Monday Will Never Be the Same

L’addio di Gerrard e l’inevitabile fine di un’epoca a Liverpool

steven-gerrard

di Filippo Valbuzzi

«Il capitano dei Reds ha deciso di far calare il sipario sulla sua scintillante carriera ad Anfield, durata quasi diciassette anni e che comprende la vittoria di dieci trofei, oltre che 695 presenze e 180 reti dal momento in cui si unì al settore giovanile dl club all’età di otto anni». Steven Gerrard ora di anni ne ha 34 e ha appena preso la decisone più dura della sua vita. A differenza di Frank Lampard – con cui formava in Nazionale una delle coppie di centrocampisti centrali più forti del mondo, a metà anni Zero – che ha lasciato il Chelsea la scorsa stagione, in direzione New York City (nella ricca Major League Soccer, che già accolse David Beckham, Freddy Ljungberg, Robbie Keane, Tim Cahill e Thierry Henry, tra gli altri), ma per finire poi ad un altro City, a Manchester, con risultati non dissimili da prima, Gerrard lascerà per sempre – da giocatore, s’intende – l’Inghilterra: «posso affermare che dove andrò sarà in un luogo dove non potrò giocare per una squadra che compete  con e che quindi non fronteggerà direttamente il Liverpool – cosa, questa, che non potrei mai e poi mai concepire».

In attesa di capire se giocatori come Adam Lallana, o Jordan Henderson, potranno mai anche minimamente significare un decimo di quel che ha significato Gerrard per il Liverpool (nel momento in cui scrivo ha appena siglato una doppietta contro il Wimbledon, qualificando la squadra ai sedicesimi di finale di FA Cup, praticamente da svincolato), ripercorrerò due momenti fondamentali della storia di Gerrard – e quindi del Liverpool – degli ultimi anni.

Come non partire da quella folle notte di Istanbul, il 25 maggio 2005. Allo Stadio Atatürk, i primi 45 minuti hanno visto una sola squadra in campo: il Milan, che pare abbia già le mani sulla “coppa dalle grandi orecchie”, conduce per ben  3-0 sui Reds (Maldini e doppietta di Crespo). Già si sprecano i paragoni sui 4-0 a Steaua e Barcellona, quando, in un quarto d’ora cambia tutto: il 3-1 lo segna proprio Gerrard, di testa, sull’angolo lontano, su cross di Riise. Poi, arriva il 3-2 di Smicer. Sale in cattedra il centrocampo del Liverpool: Luis García, Xabi Alonso e soprattutto il capitano spingono e creano come non avevano fatto prima e, al sessantesimo, è proprio un’incursione in area di Gerrard, atterrato da Gattuso, che provoca il rigore del 3-3, in qualche maniera trasformato da Xabi Alonso. Quindici minuti di Gerrard riequilibrano una partita dove per quarantacinque minuti il Milan aveva offerto lezioni di calcio. Il resto lo farà il controverso portiere polacco Jerzy Dudek ed è impresso nella memoria di milioni di appassionati di calcio. A fine partita, Gerrard verrà proclamato Man of the match. La Champions League è il trofeo più prestigioso che abbia mai vinto assieme ai Reds, nonché uno dei momenti più alti della sua carriera.

Ho visto coi miei occhi Gerrard alzare la Coppa, ma l’ho anche visto scivolare – e regalare la Premier al Manchester City – il 28 aprile 2014. Un gesto, a suo modo, eroico. Monumentale. Il Liverpool è dal 1990 che non vince un campionato: ci è andato molto vicino nella stagione 2008-09 (trascinato, guarda un po’, da Gerrard, oltre che da un devastante Fernando Torres), ma le stagioni successive sono state avare di successi e, soprattutto, la squadra non è più riuscita nemmeno ad avvicinarsi alla zona Champions. La stagione 2013-14 sembra finalmente quella decisiva. Gli avversari più quotati sono il Chelsea del redivivo Mourinho e il City di Manuel Pellegrini. Il 28 aprile, ad Anfield si fronteggiano Liverpool e Chelsea: i Reds sono avanti a tutti in classifica e arrivano favoriti ad uno scontro diretto che devono assolutamente vincere. Quel che accadde quel giorno è una delle prove più schiaccianti che il finalismo  è una teoria scientificamente valida e una qualche entità ultraterrena, onnisciente e onnipotente esiste (ed è pure stronza). Sul finire del secondo minuto di recupero del primo tempo, con le squadre già negli spogliatoi, Gerrard riceve un banalissimo pallone da Sakho, pallone che controlla male e perde, scivolando maldestramente, regalandolo a Demba Ba che, implacabile come un grande felino della savana, s’invola verso la porta e brucia Mignolet con un rasoterra. Il Liverpool tenterà in tutti i modi di recuperare lo svantaggio, ma la giornata di gloria del vecchio portiere Schwarzer e il secondo gol di Willian, chiudono i giochi. I Reds accusano il colpo e la Premier andrà ai Citizens. C’è da dire che il calcio può essere brutale, ma giusto: nell’intervallo di quella dannata partita, i tifosi del Liverpool intoneranno il nome del loro capitano, che non regalerà mai loro la gioia più voluta.

Penso a due giocatori, uno per me importantissimo, l’altro un po’ meno: Alessandro Del Piero e Michael Owen. Del Piero, ultima grande bandiera della Juventus, fu liquidato come un emerito signor nessuno dal presidente Andrea Agnelli, durante l’assemblea dei soci della società bianconera. Lui rispose con poche parole, ma con due gol decisivi per lo scudetto 2011-12, il più importante dell’era Conte, per chi scrive. Ancora oggi, a quarant’anni suonati, mostra la pasta di cui è fatto in India, dopo la parentesi a Sidney. Owen è stato il giocatore simbolo del Liverpool, prima di Gerrard, si è ritirato ormai da anni e nelle ultime stagioni da calciatore, tra infortuni e delusioni, era il fantasma del golden boy che fece sognare quella squadra, della sarebbe potuto certamente essere una leggenda.

La carriera di Steven Gerrard si avvicina di più a quella della leggenda bianconera, che al suo “predecessore” a Liverpool. Steven Gerrard: lui che non è mai stato golden boy, lui che arriva da una famiglia operaia, lui coinvolto in risse anche solo nel 2008, lui che era, è e sarà sempre nei cuori dei tifosi dei Reds. Me compreso. Parafrasando uno dei miei gruppi preferiti, gli Hüsker Dü, per migliaia, se non milioni, di persone, da agosto 2015 il lunedì non sarà mai più lo stesso.

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