«La gente purtroppo si ricorda sempre la fine». Breve storia di Domenico Morfeo

#volevoilrigore Morfeo

«Il talento conta tantissimo: è più facile, si è avvantaggiati,
ma anche senza si riesce ad andare avanti.
Chi tratta meglio il pallone si chiama artista ma non è detto
che 11 artisti battano 11 artigiani.
Bisogna formare una miscela tra queste due categorie.
E poi, chi ha talento non deve accontentarsi,
adagiarsi su quello che gli ha dato Madre Natura,
ma lavorare ogni giorno per migliorarsi»
(Zdeněk Zeman)

«Il talento può essere una trappola.
La possibilità di scelta può confondere.
E quel ch’è più pericoloso è il narcisismo.
Ci si compiace del colpo miracoloso, si ricevono applausi,
si finisce per giocare per gli altri, per il pubblico.
È rischiosissimo»
(Roger  Federer)

Il 31 Maggio 1996, Spagna e Italia si giocano a Barcellona il campionato europeo under 21. Alla fine dei tempi regolamentari, dopo una partita tanto bella quanto nervosa, il punteggio rimane inchiodato sull’1-1 e così ai supplementari. Ai rigori, gli errori di Cristian Panucci e Ivan de la Peña mantengono la situazione inalterata. L’equilibrio viene rotto dalla stella delle furie rosse Raùl, che si fa bloccare il pallone a pochi centimetri dalla linea di porta, merito di un repentino balzo del portiere Angelo Pagotto. Tocca a un ragazzino abruzzese – entrato nella ripresa, al posto della sorpresa del torneo Francesco Totti – Domenico Morfeo, calciare il rigore che potrebbe valere all’Italia il titolo europeo. Con un piatto sinistro preciso e radente il suolo, spiazza Mora e regala agli azzurrini un trionfo fino a pochi minuti prima insperato (almeno per il religiosissimo – o superstiziosissimo – Carlo Nesti).

Curiosamente, dieci anni dopo – in ben altre circostanze – sarà un altro abruzzese a segnare il rigore decisivo che porterà l’Italia nell’Olimpo. Quel rigore del ‘96 è il primo evento calcistico determinante nella carriera di Morfeo e, purtuttavia, rimane l’unico che abbia una qualche accezione positiva.

È cosa nota che le promesse tradite sono assai di più di quelle mantenute ma il caso di Morfeo ha dell’eclatante: chiunque ne parli, dal tifoso, all’allenatore di turno, sembra quasi rammaricarsi di una colossale occasione sprecata. L’unico che non ha rimpianti è proprio Morfeo: «se non avessi avuto questo carattere – affermerà – non sarei neanche arrivato a giocare in Serie A». Perché è tutta una questione di carattere e il suo non era certo dei più facili da gestire. Domenico sembrava essere un predestinato, uno toccato dalla grazia, cui il Caso, Dio o la Natura che fosse, ha concesso uno straordinario talento nel trattare il pallone, oltre che un piede sinistro ben calibrato. Ma la grazia, pur se potenzialmente concessa a tutti, è accompagnata dalla possibilità di dipartire da essa. Fino a quel Maggio ’96 – e anche dopo, almeno fino al 1998 – le sorti di Morfeo sembrano veramente essere “magnifiche e progressive”. Poi arriva il momento in cui gli eventi cambiano corso e condizionano la tua restante carriera, la tua restante vita sportiva. Perché una qualche capacità positiva, un talento, può averlo chiunque e può pure manifestarsi in maniera straordinaria ma quando è la ragione a mancare ci si corrompe e ci si allontana da una volontà superiore, finendo per privarsi di un bene altrettanto superiore, come un posto nella memoria collettiva. Senza dimenticare che influisce anche – e molto – il contesto in cui si opera. Un fattore che è sì determinante, ma non ci si voglia mai privare dell’imperscrutabile mistero che si cela dietro una vicenda che, tirate le dovute somme, ha ben poco di razionale.

