The last hero

Madiba, il Sudafrica e la leggenda: una vita attraverso lo sport

di Daniel Degli Esposti

Johannesburg, 5 dicembre 2013, ore 20,50. Il cuore di Nelson Rolihlahla Mandela cessa di

battere; Madiba, la grande anima del Sudafrica, non ha più un corpo che dia forma alla sua

grandezza e immagine alla sua semplicità. Gli occhi guizzanti del padre si spengono nel nido dei

suoi affetti: in novantacinque anni di attività, hanno illuminato come fari sicuri e potenti le lotte e le

speranze di migliaia di persone e si sono accesi tante volte per salutare la gioia indomita che

pervadeva la sua vita di eterno simbolo del riscatto umano. Il calore del suo respiro affannoso si

placa, si scioglie nel silenzio angoscioso di un Paese in lutto, nell’incredulità crescente di un pianeta

che si sente più solo. I media di tutta la Terra versano fiumi d’inchiostro e dedicano miliardi di bit

ad un uomo che ha incarnato l’essenza di due secoli; i più fini intellettuali del mondo agitano le loro

penne ed elaborano i loro tributi alla sua grandezza e alle imprese che ha compiuto nella sua

esistenza. Il pubblico divora i contenuti, li condivide, saluta Madiba: parte una lunga cerimonia

laica, inizia un compianto di gioiosa e sincera gratitudine, comincia un lutto gonfio di lacrime e di

riconoscenza. Rimango in silenzio, ma un’attrazione magnetica mi avvicina alla tastiera. Non vorrei

scrivere: troppi uomini migliori di me hanno elevato il ricordo di Mandela e hanno toccato le corde

emotive della gente, perché dovrei postare un altro articolo nel mare magnum del web? Come potrei

rendere un omaggio adeguato a un simbolo eterno e celebrare degnamente un leader che ha acceso

la speranza nei cuori degli oppressi? Il compito supera l’estensione lirica delle mie corde e la

potenza delle mie parole, ma le lettere disposte sotto lo schermo del PC continuano a chiamarmi;

sento il bisogno di onorare Madiba, il desiderio di dedicargli un piccolo pezzo del mio oggi per

ricordare il suo sorriso contagioso e il suo sguardo ardente. Apro il file e comincio il viaggio nei

ricordi. Mi faccio accompagnare dai migliori Virgili: Federico Buffa, Adriano Sofri, Bernardo

Valli, Pietro Veronese, Irma Taddia, Emanuela Audisio, Barack Obama, Desmond Tutu e altre

grandi guide mi ispirano a scavare negli anfratti della memoria e a cercare i residui brillanti delle

emozioni. Navigo fra i ricordi sfocati di un numero bizzarro: 46664. Una cifra palindroma, curiosa,

strana, apparentemente insensata che vidi per caso in una sera d’inverno: era impressa con un

carattere opaco su tutti i parquet d’Europa. Si stagliava sul legno chiaro come un tatuaggio sulla

pelle di un carcerato. Capii solo in un secondo momento che l’effetto-marchio era voluto: 46664 era

la matricola di un detenuto del penitenziario di massima sicurezza di Robben Island, l’Alcatraz del

Sudafrica segregato. Sostituiva un nome che non doveva essere pronunciato, poiché la semplice

articolazione dei suoi suoni sprigionava un’energia affermativa, un desiderio di lotta che sorgeva

dal sogno di una società libera: Nelson Rolihlahla Mandela. Che strano – e che bello – che era quel

miscuglio anagrafico fra la lingua nativa della famiglia regale che lo aveva generato e l’idioma

coloniale che aveva appreso negli anni della sua formazione universitaria, quando il giovane

Rolihlahla aveva deciso di chiamarsi “Nelson” per omaggiare il grande Horatio, l’Ammiraglio

britannico che respinse Napoleone e cadde da invitto nella trionfale battaglia di Trafalgar. Nomen

omen? Era presto per dirlo, ma quel brillante ragazzo nero mostrava già una personalità da leader.

