e bellezza.

Durante il terzo turno del Brasilerão si fronteggiano Fluminense e Cruzeiro. Al 29’ la Celeste conduce per 1-0. Petković riceve palla da destra, sul limite sinistro dell’area; si accentra, gli viene incontro un difensore, si ferma; lo supera con un tacco laterale – una specie di rabona – e lo fredda in velocità, ma viene raddoppiato; supera anche l’altro difensore con un tunnel: nessuno riesce a fermarlo; davanti al portiere, tocco sotto e palla in rete con un pallonetto. Non è solo il gol del pareggio. È il millesimo gol nella storia del club. La partita finisce 6-2 per la Fluminense e il giocatore serbo sfodera una prestazione maiuscola. Dopo la partita, Felipe Loureiro, uno dei fuoriclasse della squadra, dovendo scontare una squalifica di sei mesi per condotta antisportiva, gli cederà pure il numero 10. Il numero di maglia più che mai “suo” di diritto.

Non vince nulla con la Tricolor, ma si aggiudica di nuovo, per il secondo anno consecutivo, la Bola de Prata ed entra nella selezione dell’anno del campionato brasiliano.

La stagione successiva sembra iniziare il declino: dal 2006 al 2008 girovaga per il Brasile con risultati deludenti – e, data l’età non più verde, è pure comprensibile – dividendosi tra Fluminense, Goiás, Santos e Atlético Mineiro. Per “Pet” sembra giunto il momento di appendere le proverbiali scarpette al chiodo, ma non è così.

Nel 2009 il club dove è considerato all’unanimità un idolo, il Flamengo, lo reingaggia da svincolato. In realtà la squadra deve saldare con lui un contenzioso che ammonta a circa 9 milioni di dollari di stipendi non pagati e l’ingaggio sembra una sorta di risarcimento extra nei confronti del trentasettenne calciatore. Il ritorno di Petković è accompagnato dal solito alone di scetticismo, questa volta pienamente giustificato, vista l’età e le ultime stagioni del bomber serbo-brasileiro. Ceduto il “suo” 10 ad Adriano, Petković decide di indossare la maglia numero 43, quasi a ricordare a tutti chi fosse. Un numero per esorcizzare i dubbi sul suo conto, anche perché, in casi come questo, un po’ di scaramanzia male non fa. E non lo farà.

Con Adriano forma una coppia perfetta in attacco, che conduce il Flamengo dal quattordicesimo posto alla vittoria del suo quinto titolo nazionale, con un filotto di dieci risultati utili consecutivi. Petković è tra i protagonisti di quel trionfo e figura, ancora una volta, sia nella top 11 del campionato, sia tra i vincitori del Pallone d’argento. Sfiora soltanto la Bola de Ouro, vinta dal compagno di squadra Adriano, per pochissimi punti. Con la solita classe, “Pet” sfodera tutto il suo repertorio migliore: dribbling fulminante e destro potente contro il Goiás; una gimcana alla difesa del Palmeiras, conclusa col solito destro, di collo pieno; passaggi millimetrici, punizioni e  calci d’angolo – da cui segna direttamente un paio di gol – sempre temibili. A fine stagione i gol saranno 8 e gli assist 7, in 25 presenze.

Compiuta quest’ultima impresa, il declino può tranquillamente arrivare, come Natura decreta.

Chiude col Flamengo, con numeri degni dei migliori giocatori: in sette stagioni gioca 198 partite, mettendo a segno 57 reti per la squadra di Gávea. Dal 2009, il suo nome figura sulla walk of fame del Maracanã, uno dei pochi non brasiliani a fregiarsi di questo onore assieme a nomi come Franz Beckenbauer ed Eusébio.