Nel Settembre del 1996, Morfeo è la punta di diamante dell’Atalanta di Emiliano Mondonico ed è considerato uno dei giovani italiani più talentuosi e promettenti della Serie A. La stagione precedente, Morfeo mostra numeri e colpi notevoli per un diciannovenne e guida l’attacco orobico con 11 gol in 30 presenze. Grazie a lui e alle sue invenzioni, la squadra disputa un discreto campionato, salvandosi agevolmente e finendo tredicesima. In Coppa Italia il cammino è decisamente migliore: eliminata la Cremonese, la dea fa fuori addirittura i campioni d’Italia della Juventus (con un gol ai supplementari di Fabio Gallo). Cagliari e Bologna capitolano successivamente e, in finale, incontra la Fiorentina. Suona un po’ ironico, pensando a quello che accadrà poi. Quelle finali, l’Atalanta le perse entrambe, come da pronostico, ma Morfeo si mise in luce con delle buone prestazioni e, nella gara di ritorno a Firenze, sfiorò addirittura il gol, colpendo un palo. Anche la stagione 1996/97, vede Morfeo tra i protagonisti della positiva annata nerazzurra, con 26 presenze e 5 centri. Dopo l’europeo under 21 e quel rigore, le attese erano enormi e Morfeo ha gli occhi mezza Serie A addosso, grandi comprese. Sceglie di rimanere a Bergamo, Mimmo, e tale scelta lo ripaga: l’Atalanta chiude al nono posto e la sua è un’altra stagione travolgente, grazie alla quale si impone definitivamente agli occhi del calcio che conta. Per lui arriva anche una convocazione in nazionale maggiore, a guida Sacchi.