Amava lo sport, adorava il pugilato, impazziva per le donne: viveva alla grande, con la lieta furia di

chi sapeva bene che la bellezza del quotidiano chiedeva soltanto di essere apprezzata e condivisa

con gli altri, a prescindere dal colore della loro pelle. Nel suo Sudafrica, però, tutto questo non era

lecito: i neri dovevano restare fuori. Nelson Rolihlahla non riusciva ad accettare quest’ingiustizia,

non voleva pensare che gli uomini fossero così ottusi da credere alle fandonie prezzolate degli

pseudo-scienziati razzisti: la sua coscienza moderna lo chiamava ad aderire ad un partito di

ispirazione proletaria – l’African National Congress – ed a studiare i problemi da una prospettiva di

profonda apertura culturale; la sua anima africana lo spingeva a lottare con ogni mezzo per i diritti

dei suoi fratelli. Quando capì che i sostenitori dell’apartheid, pur di mantenere i loro privilegi,

sarebbero stati disposti a riempire di sangue nero il Paese, accettò di impugnare le armi e di

organizzare la guerriglia: aveva quarant’anni e tante speranze; non voleva più vedere tutti i suoi

sogni morire soffocati dalla segregazione insieme a centinaia di compagni e fratelli oppressi dalla

schiavitù. Era disposto a rischiare tutto quello che aveva, poiché in quel Sudafrica non sarebbe

valso a nulla: entrò in clandestinità. Fu scoperto. Lo arrestarono. La sua cattura fece scalpore: i

media del governo degli afrikaner lo presentavano come un dinamitardo incallito ed erano felici di

aver assicurato alla loro “giustizia” un terrorista arrabbiato e pericoloso. Lo chiusero a Robben

Island, nel buio di una cella di isolamento, convinti che il silenzio di quell’ergastolo e il rumore dei

picconi con cui gli altri detenuti spaccavano le pietre nel cortile smorzassero la forza della sua

utopia. Era diventato il numero 46664; i suoi aguzzini erano convinti che non sarebbe più tornato ad

essere Mandela. In fondo, nel resto del mondo quelli che conoscevano la sua storia erano troppo

pochi e troppo deboli per muovere le opinioni delle masse: il regime dell’apartheid era saldo, come

avrebbe potuto un movimento rivoluzionario decapitato abbattere uno stato forte e dotato di

un’ideologia radicata presso le élites finanziarie? Sembrava un’impresa impossibile; negli anni

Sessanta, con ogni probabilità, lo era per davvero. Nessuno avrebbe mai potuto scardinare il sistema

degli afrikaner dall’esterno. E dall’interno? Il solo pensiero di provarci sarebbe stato l’indizio della

presenza di un pazzo o di un genio. Nel buio della sua cella, Mandela si accorse che il sole

continuava a penetrare dall’angusto spiraglio della feritoia: sentì che la vita vibrava nei suoi muscoli

e nei suoi nervi, avvertì il desiderio di sfogare la sua rabbia nello sport. Plasmò col pensiero i suoi

guantoni e scolpì il suo fisico: si riscoprì pugile, capì che i suoi fendenti si muovevano nel vuoto per

colpire un nemico invisibile. Sentì che il suo cuore si scaldava: aveva ritrovato il Senso. Lo sport gli

aveva restituito se stesso e quella dignità che i suoi carcerieri avevano cercato di strappargli: era

ancora in piedi. Cercò di trasmettere questa forza ai suoi compagni più giovani: sapeva che tutti loro

amavano il calcio. Voleva che giocassero e che costruissero una squadra per dimostrare alle loro

anime che i neri potevano crescere anche dietro le sbarre; non riusciva a vederli tirare in porta, ma

percepiva la passione con cui colpivano la palla e sentiva che si lasciavano guidare dai suoi consigli

silenziosi. Era diventato Madiba, la grande anima dell’Africa; di lì a poco, se ne accorse tutto il

mondo. Nel bel mezzo degli anni Ottanta, decine di atleti, artisti, attori e musicisti dribblarono gli

echi dello scudo spaziale e si unirono al grido degli attivisti che avevano fatto conoscere in tutti e

cinque i continenti la vicenda del detenuto numero 46664 di Robben Island; come fu possibile tutto

ciò? Nel decennio di Reagan e della Thatcher, di Gordon Gekko e di “Drive in”, un’intera

generazione di musicisti raccolse il grido degli oppressi del Sudafrica e lottò per la libertà del loro

leader? Questa battaglia universale oggi sembra incredibile, ma alcuni uomini hanno dentro di sé un

vento che soffia al di là delle sbarre e dei muri, che supera le prigioni e le torture e muove emozioni

dilaganti; certi giganti possono spostare macigni con la semplice umiltà del loro pensiero e con la

misera bontà della loro gioia di vivere. Madiba non si era scoraggiato: aveva detto sì alla speranza,

aveva creduto che sarebbe stato possibile costruire un mondo più giusto e aveva visto nello sport il

migliore mezzo per convogliare i sentimenti positivi delle persone. Era diventato un simbolo

agente, un messaggero del futuro. Quando uscì dal carcere, il mondo sapeva che quello splendido

settantenne sarebbe diventato il presidente di quel Sudafrica che lo aveva rinchiuso a marcire nelle

putride celle di Robben Island. Un’intera generazione di neri sognava il riscatto e non vedeva l’ora