«Sa scegliersi la parte/la mia piccola patria»

In Giappone Dragan Stojković ritorna ad essere un calciatore, prima che un fuoriclasse, lasciandosi alle spalle gli infortuni che lo avevano tormentato per una carriera intera. In Giappone trova questo e molto altro: una nuova casa. «Mi sento bene qui, prima di tutto. Mia moglie e i miei figli stanno bene e ho trovato la gente molto rispettosa. In Europa questo non succedeva. Ho trovato la stabilità e gli spazi per fare qualsiasi cosa. Per questo motivo ho deciso di restare, dato che vedevo il calcio in crescita». Dopo sette anni, durante i quali diventa una delle leggende del Nagoya Grampus, si ritira e, dopo aver ricoperto alcuni incarichi nella Federazione calcistica serba e nella Stella Rossa, nel 2008 si siede sulla panchina della squadra giapponese. Due anni più tardi conquisterà la sua prima J League.

Petković, una volta disgregata la sua prima patria, richiede addirittura la cittadinanza brasiliana, non ottenendola, dato che la legislazione di competenza è restrittiva sulle naturalizzazioni (v’è l’obbligo di residenza ininterrotta per almeno 15 anni, ndr). «La burocrazia qui è assurda. Sono dodici anni che vivo qui e non ho il permesso di soggiorno, solo il visto di lavoro», si lamenterà nel 2009. Oggi è console serbo onorario e allena le giovanili dell’Atlético Paranaense.

Stojković e Petković potrebbero tranquillamente essere esempi di quel cosmopolitismo che da anni viene addotto come nuovo modello di vita (la cosiddetta “Generazione erasmus” potrebbe esserne un esempio, per dire), ma certe questioni non sono mai facili da affrontare, e le storie non sono sempre esercizi di buonismo.

Nel 1999 Petković disse la sua circa la guerra in Kossovo, esprimendosi in questi termini: «Stiamo lottando per ciò che è nostro. È in gioco la sovranità della Jugoslavia. Noi (serbi) siamo ben disposti ed accogliamo gli stranieri, ma non possiamo accettare che la Jugoslavia sia compromessa». Certi sentimenti fanno parte della nostra Storia, delle nostre radici. Sarebbe ingiusto giudicare chi è vissuto per anni in un contesto dove tutti gli attori in gioco hanno dato il peggio di sé.

Il dibattito politico serbo dell’era post-Milošević è stato pressoché egemonizzato dai concetti di patria, etnia ed identità nazionale. Il revanscismo dei fautori di una ormai ridimensionata Grande Serbia non è mai realmente sopito, tanto che anche un sincero democratico ed europeista come l’ex premier Boris Tadić ricorse in varie riprese agli stessi espedienti retorici dei partiti più radicali, lo si ricorda durante la pacifica ma dolorosa indipendenza del Kossovo, nel 2008.

Va da sé che anche il calcio ne ha da sempre risentito, tanto che le tifoserie organizzate sono spesso state centro di reclutamento, se non operative, per i vari eserciti – regolari o meno – coinvolti nelle peggiori azioni di quegli anni.

Valbuzzi 2

I casi di questi due giocatori, simili per certi versi, pur nella loro diversità, mostrano quanto un concetto come quello di patria sia alquanto problematico ai giorni nostri, con buona pace dei nazionalisti vari che ancora oggi imperversano – ed hanno successo, nel terreno che la crisi ha reso fertile – scherzando troppo spesso con il fuoco. Lo stesso fuoco che continua ad infiammare il popolo serbo. Lo stesso fuoco che ha portato agli esiti che ancora oggi vediamo.

Sembra proprio che il destino della Serbia non sia quello di diventare un «normale, noioso Paese».

 

post scriptum.

Cito i brani da cui ho tratto i titoli di due paragrafi, a mo’ di “colonna sonora”: 1) Il quarto capitolo è il titolo di una delle canzoni più belle – e meno conosciute – degli U2: A Sort of Homecoming (dall’album, The Unforgettable Fire, 1987); L’ultimo capitolo è una riga del testo di Linea Gotica, dei C.S.I. del Ferretti mistico/maturo, dall’album omonimo del 1995: parla di Resistenza, di Fenoglio e anche della Jugoslavia.

La citazione finale è del primo presidente serbo post-Milošević, Vojislav Koštunica.

 

 

 

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