La vicenda umana e sportiva del ragazzo di Pescina (AQ), è, almeno fino a quel momento, in un crescendo ininterrotto: dopo aver bruciato le tappe nel prolifico settore giovanile atalantino, dove arriva ad 11 anni, facendosi subito notare per un tasso tecnico decisamente sopra la media – se non  fuori dal comune – e per un piede sinistro altrettanto notevole, esordisce in Serie A, a soli 17 anni. È forte Mimmo, così forte da venirgli affibbiato un soprannome che lascia pochi dubbi: lo chiamano “Maradonino”. Oltre al talento, Morfeo si fa notare anche per altre caratteristiche, che lo condizioneranno ben più delle sue doti tecniche e del suo sinistro: il ragazzo denota una cronica mancanza di disciplina e in lui emergono irrequietezza ed irruenza. Fin qui, nulla di strano: sono caratteristiche comuni a quasi tutti gli adolescenti. Ma Morfeo ha un carattere spigoloso, un ego smisurato ed una forte dose di indolenza.  Miste a quanto detto prima e alla consapevolezza dei suoi enormi mezzi e della sua precocità, si tramutano in arroganza ed irriverenza: in campo deride gli avversari perché non riescono a contenerlo, ma non si limita solo a questo e nel mirino finiscono anche i compagni di squadra. Pare che la situazione fosse talmente delicata da dover costringere la squadra ad affiancargli uno psicologo per tenerlo a freno. Un talento così grande e un carattere così ribelle, possono essere due tensioni in aperto contrasto e a prevalere è spesso la seconda.
Per sua fortuna, Mimmo incontrerà nel suo viaggio alcuni uomini che ne capiranno sì il reale valore, ma che, ad un tempo, ne noteranno le deficienze caratteriali e lo “terranno a freno”. Veri e propri maestri, che purtroppo non riusciranno a fare di lui un campione. Quasi padri elettivi, con costoro avrà un rapporto privilegiato, che travalicherà i confini sportivi: questi uomini sono Cesare Prandelli ed Emiliano Mondonico.
Il primo lo incontra a 14 anni, quando è alla guida del settore giovanile nerazzurro. Morfeo spenderà sempre parole di lode per Prandelli, tanto da considerarlo “il migliore di tutti”, una persona speciale. Con lui vincerà un Torneo di Viareggio e un campionato Primavera e, cosa più importante, esordirà in Serie A: stagione 1993/94, l’attuale C.T. della nazionale, all’epoca da poco subentrato a Guidolin, lo fa entrare durante la partita Atalanta-Genoa. Morfeo ha soltanto 17 anni e Prandelli, in cuor suo, intuisce che il giovane è un predestinato. A fine stagione collezionerà altre 8 presenze, coronate da 3 reti, alcune di pregevole fattura, come le sue prime due reti in Serie A – una doppietta al Lecce, in una partita persa 3-4 in casa. Al Lecce, Morfeo metterà a segno due suoi “marchi di fabbrica”: il primo gol è un tiro a giro di sinistro dal limite dell’area e il secondo un imprendibile e preciso calcio di punizione, sempre di sinistro. Ma alla squadra non bastò la predestinazione del singolo per salvarsi e arrivò solo diciassettesima, retrocedendo. L’annata deludente ha però messo in luce un potenziale campione e, in Serie B, Morfeo avrà la possibilità di mostrare tutto il suo vero valore, anche se il rischio di perdersi è altissimo: la categoria cadetta si è già, infatti, rivelata un ambiente ostico, nel quale, per un ragazzo appena maggiorenne, è difficile emergere.
È in questo contesto che Mimmo fa il suo secondo incontro fondamentale. La squadra viene affidata, infatti, a Mondonico, il quale ne scorge immediatamente sia le doti, sia i difetti caratteriali. Il tecnico cremonese coglie al volo anche un altro aspetto che potrebbe essere sfavorevole, se non letale, al ragazzo: la precocità. Decide dunque di intervenire con fermezza e, ad inizio stagione, nonostante tutte le attese suscitate, lo fa giocare col contagocce. Morfeo, come prevedibile, non prende bene la scelta del Mondo, ma dopo i primi mugugni, capisce la lezione, si applica in allenamento e in campo e finisce per diventare uno dei protagonisti della repentina promozione. Mondonico sarà una sorta di padre per Mimmo, tanto che, ritiratosi dal calcio dopo un tragicomico batti e ribatti con Corioni a Brescia, nella stagione 2008/09, sarà proprio una telefonata del vecchio allenatore a riportarlo a battere un campo da calcio alla Cremonese, accettando di scendere di categoria, in Lega Pro.

Le stagioni successive a quell’annata in Serie B (le già citate 1995/96 e 1996/97), Morfeo le gioca in maniera sublime, mettendo in mostra non solo un grande talento nel trattare il pallone, ma anche una notevole efficacia sotto porta. Infatti segna molto e in ogni modo, soprattutto su calcio di punizione (suo marchio di fabbrica) sempre e rigorosamente col suo sinistro. Fa anche gol memorabili, di pregevole fattura: ad esempio a Cremona, il 22/10/1995, di contro-balzo e sempre di sinistro, cogliendo un assist da sinistra; contro la Fiorentina a Dicembre, scavalca Toldo con un morbido colpo sotto, dopo aver controllato un rilancio dalla difesa; ad Aprile del 1996, di precisione nell’angolino basso a destra, contro il Cagliari; Sempre contro il Cagliari, 1996/97, insacca di misura dopo aver dribblato mezza difesa.
Se Morfeo riesce ad esprimersi a questi livelli con continuità, il merito va anche a Mondonico che, in gioventù, aveva compromesso la sua carriera calcistica per colpa di un carattere svogliato e ribelle: vedendo in Mimmo sia un potenziale campione (“il talento più puro mai sfornato dal settore giovanile”), sia una potenziale riproposizione di sé stesso, ne smussa a monte proprio tali intemperanze. Il resto verrà da sé. Mondonico lo farà giocare sulla trequarti in attacco – la posizione a lui più congeniale – e gli lascerà la giusta libertà di spaziare, affinché si esprima al meglio. Non è un giocatore che si può definire duttile, Morfeo, ma la mancanza (o la non volontà) di adattamento è compensata dal suo estro, che non viene sprecato affatto. Anzi, è messo anche a disposizione della squadra: Vieri e Tovalieri prima (15 centri in due), Inzaghi poi (24 marcature e titolo di capocannoniere) ringrazieranno. Pure Ruggeri ringrazierà, dato che dalla sua cessione alla Fiorentina ne ricava 8,5 miliardi di lire.

