Il pagellone europeo – speciale ballottaggi

Puntuale come i definitivi del comune di Roma, decisivo come una carica dei cavalieri della Valle, come promesso arriva il pagellone dell’Armageddon.
clemente-mastella-maglia-236489.jpg

Giuseppe Civati, voto 0: come i sindaci eletti da Possibile.
Stefano Fassina s.v. Ce lo siamo già dimenticato, come ci dimenticheremo dell’Ucraina e della Romania.
Ernesto Carbone, voto 1: #ciaone.
Russia, voto #ciaone: si sta avvicinando ai mondiali di casa con la stessa serenità del pd al referendum di ottobre?
Andrea Severini, voto 1: ad urne appena chiuse, il marito (ex?) del sindaco di Roma pubblica sul suo blog una lettera d’amore strappalacrime, adolescenziale a Virginia Raggi. Non è politca, è Cioè.
Matteo Salvini, voto 2: l’altro Matteo, quello in felpa, esce con le ossa rotte dalle elezioni comunali.
Carlo Tavecchio, voto 2: il capo della FICG, ad un allenamento dell’Italia, riesce a colpire il palo calciando il pallone a pochi metri da una porta vuota. Un poco come Bersani nel 2013
Dibba, voto 2: secondo il settimanale Oggi pare che il noto deputato del M5S sia tornato single. La fidanzata, infatti, non era gradita al suo staff che avrebbe fatto pressioni per la fine della relazione. Pare che Grillo per lui abbia progetti più importanti: farlo sposare con Lady Sansa e conquistare il Nord.
Fatih Terim, voto 2: i turchi finora sono la squadra peggiore del torneo. Molli, distratti e svogliati. Un brutto periodo per Matteo Orfini.
Matteo Renzi, voto 2: il Pd passa da amministrare 21 capoluoghi a 7, governa in solo una delle cinque più grandi città italiane ma la colpa per lui è della vecchia guardia. Un Cristiano Ronaldo coi piedi scarsi. Un Ramsay Bolton tenero e coccoloso.
Renato Brunetta, voto 3: come la natura è indifferente alle sofferenze umane, il nostro 3 di stima a Brunetta è indifferente alla situazione politica.
Gennaro Migliore, voto 3: per completare il capolavoro, dopo lo straordinario risultato a Tor Bella Monaca si candida a commissario tecnico della Russia.
Ciprian Tătărușanu: voto 4: affronta l’attacco decisivo dell’Albania con lo stile di Matteo Salvini. Si agita molto, ma con risultati disastrosi. Se il Ruspa è un turista della democrazia, il portiere della nazionale romena è un turista dell’Europeo.
Piero Fassino, voto 4: dal congresso di Pesaro ci rassicurava che non saremmo morti democristiani, è morto renziano.
Montezemolo e Malagò, voto 4: così felici per la vittoria della Raggi che hanno chiesto un posto nel comitato promotore di Parigi 2024
Turchia, voto 4: un vecchio adagio della destra italiana suonava così: “No alla Turchia in Europa”. Non essendoci più la destra italiana che cavalca queste battaglie i turchi se la stanno cavando benissimo da soli.
Matteo Orfini, voto Tyrion Lannister: barbuto, parricida, mandato a rimettere ordine in città, si ritrova sotto un bombardamento. Poi arriva una col lanciafiamme e la storia prende un’altra piega.
Giorgia Meloni, voto 5–: di passaggio, come l’Ucraina.
Roberto Giachetti, voto 5: si sta come il Messico col Cile.
Wayne Rooney, voto 5: vederlo cosi lontano dalla porta è la stessa sofferenza nel veder D’Alema lontano dal Parlamento.
Massimo Bottura, voto 5: “Renzi? Se riuscisse a fare col Pd quello che io ho fatto con la lasagna, rompendo col mio passato e riproponendolo in chiave futurista e non nostalgica, riuscirebbe a portare la politica ad un livello diverso”. In sintesi cancellare i riferimenti nel Pd della Prima Repubblica e sostituirli con un Ernesto Carbone qualsiasi. Operazione 4 salti in padella.
M5S, voto 5: hanno appena vinto, e già vanno a pescare assessori per municipi da 180000 abitanti in giro per la rete.
Maglie della nazionale svizzera, voto 2: hanno la consistenza del Pd romano e si sono sfasciate al primo strattone.
Germania, voto 6-: come John Snow vince (poco), ma non convince. In fondo Zeitgeist è una parola tedesca.
Giuseppe Sala, voto 6+: mantiene viva la tradizione italiana di passare il girone col minimo dei gol. È il Gigi Buffon del Pd: un po’ troppo di destra per i nostri gusti, salva comunque la serata e gli auguriamo di trovare la sua Ilaria D’amico.