di abbattere gli odiati simboli della discriminazione; migliaia di cacciatori stavano per scagliare le

loro frecce contro lo springbox, la leggiadra gazzella che era l’emblema del sacrario sportivo della

supremazia afrikaner: la nazionale di rugby. Tutti si aspettavano che Nelson Rolihlahla Mandela

annientasse la squadra che aveva accettato di buon grado di prestarsi alla propaganda

dell’apartheid; sarebbe stato un atto normale, qualsiasi leader che era stato perseguitato da un

governo crudele lo avrebbe fatto. Non lui, non Madiba. Avrebbe potuto travolgere i suoi vecchi

aguzzini con la forza della sua maggioranza; decise di portare a termine gli obiettivi che avevano

guidato la sua lotta. Quando era giovane, non aveva sognato di eliminare i bianchi; voleva costruire

una nuova Nazione per tutti i sudafricani. Quarant’anni dopo, sedeva sulla poltrona presidenziale ed

aveva al suo cospetto François Pienaar, il capitano degli Springbox, uno degli uomini che avevano

mostrato al mondo il duro volto dell’apartheid ; lo abbracciò. Quel momento e la successiva visita a

Robben Island segnarono la vera nascita della Repubblica Sudafricana: l’arcinoto trionfo nel

Mondiale del 1995 – che fu voluto a tutti i costi da Madiba – fu soltanto la conseguenza di

quell’ondata emotiva che era stata generata dall’amicizia dei figli di due mondi che per decenni si

erano fatti la guerra e che, alla fine, si erano scoperti vicini, compatibili ed uniti sotto la stessa

bandiera. Mandela non riuscì a risolvere il problema del razzismo, ma dimostrò che lo sport poteva

trasformarsi in un formidabile veicolo di integrazione. Aveva vissuto come un atleta e pensava alla

politica con la stessa testa di chi si approcciava alle competizioni con la voglia di migliorarsi ogni

giorno: la boxe e la ginnastica lo avevano salvato dalla depressione; il calcio gli aveva restituito la

dimensione collettiva e lo aveva fatto gioire più volte, come dopo il trionfo dei Bafana-Bafana nella

Coppa d’Africa del 1996; il rugby lo aveva aiutato a ricostruire il Paese. Fra il 1993 e il 2013, ha

ricevuto talmente tante medaglie ed onorificenze che, per mostrarle tutte, non gli sarebbero bastati

neppure sette busti: decine di atleti gli fecero visita e il grande David Stern, il Commissioner

dell’NBA, lo nominò amico della Lega cestistica più famosa del mondo e ambasciatore del gioco in

Africa. L’ultimo grande regalo glielo impacchettò la FIFA: il discusso Blatter si fidò di lui ed

assegnò al suo Sudafrica l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio, prendendo una delle

rare decisioni totalmente corrette del suo mandato. Nel 2010, quando i palloni iniziarono a rotolare

sui prati dei nuovi stadi del Paese, Madiba aveva già 92 anni; era malato, ma non era domo. Sfidò il

gelo di Johannesburg e salì su un caddy elettrico per un giro di campo: faticava a muoversi, ma i

suoi occhi brillavano di gioia. Aveva realizzato il suo sogno: sapeva che i suoi eredi stavano

rischiando di sfasciare l’ANC e di compromettere l’economia del Paese, ma sentiva che il mondo si

era accorto del Sudafrica. Dal suo cuore usciva ancora forte il vento della passione.

Fu l’ultima immagine pubblica di Mandela: i suoi fragili polmoni e le crisi che gli

procuravano lo costrinsero al ritiro nella sua casa di Johannesburg. Ogni volta che un’ambulanza lo

portava in ospedale d’urgenza, tutto il mondo tratteneva il fiato; lui era Nelson, non poteva morire.

Aveva vissuto 27 anni in carcere: il destino voleva restituirglieli tutti. Sembrava immortale,

invincibile; era l’ultimo eroe globale e l’uomo più elegante che avesse mai messo piede in una

cancelleria degli anni Duemila. Poteva entrare senza problemi nella top ten dei personaggi più

influenti della storia della politica, della musica, dello sport, e della cultura di due secoli distinti: il

Ventesimo e il Ventunesimo. Soltanto la sua meravigliosa umiltà lo rendeva umano; spingeva ogni

giorno i suoi simili ad ascoltare il loro cuore e a capire quanta bellezza tenessero rinchiusa nelle sue

pieghe. Da due giorni, ormai, il suo non batte più. Nelson è morto, ma Madiba vive. Lotta e sorride

ancora nell’anima di chi spera che il mondo possa essere migliore, anche dopo ventisette anni di

buio. È ancora in piedi: Invictus, come sempre.

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