A Firenze, ha la prima grande occasione per sfondare, per fare il salto di qualità e diventare un campione in una squadra ambiziosa. In quella formazione militano centrocampisti di livello mondiale, Rui Costa su tutti, e si profila una stagione da vice per Morfeo, ma Alberto Malesani, l’allora emergente allenatore dei viola, decide di puntare sul minuto abruzzese e lo schiera spesso titolare nel tridente d’attacco, a fianco di gente come Batistuta e Oliveira. Morfeo riesce anche ad adattarsi e a ben figurare: a fine stagione 1997/98, le presenze sono 28, con 5 marcature, alcune veramente di gran classe, come quella contro il Milan (controlla un pallone spazzato dalla difesa al limite sinistro dell’area, poi brucia in velocità Desailly e mette a sedere Taibi, con un dribbling,  infine deposita la palla nella porta sguarnita). Soprattutto Morfeo riesce a mettersi in luce in un contesto molto diverso e più duro di Bergamo. Ma già a Gennaio del ’98, le prime avvisaglie di disagio: la Fiorentina acquista dal Vasco da Gama – per la modica cifra di 13 miliardi di lire – Edmundo, uno che è nel giro della seleçao dal 1992 e che non è inferiore a nessuno neanche in quanto ad intemperanze caratteriali. La spesa ingente e l’altrettanto ingente ingaggio vanno, in qualche modo, giustificati e O’Animal diventa subito il terzo titolare in attacco, soffiando il posto a Morfeo – che pure stava giocando bene. Surclassato nelle gerarchie e complice anche il cambio in panchina, sulla quale adesso siede la leggenda Giovanni Trapattoni, dopo sole due comparsate, nell’Ottobre 1999 Morfeo è costretto a cambiare aria. Lo prende in prestito il Milan.
Reduci dalla disastrosa stagione con Capello, i rossoneri affidano ad Alberto Zaccheroni – che ha condotto l’Udinese fino al terzo posto in classifica – il difficile compito di riportare la squadra nelle posizioni che le competono. Da Udine, Zaccheroni porta a Milano gli ingredienti di quella amalgama vincente: alcuni giocatori chiave, come il terzino Thomas Helveg e il capocannoniere in carica Oliver Bierhoff, e il modulo 3-4-3, di cui è un ortodosso esecutore. Arrivato a Milano senza la pretesa di essere considerato titolare, in realtà ha ancora meno spazio che a Firenze. La squadra trova l’equilibrio giusto sin da subito, con il tridente d’attacco, con il tridente d’attacco Leonardo – Bierhoff – Weah, e si mantiene stabilmente tra le prime quattro della classifica. Anche quando Zaccheroni opta per una variante (il 3-4-1-2) preferisce affidarsi a Boban dietro le punte. Morfeo giocherà poco e da attaccante esterno, un ruolo certamente non suo, ma che già ricopriva a Firenze. Solo che Zaccheroni non gli concede la libertà che gli concesse Malesani e le sue prestazioni ne risentiranno: spesso gioca solo scampoli di partita e quei pochi minuti saranno, peraltro, molto deludenti. Come se non bastasse, a fargli da diretto concorrente c’è il campione del mondo Leonardo, che disputa una delle sue migliori stagioni, e deve accontentarsi di sole 11 presenze. Col Milan vincerà il suo unico trofeo, lo scudetto 1998/1999, ma, per il resto, la sua prima esperienza meneghina si può tranquillamente definire “evanescente”, impalpabile. Nulla rimane del suo passaggio, se non un tiro-cross deviato in porta da Mangone, nella partita contro il Bologna.