Belgio, voto 7: male la prima partita, straordinaria la seconda, o sono arrivati in Francia in ritardo o siamo di fronte a una squadra incostante come Hernanes.
Chiara Appendino, voto 7: 31 anni, bocconiana, figlia di imprenditori molto vicini a Confindustria, ha lavorato anche alla pianificazione economica della Juventus. Un profilo dell’alta borghesia piemontese che non avrebbe sfigurato con Mario Monti. Invece è il nuovo sindaco di Torino con il M5S, che si professa “anti-sistema”. Insomma, se nell’Italia c’è spazio per gli oriundi, anche in politica la strada sembra essere quella.
Leonardo Bonucci, voto 7.5: il difensore bianconero, con le sue prestazioni, si sta candidando ad essere il nuovo Materazzi di questa nazionale. Tanto odiato dagli avversari durante il campionato in bianconero, quanto amato appena veste la casacca azzurra. Odi et amo.
Game of Thrones S06E09, voto 8: come direbbe De Luca: “straordinario”.
Croazia, voto 8: la compagine balcanica chiude il girone col botto, strappando il primo posto alla Spagna. Voci di corridoio dicono che lo abbia fatto per evitare l’Italia agli ottavi. Noi rispondiamo con un “Ma certamente”.
Virgina Raggi, voto 8: irrompe sulla scena politica come l’Islanda su quella calcistica, travolgendo avversari mediocri dall’illustre passato. Speriamo sia politicamente meno longeva di Guðjohnsen.
Eder, voto 8: “Se Eder crede di essere italiano, giochi con la maglia azzurra e vediamo quanti gol fa” cosi venne accolto a Coverciano l’attaccante dell’Italia. Per ora ci ha portato agli ottavi di finale.
Umberto D’Ottavio, voto 8: L’ex sindaco di Collegno e attuale parlamentare del Pd propone a Renzi di nominare Fassino vicesegretario. Ora dateci anche i Ds, la Sinistra Giovanile, i nostri 18 anni e rifacciamo il congresso di Pesaro: e vediamo questa volta come finisce.
Marek Hamšík, voto 9: così vitale e unico per il centrocampo slovacco che ieri in TV hanno dato un replay con Kucka e tutti abbiamo esclamato: “Anvedi c’è sta pure quella pippa de kucka nel centrocampo slovacco!”
Luigi de Magistris, voto 9: Un plebiscito per l’ex Pm, è il napoletano del momento, solo Maradona, Higuain e Bassolino potevano batterlo.
Marco Borriello, voto 9: balla sui tavoli insieme a due gnocche sorseggiando cocktail. Dura la vita da bomber.
Vincenzo de Luca, voto 9: a Salerno avrebbe potuto nominare Sindaco anche il suo cavallo, ma Vincienzo fa di meglio, il Sindaco di Salerno si chiama Napoli e suo figlio diventa assessore.
Gianluigi Buffon, voto 9: sembra che le primavere non scalfiscano minimamente il portierone della nazionale. Visto lo stato di forma dei portieri di questo Europeo, possiamo mettere Buffon tra le cose che l’Europa e il mondo ci invidiano. Inossidabile.
Dimitri Payet, voto 9: dalle risse con i suoi compagni di squadra a salvatore della patria. La sinistra per il dopo Hollande ha già il nome.
Valeria Valente, voto 10: sbagliare tutto quello che si potesse sbagliare è roba da professionisti, far sembrare il generale Custer un fine stratega e farsi massacrare a Napoli come a Little Big Horn è roba da supereroi.
LeBron James, voto 10: l’unico ballottaggio vinto dalla redazione, oltre a quello di Mereen.
Stefano Minerva, voto 10: un voto di stima e amicizia per noi che conosciamo da anni il nuovo sindaco di Gallipoli. Che siamo sicuri ospiterà tutti noi della redazione questa estate.
Silvio Berlusconi, voto 10: Presidente siamo con te. Ci manchi.
L’infermiera di Berlusconi 10: lascia la clinica! Il Milan ha bisogno di te!
Will Griggs on fire (vedi alla voce: cerca il coro dei tifosi dell’Irlanda de nord su YouTube) , voto 10: miglior coro ultras dell’europeo. Se non vi sta bene andate a leggervi le pagelle su qualche altro sito.
Donne, voto 10: da Meereen a Torino, da Roma a Winterfell, vincono tutti i ballottaggi. Cosa incendieranno adesso? Chi daranno in pasti ai cani?
Gareth Bale, voto 10: capocannoniere di EURO 2016 al momento in cui scriviamo, ha trascinato un grande Galles alla guida del girone B, segnando in tutte le partite. Crea, gioco, corre, diverte e vince senza lasciarti quel retrogusto di oddiocosahofatto della mattina dopo aver votato un sindaco M5S.
Clemente Mastella, voto 10: bomber vero. Il Vieri della politica.

