“NOI NON PAGHIAMO UN CAZZO”

 

di Artur Antunes Coimbra

 

“NOI NON PAGHIAMO UN CAZZO”
Dicono dall’Ambasciata olandese. E hanno ragione. Per loro chi sbaglia paga e buonanotte. Da noi no: se c’è da fare una causa, una transazione, un risarcimento, insomma soldi, zuppe e babbà un azzeccagarbugli lo troviamo sempre e non ci tiriamo indietro nemmeno se ci arrestano. Perché tendiamo alla truffa, anche spirituale. Quelli invece sono olandesi, mezzi luterani, hanno avuto Johann Cruijff, l’atleta dell’hardcore punk coi tacchetti e soprattutto Erasmo da Rotterdam, quello dell’elogio alla follia, gliene importa una sega a loro del Bernini. Sono fondamentalisti islamici al contrario. Per gli olandesi il burka è un perizoma da portare obbligatoriamente su culi altrettanto obbligatoriamente nudi, di donne o di uomini che siano. Sono dionisiaci, bevono e pisciano. E chi sbaglia paga e fanculo la pietà.
I fatti horrible di Roma non mi entusiasmano, nemmeno da cronista di nera. Sono un’iconografia del calcio che non mi appartiene. Non è la versione di Osvaldo Soriano o di Pasolini, che definivano il futebòl uno strumento per “pensare”. Con i piedi, nel senso letterale (e non sfottente) del termine. Ma pensare, stimolare sentimenti.
Di Roma-Feyenoord – partita orrenda e inutile – me ne strafotto, perché è uno scontro tra management. Per me il futebol è una cosa precisa e che appartiene alla mia infanzia: ragazzini per strada a stampare super santos contro le saracinesche. A me di queste polemiche piccolo borghesi me ne passa per l’anticamera dell’anticamera del cervello presunto che credo di avere ancora insieme al corazon. Perché a me piace il rock’n roll. La furia, l’urgenza del gol e del break, del teatro e del drum’n bass. Insomma la parte patologica del pallone, che per me non è affatto uno sport ma la migliore partitura per balletto in pantaloncini di cui si possa godere dopo un pranzo domenicale, sulle rampe di uno stadio di paese, dove, anche se c’è il carabiniere a fianco ti puoi pure fare due pacifiche birre gelate e farti prendere dalla giocata, dal match. Perché a me piace il calcio malandrino di terza serie.
Un esempio è Roberto De Zerbi, 36 anni, allenatore dei rossoneri del Foggia, squadra che milita in Lega Pro, la vecchia e sacrosanta serie C1 e di cui sono tifoso malato. A De Zerbi gli si vede in faccia che ha il duende, il talento che gli rode l’anima. Lo sturm und drag che gli macera dentro ambizione e paura. E’ stato giocatore e lo chiamavano la “luce”, perché dal nulla, da una fase morta di gioco, da un’apatica e sterile manovra di centrocampo sfilava fuori dal cilindro conigli grossi come tacchini. Di tacco, d’interno, d’effetto, di potenza, di fino, di slancio, d’astuzia. Le stesse caratteristiche mai banali (come non banale è il suo calcio di “recupero” “possesso” e “ripartenze”) che ha oggi da allenatore. Ci siamo conosciuti, abbiamo chiacchierato un paio di volte al telefono, presentati da un amico comune, Massimo Curci, che lo invita a cena dopo ogni partita finita di goleada. Perché De Zerbi (che ha giocato anche nel Napoli) è un bresciano strano, ha sangue calabrese e un fratello che si chiama come me e a certe passioni ci crede sotto sotto anche lui, acuto, sarcastico, tagliente e secondo me anche di grande cultura generale, che non guasta mai in un uomo di successo o di potenziale successo. E quando mi disse “Rocco io rimango a Foggia, perché fare l’allenatore è anche una questione di sentimenti… e questo gruppo ha fame, una fame urgente come quella che ho io” ho capito che rimarrà da noi poche stagioni. Andrà in serie A. Una categoria – la prima – che non ha quasi mai visto da calciatore. “Il risultato abbinato alla qualità del gioco”. Che poi è il principio della musica: l’esecuzione di un brano e la trasmissione di bellezza. E’ lui l’erede del boemo, non ho più dubbi.

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