Che qualcosa si sia irrimediabilmente rotto in Morfeo non è difficile capirlo e il primo a rendersene conto è proprio lui, che vede riaffiorare quei demoni che con fatica aveva sopito: quella leziosità, quell’indolenza, quella mancanza di disciplina che, evidentemente, non l’hanno mai abbandonato. Adesso, però, neanche le gambe e i piedi rispondono più. Tutto d’un tratto, sembra essersi smarrito e comincia a serpeggiare il pensiero che non sia affatto il predestinato che pareva essere anche solo un anno prima; un buon giocatore, con molte potenzialità ma inespresse, uno di quelli che riescono a fare la differenza in squadre medio-piccole ma inadatti alle grandi platee. Più che per i ben noti problemi caratteriali, sembra che al Milan abbia avuto più che altro sfortuna. Ma ora le cose sono cambiate anche a Firenze: reduce dal terzo posto in un campionato dominato nella prima metà, la Fiorentina punta in alto. Non c’è più Edmundo – tra i protagonisti dell’exploit viola, che di quella squadra ne è un po’ lo specchio – ma sono arrivati Abel Balbo, Enrico Chiesa e Predrag Mijatović. Con la Champions League da affrontare, serve una rosa che fornisca determinate garanzie e così nemmeno questa sarà la stagione della consacrazione di Morfeo, il quale, neanche il tempo di disfare i bagagli, deve già ripartire: destinazione Cagliari. Nella squadra allenata da Tabárez, avrebbe dovuto fare la differenza, ma le cose non andarono come previsto: in Sardegna vive mesi difficilissimi, durante i quali non riuscirà mai ad incidere e, in breve tempo, finisce ai margini della squadra. Questa è l’ultima fase di un’involuzione totale ed inspiegabile. A Gennaio del 2000, il Cagliari, in piena lotta per non retrocedere, giudica inutile l’apporto del giocatore e lo rimanda al mittente. A Firenze non c’è spazio e Morfeo viene nuovamente ceduto in prestito: è l’Hellas Verona ad aggiudicarsi le sue prestazioni. Gli scaligeri se la passano ancora peggio dei rossoblù: sono, infatti, ultimi in classifica, con  la squadra che stenta a girare. A Verona, Morfeo rincontra il suo primo maestro: Cesare Prandelli e, con lui, ritrova l’uomo più consono a ripristinare la fiducia nei suoi mezzi: dopotutto non si è mai visto un giocatore già finito a 24 anni. Per Mimmo è un nuovo inizio: torna improvvisamente a giocare bene, come se le ultime stagioni non ci fossero mai state. Trascinata da Morfeo (con 5 reti in 10 presenze), la squadra gialloblù risale la classifica, inanellando ben quindici risultati utili consecutivi, fino a raggiungere il nono posto in classifica. Morfeo torna a sfoggiare tutti i suoi colpi migliori: dalle punizioni, ai tiri millimetrici di sinistro; nel pareggio contro il Bari, segna anche uno dei suoi gol più belli, in acrobazia, di semirovesciata. Insieme al bel gioco, riemerge anche quella sbruffonaggine che lo portava ad irridere gli avversari nei campionati giovanili ma a Verona è un leader e tutti sono dalla sua parte.