Pallacanestro si legge pallaAcanestro.

tacchi

di Giovanna Sandri

 

Come sapete noi femmine non siamo sempre troppo ferrate sullo sport. Io ogni tanto faccio finta di seguire il calcio, perché in politica e in tema di acchiappanze oggettivamente serve. Innanzitutto per capire le metafore: “avanzare”, “arretrare”, “sfondare sulla fascia”, “allungarsi la palla” sono fatti che devi sapere per comunicare con un qualsiasi maschio alfa. Poi perché calcio vuol dire popolo e popolo vuol dire voti. Ultimo ma non meno importante, perché calcio vuol dire uomini e uomini vuol dire sesso. Quindi diffidate delle donne che sui social tifano, commentano, bestemmiano durante le partite. A meno che non vi siate imbattuti in Anna Trieste, il resto vi sta mentendo peggio che in un rantolio orgasmico.

Ma veniamo alla novità. Per sbaglio, ho scoperto che esiste un altro sport. Si chiama basket. Ma noi dell’Apparato lo chiameremo pallacanestro. Sì, perchè il basket è Space Jam, Michael Jordan, Three Hill, e altri fatti “whatsamerican” per veltroniani. La pallacanestro invece è dalemiana. La paragonerei, disciamo, alla prima volta sulla Luna. Ci sono andati i russi, ma lo hanno raccontato gli americani. E allora dove c’è Urss, c’è casa, e c’è spazio per sancire anche qui il nostro principio portante: no al basket e alla politica moderni.

Di pallacanestro ho dovuto per forza iniziare a capirci qualcosa, perchè l’appassionato che frequento ha come argomento alternativo di conversazione Pippo Civati, e quindi non mi restava molta scelta.
La cosa che più mi ha sconcertata è stato capire che agli occhi di certe esperte del settore io ero da ritenermi addirittura fortunata. Infatti pare che belli o brutti che siano, i tipi da basket si portano, dai giornalisti sportivi, fino al capo dei tifosi, dalla serie Z alla A senza soluzione di continuità, e ci sono file di attesa lunghissime per accaparrarsene uno da parte di gruppi di donne organizzate in associazioni finalizzate solo a questo scopo. Ovviamente chi si porta a casa il nero americano, vince il jackpot.
Io invece questo fatto non lo sapevo perché nell’associazione a cui sono iscritta io pure facciamo così, ma litighiamo per gli ultimi giovani democratici rimasti sul mercato, mica pizza e fichi. Quindi non ho guardato un solo allenamento e non mi sono imbarcarta in nessuna trasferta. Mi è bastato dire, “ho la gola un po’ secca, birretta?” e la regola del terzo segreto di Satira ha fatto il suo.

Per questo generosamente vi lascio qui qualche appunto, una specie di manuale di sopravvivenza nel caso vi ritroviate ad una cena con un tipo così, e non vogliate passarla fissandolo tutta la sera come si fissa una tv durante un telegiornale di Al Jazeera senza sottotitoli.

Il basket è di destra, la pallacanestro è di sinistra.

Un appassionato di calcio ha una vita oltre il calcio. Un appassionato di pallacanestro non ha una vita oltre la pallacanestro. Ergo la pallacanestro funziona un po’ come l’Apparato.

Nel calcio la Serbia, la Bosnia, la Lituania, la Slovenia, contano come Gennaro Migliore nel Pd. Nella pallacanestro invece rappresentano tre quarti della direzione nazionale.

Quindi se durante gli europei, siete con lui e gioca Italia-Serbia, non esclamate mai “e che ci vuole”.

Anche nella pallacanestro ci sono le correnti. Si chiamano agenzie. Ogni agenzia ha un capocorrente, si chiamano procuratori. Ogni procuratore, si vende la qualunque cosa, per piazzare i suoi uomini in campo. Ogni procuratore, si vende i suoi uomini in campo per piazzare se stesso a fare la qualunque cosa.

