Matthias Sindelar: il Mozart del calcio spento da Hitler

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di Daniel Degli Esposti

La straordinaria storia del più forte calciatore austriaco di sempre e i drammi del nazismo: per non dimenticare.

27 gennaio 1945. L’Armata Rossa entra nei luoghi-simbolo del Male Radicale: il tremendo lager di Auschwitz e il mattatoio di Birkenau. I nazisti hanno fatto il possibile per nascondere le tracce della Soluzione Finale, ma centinaia di persone ridotte a fasci di angoli acuti sono ancora lì: testimoniano l’orrore e la vergogna, la puntualità industriale e la disumana barbarie, la sete di violenza e l’indicibile perversione del regime che ha elevato agli estremi le tragiche contraddizioni del Secolo Breve. Le truppe sovietiche scoprono i crimini nazisti, ma non li mostrano subito al mondo: vogliono stanare Hitler dal suo nido e prendersi Berlino. La guerra e la sua pubblicistica non hanno tempo per la memoria di un massacro grigio e sconosciuto: nessuno sente parlare di genocidio. L’indicibile non ha voce, non può trovarla dalle labbra di chi non sa più parlare; per lunghi anni, scompare nell’oblio di un dolore lancinante e nel silenzio di un’angoscia disperata, sparisce nel buio, si perde nelle tenebre della Storia, ma non muore. Scorre sotto traccia, riempie le coscienze di quelli che sanno, ma non hanno ancora la forza di raccontare; acquista forza, prende coraggio, guadagna slancio. Risale. Riaffiora lentamente, riappare come per magia, con la leggera energia di un fiume carsico. Torna nel mondo, si afferma, diventa Memoria: alcuni lo chiamano Olocausto, altri contestano la sfumatura redentrice di questo termine e propongono di nominarlo Shoah. Abbatte le barriere dell’indifferenza, diventa patrimonio comune, si cristallizza. Sessantanove anni dopo la liberazione di Auschwitz, tutto il mondo ricorda lo sterminio degli ebrei e rende omaggio alle vittime di un massacro che non ha avuto precedenti nella storia dell’umanità: un genocidio pianificato e seriale, una catena industriale di morte che ha raggiunto la sua massima efficienza fra l’estate del 1942 e i primi giorni del 1945, un abominio che ha affondato le sue radici nel Mein Kampf e nella politica del Partito Nazista. Se si vuole cercare di inquadrare storicamente il contesto della Shoah, bisogna partire dall’ascesa di Adolf Hitler: la parabola del Führer ha travolto l’Europa centrale e ha spazzato via il suo spazio, un mondo che aveva elaborato un’identità forte e orgogliosa. Nella seconda metà degli anni Trenta, la svastica ha sepolto l’eredità dell’Impero Asburgico e ha annientato la brillante cultura mitteleuropea in nome delle idee oltranziste, xenofobe e antisemite che le labbra baffute di un ex-imbianchino frustrato avevano gridato al mondo intero; diversi anni prima dell’apertura delle camere a gas, decine di oppositori politici e di dissidenti furono rinchiusi nei primi campi di concentramento o perseguitati in ogni modo. Le loro vicende raccontavano le origini torbide e astiose del nazismo e lasciavano intravedere orizzonti oscuri: molte delle loro storie si spensero nell’odio, altre rimasero impresse nella mente di quei pochi che continuavano a sperare nella rinascita. Per quasi dieci anni, la straordinaria vita di un ex-calciatore fu la stella polare di tutti gli austriaci che non volevano piegarsi all’oppressione di Hitler: come poté un semplice uomo di sport mantenere vivi i sogni degli oppressi? La risposta soffiava nel vento che il suo nome sapeva muovere nei cuori: Matthias Sindelar non era solo un atleta, era un simbolo di un mondo diverso e di una realtà che si sarebbe piegata al cospetto della violenza, ma che – come la ginestra di Giacomo Leopardi – non si sarebbe mai spezzata dinanzi agli orrori del Führer.

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