Dopo l’ottimo spezzone veronese, Morfeo fa nuovamente ritorno a Firenze, in una spola che comincia a logorarlo. Ci si potrebbe aspettare che l’ottima esperienza veneta gli riesca finalmente ad aprire le porte della squadra che, nonostante ne detenga il cartellino dal 1997, lo ha visto sempre come inadeguato, come una riserva. Invece non basta ancora a convincere la Fiorentina, ora a guida Fatih Terim (fresco vincitore della Coppa UEFA con il Galatasaray): dopo una prima parte di stagione o ai box per un brutto infortunio, o in panchina (sono solo due le presenze), reclama più spazio. La Fiorentina lo rimette sul mercato e, a Gennaio, ritorna – ancora in prestito – all’Atalanta. Sotto l’egida di Giovanni Vavassori, la squadra neopromossa sta disputando una stagione ben al di sopra delle aspettative, tanto da veleggiare nella zona destra della classifica, quasi in zona UEFA. Morfeo si inserisce in un gruppo convincente e ben rodato: un mix di giocatori di esperienza e giovani promesse in rampa di lancio, quasi tutti suoi coetanei: Cristiano Doni, Giampaolo Bellini, i gemelli Zenoni, Luciano Zauri e il portiere Ivan Pelizzoli. Il tutto ci offre la cifra della carriera di Morfeo, che, tra gli uomini in rosa, si avvicina più a uno come Nicola Ventola, altro coetaneo, come lui già affermatosi e già smarritosi (finirà in doppia cifra – 10 gol – grazie anche agli assist di Morfeo). A Bergamo – in una piazza amica – disputa un altro girone di ritorno ad un livello superiore: gioca tutte e 17 le partite e mette a segno ancora 5 reti, regalando giocate illuminanti e dispensando assist . La partita contro l’Udinese – che vede i nerazzurri vincere 4-2 – è quello che può essere considerato il suo manifesto calcistico: al Friuli, fa registrare una doppietta (il primo un rasoterra preciso, dopo un ottimo controllo su lancio di Donati; il secondo un tiro al volo di destro, su assist di Damiano Zenoni) e inventa due assist per Ventola. Una partita pressoché perfetta. L’Atalanta finirà il campionato al settimo posto, sfiorando l’europa, e Morfeo dovrà, per l’ennesima volta, rientrare alla base, sperando che questa volta il lavoro svolto sia sufficiente a convincere la società viola.