Nel basket c’è il rinnovamento, e ci sono le pin-up. Nella pallacanestro la rottamazione non è ancora arrivata e ci sono le MILF. La pallacanestro è la palude, come l’Apparato.

La pallacanestro funziona come la politica al tempo dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Decide chi caccia i soldi.

Nella pallacanestro le squadre si chiamano come le marche di abbigliamento, di banche, di assicurazioni, di grissini. Tutto, per non dimenticare mai chi caccia i soldi.

La Rai sta alla pallacanestro come TzeTze sta al Pd.

Nella pallacanestro non ti prendono se non hai fatto il liceo classico e devi superare dei test di ingresso di cultura generale, una prova scritta, un colloquio orale, le torture.

Gli allenatori hanno dei foglietti. Su questi foglietti fanno degli scarabocchi che chiamano Zona.

La Zona è come il fuorigioco nel calcio. Se sei femmina non la puoi capire.
Durante una partita di calcio è facile sapere quando avviene un fallo. Il giocatore cade a terra e si strascina. Nella pallacanestro il fallo è un’intuizione. Lo sai che è avvenuto perché ascolti la tua coscienza che te lo indica.

Se non hai una coscienza, non puoi vedere il fallo. Ergo le strade della pallacanestro e quelle dell’Apparato ad un certo punto si separano. Quindi non vi ci applicate troppo.

N.B Riferimenti a persone e fatti sono puramente casuali, tranne che per gennaro migliore.

 

Eusébio: la leggenda del calcio, la storia del Novecento

Il più forte giocatore portoghese di tutti i tempi si è spento a 71 anni. È stato uno dei più
grandi simboli del pallone e del Secolo Breve.

di Daniel Degli Esposti

Il 5 gennaio 2014 passerà alla storia come uno dei giorni più tristi della storia recente del
Portogallo. Nelle prime ore del mattino, il lembo più occidentale della Penisola Iberica ha ricevuto
la notizia che non avrebbe mai voluto sentire: il cuore di Eusébio da Silva Ferreira ha cessato di
battere. O Rei, il sovrano assoluto del calcio lusitano, si è arreso ai limiti della natura umana.
Migliaia di tifosi, appassionati e semplici cittadini gli hanno tributato i loro omaggi commossi;
molti di loro sembravano quasi sorpresi: credevano che un giocatore capace di segnare 733 gol in
745 partite da professionista non fosse soggetto alla caducità e alle sofferenze dei mortali. La sua
scomparsa ha toccato il mondo del calcio perché la sua carriera ha segnato la storia del pallone e ha
cambiato la percezione del Portogallo e del suo colonialismo che l’Occidente aveva elaborato nei
primi anni della dittatura Salazar; mentre O Rei dello sport sudamericano imprimeva il suo nome
nella leggenda della Coppa Rimet e sulle pagine più belle dell’epica calcistica, il suo più grande
rivale – il giocatore che calcava i campi della nazione che aveva colonizzato le splendide coste
brasiliane – veniva dall’Africa Orientale Portoghese e aveva la pelle scura. Era nato a Lourenço
Marques – l’odierna Maputo, capitale del Mozambico – il 25 gennaio 1942; suo padre si chiamava
Laurindo António da Silva Ferreira ed era un angolano bianco, un umile lavoratore delle ferrovie
coloniali. L’anima più intimamente africana del fanciullo arrivava dai geni materni: Elisa
Anissabeni era una mozambicana nera, una donna orgogliosa dei suoi tre figli e pronta a fare
sacrifici per aiutare il quarto. Quando quest’ultimo – il piccolo Eusébio – aveva sette anni, Laurindo
si ammalò di tetano; morì poco meno di un anno dopo. Il bambino conobbe ben presto gli stenti dei
quartieri più poveri della sua città; anche se i morsi della fame corrodevano il suo fisico asciutto,
adorava spendere le poche energie che il cibo gli garantiva correndo dietro a palloni improbabili.
Calzini vecchi, giornali e stracci compattati davano una forma sferica ai suoi sogni più belli;
Eusébio non aveva un ottimo rapporto con la scuola, ma sentiva che quelle corse sfrenate sui sassi e
sulla polvere gli avrebbero aperto le porte di un futuro migliore. I suoi piedi scalzi davano del “tu” a
quell’ammasso indefinito di pezze che rotolava per le strade di Lourenço Marques; le sue gambe
scattanti bruciavano i metri con una rapidità sorprendente. Eusébio da Silva Ferreira era nato per il
futebol: anche se sua madre cercava di tenerlo ancorato alla dura realtà dei sobborghi, la sua mente
volava negli stadi più belli del mondo. I suoi occhi avevano visto solo i sassi e la terra bruciata
dell’Africa, ma il suo cuore sognava o Maracanà, il tempio del calcio mondiale: quando alcuni
ragazzi del suo quartiere lo chiamarono a far parte dei Brasileiros, non si lasciò sfuggire
l’occasione. Sapeva che quella squadra amatoriale, che si ispirava alla fenomenale e sfortunata
Seleçao del 1950, apriva una finestra ideale sull’orizzonte calcistico delle colonie: dopo qualche
mese, Eusébio bussò alla porta del Grupo Desportivo de Lourenço de Marques, una società che
lavorava in sinergia con il Benfica. I tecnici di questa società lo videro entrare e sorrisero: un
homem negro nella filiale della squadra-simbolo della dittatura di Antonio Salazar? Impossibile. Lo
respinsero con perdite, ma non prostrarono il suo animo; un ragazzo che aveva visto morire suo
padre di tetano e che aveva vissuto a contatto con una realtà che non riusciva ad assicurargli un
futuro diverso da quello delle sozze baracche del suo quartiere non poteva conoscere il significato
del verbo arrendersi. Si presentò al “centro tecnico” dello Sporting Lourenço Marques, che godeva
del patrocinio dello Sporting Lisbona; i dirigenti dei rivali del Grupo Desportivo gli diedero un
pallone e gli chiesero di mostrargli cosa sapesse fare. C’è da supporre che il suo selezionatore,
rapito dalla sua fiammante eleganza, abbia gridato a un suo collaboratore: “Chiuda i cancelli!
Presto!”. Con la maglia dello Sporting, Eusébio vinse il Titolo Distrettuale di Lourenço Marques e
il Campionato Provinciale del Mozambico. All’epoca, Salazar considerava quell’enorme lembo di
terra africana come una semplice appendice esterna del suo Portogallo: ogni sua manifestazione
doveva essere ricondotta alle strutture governative ed amministrative della madrepatria; ogni talento
di quella lontana Provincia doveva imbarcarsi su un piroscafo e virare verso Lisbona. Erano stati
questi imperativi dittatoriali – uniti al dissenso della madre – ad impedire al quindicenne Eusébio di
trasferirsi a Torino; alcuni osservatori della Juventus avevano notato il suo talento, ma non erano
riusciti a portarlo con loro sotto la Mole perché “non si voleva così colà dove si poteva ciò che si
voleva”: la Perla Nera del Mozambico era destinata al Portogallo. Mentre i tecnici di Lourenço
Marques se lo godevano, un ex-giocatore brasiliano – José Carlos Bauer – lo vide all’opera sui
campi della sua Africa e rimase impressionato dal suo talento. Si ricordò che Béla Guttman, il
leggendario tecnico ungherese che lo aveva allenato ai tempi del Saõ Paulo, si era trasferito al
Benfica; lo chiamò e gli disse che, nella principale provincia africana del Paese in cui lavorava,