Nell’Estate 2001, la Fiorentina ha appena concluso una stagione altalenante, pur vincendo la Coppa Italia, e Roberto Mancini è subentrato in Marzo a Terim alla guida. Ma la data che rimarrà impressa nella memoria dei tifosi viola è il 26 Giugno 2001. In quel giorno, i sindaci revisori annunciano un buco di 316 miliardi di lire, frutto di una gestione contabile, per usare un eufemismo, poco oculata. Il giorno seguente, il tribunale apre formalmente l’istanza fallimentare. Per potersi anche solo iscrivere al campionato, la società è costretta a vendere i “gioielli di famiglia” Rui Costa e Francesco Toldo. Sarà solo il preludio di una tragica epopea: la Fiorentina si appresta ad iniziare la stagione con un organico indebolito, le ambizioni ridimensionate e nell’incertezza più totale. Morfeo ritorna in riva all’Arno come uno dei nomi di punta del mercato estivo (già questo dovrebbe dare la cifra delle difficoltà correnti) ed è chiamato a prendere in mano le redini della squadra: finalmente e nonostante tutto ha la sua occasione. Ma la situazione, già complicata, degenererà quasi subito: già alla prima giornata la sconfitta con il neopromosso Chievo (non ancora “dei miracoli”); poi l’infortunio (rottura del collaterale destro del ginocchio) del fondamentale Enrico Chiesa (5 reti nelle prime 5 partite), che è costretto a terminare a Settembre la stagione; infine il mancato pagamento degli stipendi surriscalda tramuta la situazione in una polveriera pronta ad esplodere, il tutto mentre la squadra stenta nelle varie competizioni. Il culmine si raggiunge quando arrivano, nell’ordine, la doppia messa in mora della società, le minacce a Mancini con conseguente addio di questi e il collasso della squadra intera. L’ambiente è invivibile e non basteranno i gol di un giovane Adriano: per tutto il girone di ritorno la Fiorentina rimane inchiodata al penultimo posto e lì rimane fino alla fine, retrocedendo dopo nove anni di Serie A. Poi il fallimento e la lenta rinascita. In questa catastrofe collettiva, Morfeo non si distingue dal resto del gruppo: 18 presenze e 2 reti in campionato, 3 presenze e 2 reti in UEFA. C’è, addirittura, chi lo accusa di fingere infortuni per non scendere in campo la domenica ed è uno dei sette a cui viene consegnata la celebre “maglia della vergogna” (una t-shirt bianca da far indossare, durante gli allenamenti, ai giocatori che non erano ritenuti degni di indossare quella viola). Rescinderà il contratto alcuni mesi prima della scadenza e lascerà per sempre l’Artemio Franchi, tra mille rimpianti e l’odio dei tifosi, che lo considereranno correo del fallimento. Nonostante abbia indossato relativamente poche volte la maglia viola, l’esperienza a Firenze – e, a maggior ragione, dopo un epilogo del genere – sarà il suo peccato capitale, qualcosa con cui dovrà ancora fare i conti di lì in avanti. Morfeo non vorrà parlarne per molti anni a venire e solo molto tempo dopo, una volta “appesi gli scarpini al chiodo”, tornerà sull’argomento, approfittandone per chiarire che fu uno dei pochi a non sottoscrivere la messa in mora della società. La stagione successiva, non sortirà esiti molto diversi da quella precedente per Mimmo, che, svincolatosi, viene ingaggiato dall’Inter come uno dei pezzi pregiati della dismissione della fu Fiorentina. Memore del primo, non certo memorabile, passaggio a Milano e del disastro fiorentino, è pervaso da una forte volontà di rivalsa personale e un’opportunità del genere difficilmente potrà ricapitargli. Alla guida dei nerazzurri c’è Hector Cùper, tecnico argentino che basa le sue (quasi) fortune sul modulo 4-4-2. Con l’applicazione rigorosa di questo, ha portato per due anni consecutivi il Valencia in finale di Champions League (regolarmente persa sia nel 2000 col Real Madrid, che nel 2001 col Bayern Monaco) e, cosa più importante, ha rischiato di vincere lo scudetto con l’Inter pochi mesi prima. Come quattro anni prima al Milan, Morfeo è perfettamente consapevole di non partire affatto titolare nei piani del mister e che il modulo di Cùper non gli si confà, in quanto a caratteristiche tecniche, tanto che deve adattarsi a giocare sulla fascia sinistra. In quel ruolo la concorrenza non è però così agguerrita: Guglielminpietro è in evidente fase calante e Álvaro Recoba è fuori ruolo. Inoltre, Morfeo ha già dimostrato di sapersi adattare in altre zone del campo, basta lasciarlo libero di inventare, di farsi guidare dal suo talento. Dopo un discreto avvio, iniziano, però, ad emergere i limiti dell’uomo: una personalità esuberante e una scarsa propensione al sacrificio. Recoba, d’altro canto, ritorna ad esprimersi ad alti livelli e il copione finirà per essere il medesimo del 1999: passerà il resto della stagione 2002/03 nel più totale anonimato, tra tanta panchina e, nelle poche partite concessegli, errori (riuscirà a sbagliare ben due calci di rigore nella stessa partita, contro il Bayer Leverkusen, in Champions) e imprecisioni. Di questo suo nuovo passaggio meneghino, rimane solo una buona prestazione contro la Roma, nel girone d’andata, durante la quale finirà sul tabellino dei marcatori, con una pregevole girata, spalle alla porta, col pallone che si insacca nel “sette”. L’Inter finirà seconda ovunque (dietro alla Juve in campionato e fuori in semifinale di Champions, contro il Milan) e Morfeo collezionerà solo 17 presenze e 1 rete in campionato e 8 presenze e 1 rete (contro il Newcastle) in Champions League.