esisteva un uomo che correva i 100 metri in 11 secondi e che aveva una predisposizione incredibile
al gioco del calcio. C’era solo un piccolo caveat: era nero. Guttman, un ungherese di origine ebraica
che aveva vissuto avventure umane professionali incredibili, era un visionario e aveva un carisma
straordinario: non impiegò molto tempo a convincere i suoi dirigenti che quel ragazzo africano
avrebbe potuto cambiare la storia del Benfica e del Portogallo. Antonio Salazar accettò la sfida e
decise di portarlo nella squadra-simbolo del suo regime; nonostante i favori espliciti del dittatore
fascista, le Aquile di Lisbona non avevano perso il loro carattere marcatamente popolare: erano
sempre state l’espressione delle masse proletarie diseredate e continuavano a contrapporsi agli snob
dello Sporting, la formazione dell’aristocrazia lusitana. Quando tutto sembrava fatto, sopraggiunse
un piccolo problema: i presuntuosi bianco-verdi avevano un diritto di prelazione su Eusébio poiché
giocava in un club che era affiliato alla loro organizzazione. Anche se molti tifosi pensavano che
vedere homen negro con la loro maglia addosso sarebbe stata una bestialità, nessun dirigente dello
Sporting voleva lasciare ai suoi acerrimi rivali la perla del Mozambico. Nacque un duro
contenzioso; mentre i bianco-verdi proposero al ragazzo un semplice inserimento nel settore
giovanile, il Benfica offrì alla madre di Eusébio un contratto da professionista. La signora decise: il
suo figliolo avrebbe indossato la casacca rossa delle Aquile. Per evitare che i loro avversari
rapissero il giovane talento mozambicano, i responsabili della squadra che – di lì a poco – avrebbe
vinto la sua prima Coppa dei Campioni contro il grande Barcellona di Kubala lo portarono in una
località segreta e lo ribattezzarono Ruth Molosso; i loro sforzi non sarebbero stati vani.
Nel decennio successivo, Eusébio incantò l’Europa con il suo repertorio sterminato: tutti gli
appassionati conoscono le sue grandi imprese, che hanno riempito le pagine dei giornali e gli
almanacchi statistici del pallone. 11 titoli portoghesi, 5 coppe nazionali, una Coppa dei Campioni e
tre finali perse, Pallone d’Oro, una pioggia di titoli di capo-cannoniere, nono nella classifica di tutti
i tempi dell’IFFHS, 638 reti in 614 partite ufficiali con la maglia delle Aquile, il tramonto nelle
Americhe… Questi numeri sintetizzano meglio di ogni parola la forza del calciatore, ma non dicono
nulla sull’impatto che l’uomo Eusébio ebbe sul suo Portogallo. Quando segnò una delle reti
decisive della Finale della Coppa dei Campioni del 1962, il suo Benfica pose fine alla grande storia
del Real Madrid di Alfredo di Stefano e Ferenĉ Puskas; la Casa Blanca di Francisco Franco cedeva
il passo alle Aquile di Salazar? Vero, ma non del tutto: il simbolo degli alfieri lusitani era un
africano che non aveva mai rinnegato le sue origini e che portava nel Paese che aveva oppresso i
suoi “connazionali” tutta la forza e l’orgoglio di un popolo che non aveva perso la speranza. Le sue
giocate incredibili e le sue punizioni leggendarie fecero innamorare tutti i portoghesi; nella
dormiente società dell’occidente iberico, non furono contagiati dalla passione per il nuovo idolo
nero soltanto i progressisti e i dissidenti, ma anche coloro che avevano approvato la cortina
nazionalista del regime e la decisione di Salazar di osservare il lutto per la morte di Adolf Hitler. Le
reti di Eusébio mostrarono al mondo che un altro Portogallo era possibile e che le speranze di un
rinnovamento culturale erano vive anche nella spenta atmosfera della Lisbona di metà secolo.
Anche se lui non se ne accorse, le sue giocate anticiparono la temperie che avrebbe portato alla
Rivoluzione dei Garofani; aveva fatto divertire il popolo, gli aveva restituito la capacità di sognare e
di immaginare un futuro diverso. Con il suo poker alla Corea del Nord, aveva trasmesso a un Paese
morto la sua voglia di rialzarsi e di costruire una carriera trionfale; se Eusébio non si era arreso
dinanzi al rifiuto della periferia e non aveva ceduto al cospetto di uno spaventoso 0-3, i portoghesi
avevano il dovere di guardare avanti. Per una strana ironia della sorte, lo fecero proprio mentre il
loro amatissimo campione attraversava l’Oceano per godersi la sua pensione dorata e condividere
con Pelé il palcoscenico americano. Il mondo lo aveva imparato a conoscere come The Black Pearl,
ma – dopo O Rei – Edson Arantes do Nascimento gli aveva strappato anche questo secondo
soprannome; i suoi trionfi iridati lo avevano posto sul trono più alto e avevano relegato in secondo
piano il simbolo del Benfica. Anche se il Brasile di Pelé, Didi, Vavà e Garrincha era molto più forte
del “suo” Portogallo, Eusébio non si era scomposto e aveva continuato a spaccare le reti avversarie;
per questo motivo, un giornalista britannico gli regalò un nuovo nome d’arte, che lo consegnò
solennemente alla leggenda del pallone: era diventato The Black Panther, una Pantera Nera che
lottava indomita, fino alla fine. Gli calzava a pennello: rappresentava perfettamente la sua vita di
combattente e il suo talento cristallino. Proprio per questo, i personaggi come lui lasciano un vuoto
incolmabile; chi cambia la storia del gioco, aiuta a modificare anche gli equilibri del mondo; pochi
uomini hanno raggiunto entrambi gli obiettivi con la classe di Eusébio da Silva Ferreira. Che la
terra ti sia lieve, campione.

“NOI NON PAGHIAMO UN CAZZO”

 

di Artur Antunes Coimbra

 

“NOI NON PAGHIAMO UN CAZZO”
Dicono dall’Ambasciata olandese. E hanno ragione. Per loro chi sbaglia paga e buonanotte. Da noi no: se c’è da fare una causa, una transazione, un risarcimento, insomma soldi, zuppe e babbà un azzeccagarbugli lo troviamo sempre e non ci tiriamo indietro nemmeno se ci arrestano. Perché tendiamo alla truffa, anche spirituale. Quelli invece sono olandesi, mezzi luterani, hanno avuto Johann Cruijff, l’atleta dell’hardcore punk coi tacchetti e soprattutto Erasmo da Rotterdam, quello dell’elogio alla follia, gliene importa una sega a loro del Bernini. Sono fondamentalisti islamici al contrario. Per gli olandesi il burka è un perizoma da portare obbligatoriamente su culi altrettanto obbligatoriamente nudi, di donne o di uomini che siano. Sono dionisiaci, bevono e pisciano. E chi sbaglia paga e fanculo la pietà. Continua a leggere

No al calcio moderno!

La frase di Lotito: «Con Carpi e Frosinone in A non si guadagna» è la descrizione migliore del perchè è nato il nostro blog collettivo. Contro un’idea di società in cui tutto si mercifica, e l’unico valore pare essere la quantificazione monetaria, nel calcio, come nella politica o nella società. Noi continuiamo ancora a credere nelle storie, nella dignità delle sconfitte, nel coraggio delle grandi imprese che sovvertono i pronostici e cambiano la storia.
Ecco, semplificando: di là Lotito, di qua noi. Forse troppo spesso assieme a Brecht e dalla parte del torto, ma comunque curiosi di scoprire, ancora, la bellezza del mondo.

Un giorno triste così felice.

soccopealta

Recensione del libro “Un giorno triste così felice” di Lorenzo Iervolino.

A cura di Daniel Degli Esposti.

“Quello che volontariamente ignorano,

e vogliono che anche noi ignoriamo,

è il potenziale di questo fenomeno

giocato coi piedi:

un potenziale di trasformazione sociale.

Se solo questo aspetto del calcio

affiorasse nella sua evidenza,

non troverebbe barriere

nella capacità di cambiare la realtà attuale,

di integrare culture e persone,

di formare cittadini e coscienze.

E, infine, di servire da mezzo per lo sviluppo

e per l’uguaglianza”.

Un medico e un rivoluzionario, un intellettuale e un calciatore, un musicista e un poeta: Sócrates Vieira de Oliveira trascende le etichette, abbatte gli stereotipi, calpesta le consuetudini. Anche se il suo corpo è passato a un’altra dimensione, la sua anima vive in questi versi; lo spirito del doutor alimenta il sogno di un calcio diverso, culla l’immaginazione, coltiva la cultura. Il Magrão non prende prigionieri: affascina i giovani con la meraviglia del suo tacco e con la soavità delle sue parole, rema contro la corrente dell’ingiustizia, disegna la felicità nella schiuma di una birra fresca, immagina la bellezza controversa del suo Brasile, chiude il pugno per aprire un futuro di educazione e pace. Lorenzo Iervolino lo restituisce all’Italia trent’anni dopo l’esilio fiorentino: unisce alla fedeltà scrupolosa del ricercatore storico la penna leggiadra del prosatore poetico, associa le imprese calcistiche di un genio del pallone alle meditazioni filosofiche di un uomo che ha sempre sentito il richiamo di una missione civile nella melodia soave del suo nome di battesimo. Sócrates non gioca per la gloria, non è attratto dal denaro; sogna di educare i giovani alla democrazia della responsabilità, vive per trasformare l’atleta in un uomo, respira, beve e fuma per offrire al suo Paese la libertà di pensiero. Iervolino sa che la carriera del doutor trascende lo sport e la dipinge con i colori brillanti del Brasile sulle pagine appassionate del suo libro: ogni colpo di tacco apre un mondo intellettuale, ogni passo della sua danza calcistica è un ponte che collega la magia del pallone al fascino della cultura, ogni parola aggiunge una dimensione a un personaggio unico. La ricostruzione biografica si intreccia alla letteratura e si abbraccia alla poesia; le immagini non servono: il mito le ripudia, la storia le ricostruisce attraverso i complessi sentieri della critica, la fantasia le crea. Le melodie di Toquinho e le liriche di Vinícius de Moraes si accendono negli occhi del lettore e lo accompagnano lungo le strade del Paese più affascinante del Sudamerica: dai libri proibiti di papà Raimundo agli studi medici, dalla venerazione per Pelé al gol di tacco che zittisce il suo idolo, dalle critiche dei tifosi alla Democracia Corinthiana, dal progetto calcistico più incredibile e redditizio di sempre al programma educativo bocciato dai ministri di Lula, dalle serate allegre e piene di gente a una morte triste e solitaria, la vita di Sócrates è un antidoto alla banalità. “Un giorno triste così felice” è il regalo più bello che un giovane autore e un brillante editore potessero fare alla memoria del doutor e alla cultura del calcio.