Si può affermare che, a 27, un calciatore sia giunto al culmine della maturità e che, generalmente, abbia trovato la sua dimensione, campione o dilettante che sia. Quando arriva a Parma, nell’Estate 2003, Mimmo ha definitivamente perso il treno per il calcio internazionale. Tra l’altro, la sua situazione è nuovamente precaria, perché ci arriva in prestito  e con i ducali che devono destreggiarsi tra i mille problemi finanziari dei Tanzi. La cosa più importante, comunque, è il riabbracciare Prandelli, forse il solo allenatore in tutta la Serie A che ancora possa dargli fiducia, la sola necessaria a farlo ritornare protagonista. E, trovata la stabilità, Morfeo ritorna il giocatore che incantava i campi di Bergamo: vi disputa cinque stagioni, mettendo in mostra tutto il suo repertorio migliore e peggiore. Le prime due stagioni con indosso la nuova casacca saranno le migliori da anni, in particolar modo la seconda, nella quale segna 8 reti in 31 presenze. È un Morfeo diverso quello di Parma, un giocatore più “concreto” e continuo – era dal 1998 che non giocava così tanto, in termini di minutaggio – che segna di testa (undicesima giornata, alla Reggina), di rapina, ma che sa ancora fare i “suoi” gol, ad esempio contro il Brescia, con un potente collo destro, oppure una a caso fra le punizioni al Lecce (molto bella quella che batte Sicignano nel Novembre 2005). Nel mentre, già a fine 2003/04, Prandelli lascia: al suo posto si avvicendano, con alterne fortune, Silvio Baldini, Pietro Carmignani, Mario Beretta, Stefano Pioli e Claudio Ranieri. La squadra, dopo l’ottima annata 2003/04 (finita al quinto posto), entra in una spirale discendente che la porta sull’orlo della retrocessione per ben due volte (2004/05 e 2006/07), salvandosi in entrambe le occasioni. Morfeo, al contrario, gioca bene in questi anni: nonostante abbia perso un po’ di smalto sotto porta, si conferma un ottimo assist-man e, soprattutto, uno dei leader dello spogliatoio. Ogni tanto perde la testa, come ad Ascoli, nell’Ottobre 2005, quando, al termine di una partita in cui viene pure espulso, per regolare certi suoi conti, si scaglia contro Parola negli spogliatoi e gli rifila un pugno sullo zigomo. L’epilogo, però, ancora una volta non è dei migliori: nella sua ultima stagione (2007/08), si farà notare più per i furiosi litigi, prima con il team manager Alessandro Melli, poi con il mister Domenico Di Carlo. Scontri che lo porteranno praticamente fuori rosa, mentre la squadra naufragava, finendo penultima e retrocessa in Serie B.
Poi il triste balletto – a suon di dichiarazioni, annunci di ritiri, ritrattazioni, smentite e ripensamenti – tra il giocatore e Gino Corioni (patron del Brescia), l’addio – questo vero – del Dicembre 2008, il ritorno, pochi giorni dopo, e le quattro partite a Cremona (condite da un’espulsione e da un’altra aggressione, questa volta all’arbitro, nella partita contro il Novara). Gli ultimi campi che calca sono quelli di casa, a San Benedetto dei Marsi, in seconda categoria, poi, a Febbraio 2011, a 35 anni, pone termine ad una carriera che, per molti, è considerata precoce, instabile e molto al di sotto delle reali possibilità del calciatore.

Ci sono due ipotesi plausibili: a) Morfeo non era un predestinato perché il suo talento era solo un accidente casuale, uno spiacevole incidente di percorso, dato che non era accompagnato dalla giusta volontà. Ognuno deve essere libero di scegliersi la sua libertà, per cui è giusto farcela da soli (o per imperscrutabile scelta divina); b) Morfeo non era un predestinato perché i predestinati, semplicemente, non esistono. Ognuno ce la fa non solo per la propria volontà (o per imperscrutabile scelta divina) e indipendentemente dai difetti che ci accompagnano – assieme ai talenti – per cui, da soli non ci si salva quasi mai.

L’unico che pare non si sia posto la questione è proprio Morfeo, che ora gestisce un ristorante ed altre attività, sereno e soddisfatto. Senza rimpianti.

Ismaele Agostini

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