 

Matthias Sindelar: il Mozart del calcio spento da Hitler

matthiassindelar2

 

di Daniel Degli Esposti

La straordinaria storia del più forte calciatore austriaco di sempre e i drammi del nazismo: per non dimenticare.

27 gennaio 1945. L’Armata Rossa entra nei luoghi-simbolo del Male Radicale: il tremendo lager di Auschwitz e il mattatoio di Birkenau. I nazisti hanno fatto il possibile per nascondere le tracce della Soluzione Finale, ma centinaia di persone ridotte a fasci di angoli acuti sono ancora lì: testimoniano l’orrore e la vergogna, la puntualità industriale e la disumana barbarie, la sete di violenza e l’indicibile perversione del regime che ha elevato agli estremi le tragiche contraddizioni del Secolo Breve. Le truppe sovietiche scoprono i crimini nazisti, ma non li mostrano subito al mondo: vogliono stanare Hitler dal suo nido e prendersi Berlino. La guerra e la sua pubblicistica non hanno tempo per la memoria di un massacro grigio e sconosciuto: nessuno sente parlare di genocidio. L’indicibile non ha voce, non può trovarla dalle labbra di chi non sa più parlare; per lunghi anni, scompare nell’oblio di un dolore lancinante e nel silenzio di un’angoscia disperata, sparisce nel buio, si perde nelle tenebre della Storia, ma non muore. Scorre sotto traccia, riempie le coscienze di quelli che sanno, ma non hanno ancora la forza di raccontare; acquista forza, prende coraggio, guadagna slancio. Risale. Riaffiora lentamente, riappare come per magia, con la leggera energia di un fiume carsico. Torna nel mondo, si afferma, diventa Memoria: alcuni lo chiamano Olocausto, altri contestano la sfumatura redentrice di questo termine e propongono di nominarlo Shoah. Abbatte le barriere dell’indifferenza, diventa patrimonio comune, si cristallizza. Sessantanove anni dopo la liberazione di Auschwitz, tutto il mondo ricorda lo sterminio degli ebrei e rende omaggio alle vittime di un massacro che non ha avuto precedenti nella storia dell’umanità: un genocidio pianificato e seriale, una catena industriale di morte che ha raggiunto la sua massima efficienza fra l’estate del 1942 e i primi giorni del 1945, un abominio che ha affondato le sue radici nel Mein Kampf e nella politica del Partito Nazista. Se si vuole cercare di inquadrare storicamente il contesto della Shoah, bisogna partire dall’ascesa di Adolf Hitler: la parabola del Führer ha travolto l’Europa centrale e ha spazzato via il suo spazio, un mondo che aveva elaborato un’identità forte e orgogliosa. Nella seconda metà degli anni Trenta, la svastica ha sepolto l’eredità dell’Impero Asburgico e ha annientato la brillante cultura mitteleuropea in nome delle idee oltranziste, xenofobe e antisemite che le labbra baffute di un ex-imbianchino frustrato avevano gridato al mondo intero; diversi anni prima dell’apertura delle camere a gas, decine di oppositori politici e di dissidenti furono rinchiusi nei primi campi di concentramento o perseguitati in ogni modo. Le loro vicende raccontavano le origini torbide e astiose del nazismo e lasciavano intravedere orizzonti oscuri: molte delle loro storie si spensero nell’odio, altre rimasero impresse nella mente di quei pochi che continuavano a sperare nella rinascita. Per quasi dieci anni, la straordinaria vita di un ex-calciatore fu la stella polare di tutti gli austriaci che non volevano piegarsi all’oppressione di Hitler: come poté un semplice uomo di sport mantenere vivi i sogni degli oppressi? La risposta soffiava nel vento che il suo nome sapeva muovere nei cuori: Matthias Sindelar non era solo un atleta, era un simbolo di un mondo diverso e di una realtà che si sarebbe piegata al cospetto della violenza, ma che – come la ginestra di Giacomo Leopardi – non si sarebbe mai spezzata dinanzi agli orrori del Führer.

Continua a leggere